giovedì 21 aprile 2016

So classy! #3 Charlotte Brontë



Questa puntata di So classy! esce oggi, 21 aprile, in occasione del bicentenario della nascita di Charlotte Brontë. Voglio dire, io che porto fieramente l'incipit di Jane Eyre tatuato sulla schiena, dico io, che se non avessi ormai la certezza di non sposarmi mai nella vita – figuriamoci con un anglosassone – chiamerei mia figlia Charlotte (o Jane!), io in quanto io, potevo mai non dedicare la terza puntata di So classy! all'autrice del mio libro preferito in assoluto? Detto tra noi: no, non potevo assolutamente.
Parlare di Jane Eyre, però, mi sembrava scontato e gli altri suoi romanzi, essendo tornati in libreria da poco dopo una lunga assenza, sono sconosciuti ai più.
Parlare di Charlotte in quanto tale, quindi, mi sembrava il modo più giusto per rendere omaggio a una delle più grandi scrittrici di tutti i secoli. Al momento, il momento in cui sto scrivendo questa introduzione, non ho alcuna idea di che piega prenderà questo post, non posso quindi sapere esattamente di cosa parlerò.
Inoltre, non vi sarà alcun avvertimento spoiler in questa puntata (a meno che non consideriate spoiler anche le nozioni biografiche) ma una raccomandazione mi viene da farla comunque: leggete più autrici donne, non avete idea di quale emisfero meraviglioso vi si prospetterà davanti. Perché il mondo della letteratura è pieno di donne forti, coraggiose e talentuose come Charlotte Brontë.
Detto ciò, basta con gli inutii preamboli e parliamo finalmente di cose serie: il mio amore per Charlotte Brontë.


Era l'ultimo giorno di scuola prima dell'estate, forse il 10 giugno, e quel giorno era anche l'ultimo giorno del quinto ginnasio. A settembre avrei iniziato il primo liceo, quasi tutti i miei professori sarebbero cambiati, alcuni miei compagni sarebbero rimasti indietro. Al mio rientro non avrei più ritrovato la mia unica alleata di quegli anni: la bibliotecaria della scuola. Questo, però, ancora non potevo saperlo e lei si badò bene dal dirmelo.
Qualche giorno prima, avvolta nel suo tailleur rosa, mi aveva consigliato Canne al vento di Grazia Deledda, ma poi – senza apparente motivo – ci aveva ripensato.
«No, lascia stare la Deledda. Prendi questo, invece» e mi aveva porto una copia sgualcita di Cime tempestose di Emily Brontë.
Quel giorno di giugno era un giorno pressapoco inutile: non solo non avevamo fatto praticamente nulla, un paio di insegnanti neanche si erano presentati. Sostanzialmente, i miei compagni di classe erano lì a fare il countdown per la battaglia di gavettoni che ci sarebbe stata una volta usciti da scuola.

Io ero al terzo banco di una classe non mia (forse era sabato ed era questo il motivo per cui non eravamo nella solita aula), e non mi ero data neanche il disturbo, per tutta la mattina, di fingere di ascoltare gli altri, insegnanti o compagni che fossero: stavo terminando Cime tempestose e ne ero rapita. 
Al suono della campanella, riconsegnai il libro in biblioteca e chiesi alla bibliotecaria se questa Emily di libri ne aveva mica scritti altri. No, mi disse, ma avrei potuto esplorare tantissimi altri autori del periodo. 
Sì, certo, altri autori. E l'amore di Catherine? E i tormenti di Heathcliff? Un altro autore, certo, come no. Non potevo darmi pace, non era possibile che Emily fosse morta con un solo libro all'attivo. Non era crudeltà verso il lettore, forse, morire prima di scrivere un secondo libro?
Tornando a casa decisi che, nel giorni seguenti, sarei andata nella biblioteca vicino casa: dovevo cercare una cosa che somigliasse, almeno vagamente, alla passione contenuta nelle pagine di Cime tempestose.
Fu così che trovai Jane Eyre. Recandomi allo scaffale della lettera B – perché, chiaramente, era la bibliotecaria della scuola a sbagliarsi, doveva esserci un altro libro scritto da Emily – lessi Brontë. Ed eccole lì, una accanto all'altra: Anne, Charlotte ed Emily. Presi in prestito Jane Eyre, rilegato in due volumi dalla copertina in stoffa verde bottiglia, con gli angoli semi smangiucchiati e scuciti, e tornai a casa.
Questa è la storia di come conobbi Charlotte e mi innamorai pazzamente di lei e della sua vita. 

Ero ancora un'adolescente e imbattermi in una donna tenace, percorritrice dell'emancipazione femminile, fortemente realista ma, nonostante tutto questo, comunque molto romantica mi emozionava profondamente. La sentivo particolarmente vicina a me, soprattutto per il cattivo – per non dire assente – rapporto con il padre, per la sua natura schiva, per il desiderio di «camminare senza essere vista». Cercavo, in quegli anni, di mantenere un basso profilo e di risultare praticamente anonima agli occhi degli altri; leggere di una ragazza – perché, in fondo, quando iniziò a scrivere non era che una ragazza – che, nonostante mostrasse molto poco di sé agli altri,  fosse in grado di mettere così tanta passione nei suoi romanzi mi dava coraggio.

All'epoca non sapevo bene cosa avrei fatto della mia vita (e neanche adesso in effetti lo so), ma mi piaceva leggere e inventare storie. A volte le scrivevo anche, in quel diario pacchiano che però, all'epoca, mi sembrava davvero alla moda e all'avanguardia. Era un quaderno come tanti, in realtà, ma lo avevo riempito di ritagli di giornale di fotomodelli, paesaggi, orrendi adesivi di Cioè e riempivo le pagine di cose che mi sembrava avrebbero suggellato l'importanza del momento realmente vissuto: scontrini, gomme da masticare, foglie e fiori secchi. E scrivevo, inventavo situazioni e dialoghi, e stabilivo il colore dell'inchiosto – perché, ovviamente, possedevo una quantità spropositata di penne colorate – in base all'umore predominante. Meticolosamente mettevo in alto il luogo in cui ero, la data, l'umore, la canzone che stavo ascoltando e il nome della persona alla quale pensavo in quel momento.
(Mi) raccontavo anche un sacco di belle storie, storie nelle quali sorridevo, vivevo in una casetta con un piccolo giardino, facevo la libraia, andavo al lavoro in bicicletta e c'era sempre il sole. Oppure immaginavo storie ambientate nell'800, dove indossavo austeri abiti di velluto e giocherellavo con graziosi ombrelli di pizzo, passeggiando per le strade fangose di un posto non meglio definito in Inghilterra. 

Charlotte mi piaceva – e continua a piacermi – perché, come me, era animata da una forte passione
che, però, non la portava mai a far sfoggio delle sue conoscenze.
Piuttosto esprimeva questa passione con il sarcasmo, con le battute taglienti, con il forte desiderio di emancipazione sociale e l'interesse per la politica (della quale discuteva con una sua cara amica, Mary Taylor), con il temperamento che donava alle protagoniste dei suoi libri. E, prima di tutto questo, aveva impegnato tutte le sue forze e la sua fantasia nella costruzione del ciclo di Angria insieme al fratello Branwell, scritti che hanno influenzato significativamente la sua vita per diverso tempo.

Certamente Charlotte era molto più di quello che potevo essere io negli anni '90 del '900: dotata di una straordinaria personalità si sentiva costretta e imprigionata nel ruolo di insegnante nella stessa scuola da lei frequentata, la Roe Head. Un lavoro che non apprezzava, ma che le serviva a causa della condizione economica in cui versava la famiglia, e che accentuava il suo disinteresse e il suo conseguente rifiuto per i dettami della moda dell'epoca, per le regole dell'apparire nell'essere donna. Veniva, per questo motivo, considerata una ribelle, una donna dotata di poca femminilità e le sue idee di indipendenza la facevano tacciare di volgarità. 
Come possa essere considerata volgare una donna capace di scrivere quel capolavoro che è Jane Eyre io non lo so, ma so che Charlotte era perfetta così com'era: miope, di corporatura minuta e di eccessiva magrezza (stato fisico dovuto probabilmente agli anni di forte denutrizione vissuti in collegio), con l'andatura goffa e gli incisivi storti che non fece mai sistemare. 
Era bella perché riusciva a scrivere con gli occhi chiusi e lo faceva persino al buio, perché non si riconosceva nel concetto di donna oggetto, perché già nel 1830 avrebbe voluto un'istruzione superiore, perché avrebbe voluto vivere una vita appassionata senza restrizioni. 

Charlotte era bella perché era Charlotte. 

Questo non è un post sulla vita di Charlotte, sebbene io sia venuta a conoscenza di alcune delle nozioni relative alla sua vita attraverso Charlotte Brontë. Una vita appassionata di Lyndall Gordon (traduzione di Nicola Vincenzoni), pubblicato recentemente da Fazi, I sogni perduti delle sorelle Brontë di Syrie James (ormai fuori catalogo, tradotto da Roberta Scarabelli) pubblicato da Piemme e le introduzioni e prefazioni alle sue opere. 
No, questo non è un post sulla sua vita. È, piuttosto, una dichiarazione d'amore incondizionato.

6 commenti:

  1. Uh, devo sforzarmi di tenere a bada la sdolcinatezza, che quello che provi per Charlotte è quello che provo io per zia Jane, ma è pure quello che proverei per Charlotte se non ci fosse zia Jane, o se Jane Eyre fosse arrivato prima di Orgoglio e Pregiudizio.
    Mi sento arzigogolata.
    Anch'io mi sono aperta ai classici con Cime Tempestose, dopo anni che mia madre cercava di farmelo leggere. Sono schifosamente grata di non avere avuto altro da leggere in casa, quel giorno :P
    Però Charlotte è un'altra cosa, Charlotte è "qui e ora".
    Uff. Buon compleanno di Charlotte *^*

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    1. Be' be', io avevo già letto Piccole donne... Possiamo considerlo un classico o facciamo che è un classico per ragazzi? Comunque, niente, ecco, sono contenta che qualcuno capisca l'amore incondizionato per una persona morta. Molto morta. Senza neanche averla conosciuta di persona, poi.

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  2. Condivido l'interesse per la famiglia Brontë. Mi piacerebbe leggere la biografia di Charlotte scritta da Elizabeth Gaskell, che era sua amica e l'aveva conosciuta di persona :)

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    1. Duuuunque, sì, leggila. Io l'ho inziata ed è sicuramente diversa dalle biografie di oggi (per una serie di motivi differenti, quando la sfoglierai te ne accorgerai da sola). Tieni sempre ben presente che è una biografia scritta nell'800, quindi molte cose sono state omesse o fatte passare per altro. Proprio perché la Gaskell era una delle sue più care amiche, ma era anche una fervida conservatrice, molti degli aspetti di Charlotte che riteneva "inopportuni" (la sua idea di indipendenza economica e sociale, ad esempio), tende a nasconderli o ridimensionarli perché preoccupata dell'opinione che gli altri potevano avere di Charlotte (già non molto alta, per intenderci).
      Insomma, se posso permettermi di darti un consiglio, leggile entrambe e ti farai un'idea completa :)

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  3. Sì, questa volta ti sei impegnata parecchio ed hai scritto un bel post!! Bello, bello! Mi hai fatto ricordare dell’esistenza di Cioè (oohhmmmiodddio!!) Lessi Jane Eyre più o meno nello stesso periodo, io facevo il liceo scientifico e il libro lo acquistai nella cartolibreria del paesello. Edizione Garzanti. Ancora in libreria. Questa Vita appassionata pubblicata da Fazi mi sembra interessante (prendo nota).
    Ah, così per dire, ho sostenuto che mai mi sarei sposata e mai avrei convissuto con altri che non fosse la sottoscritta. Fino al compimento del 32° anno. Dopo due mesi mi sono messa insieme con l’uomo che avrei sposato da lì a qualche mese. Quindi attenta con queste affermazioni perentorie perché si corrono seri rischi.

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    1. Grazie cara ^_^
      E quindi l'uomo che hai sposato "da lì a qualche mese" ti ha proprio conquistata se è passato così poco tempo. Lo so, dici il giusto, ma è anche vero che sono "pericolosamente" vicina ai 32, manca molto poco e all'orizzonte... NESSUNO. Chissà se la spunterò io o verrò conquistata :P

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