mercoledì 28 ottobre 2015

Recensione La casa di Parigi

Gente, buongiorno!
Finalmente oggi vi parlo de La casa di Parigi di Elizabeth Bowen, letto in pochissimo tempo ma che ha, invece, richiesto tanto tempo per essere metabolizzato. Strano che per alcuni libri il tempo di lettura sia inversamente proporzionale al tempo di "digestione". Con la vecchiaia, sic, mi accade più spesso di quanto si immagini. Forse perché scelgo libri più complessi, diciamo così, rispetto a quelli che leggevo prima. Comunque, i miei complimenti a Sonzogno che da un po' di tempo a questa parte sta pubblicando tutta bella robetta che qui, in casa Nereia, è molto ben gradita (ma la copertina? Eh? La copertina?! Oddeo!).

Titolo: La casa di Parigi
Autore: Elizabeth Bowen
Editore: Sonzogno
Traduttore: Alessandra Di Luzio
Pagine: 286
Prezzo: 16 €
Il mio voto: 3,5 piume

Trama

Siamo a Parigi, in inverno, la Grande guerra è finita da poco, aleggia sulla città un'atmosfera cupa e vischiosa. Alla Gare du Nord scende Henrietta, undici anni, con in mano la sua scimmietta di pezza. Viene a prenderla la signorina Fisher, un'amica di famiglia che la ospiterà per una intera giornata in un elegante appartamento, in attesa di farla ripartire per il Sud della Francia. In quella casa borghese, dal confortevole odore di pulito, Henrietta si imbatte in una gradita sorpresa: c'è un suo coetaneo, il fragile Leopold, avviato verso un futuro incerto. Tra i due bambini, estremamente sensibili e inquieti, dopo l'iniziale diffidenza, si accende la curiosità: di ciascuno nei confronti dell'altro, e di entrambi verso il misterioso mondo degli adulti. I due fanciulli, grazie agli indizi disseminati attorno a loro, rivivono, tra immaginazione e realtà, le tormentate storie d'amore dei grandi, in particolare quella scandalosa tra la madre di Leopold e il suo padre naturale. Acclamato come un classico al momento della pubblicazione (1935), "La casa di Parigi", oltre a mettere in scena una rovente passione sentimentale, è un acuto studio psicologico e un esercizio di finezza letteraria sulla prima irruzione del dolore, sulla scoperta del sesso e sulla perdita dell'innocenza.

La recensione

Dopo diverso rimuginare (e rimandare!), sono riuscita a scrivere la recensione de La casa di Parigi di Elizabeth Bowen, pubblicato da Sonzogno nella traduzione di Alessandra Di Luzio.
È un'impressione che avevo avuto già leggendo La morte del cuore, pubblicato da Neri Pozza nel 2012, quella che la traduzione dei testi della Bowen non sia poi cosa leggera. Un po' per il lessico utilizzato e il registro stilistico dell'autrice e, in larga parte, per i suoi repentini cambi di punti di vista. È un'autrice difficile la Bowen, da leggere e da tradurre.
La casa di Parigi, apprendo solo dopo averlo letto, è il quinto romanzo di Elizabeth Bowen, autrice irlandese vissuta tra il 1899 e il 1973 di cui avevo scoperto le uniche due opere pubblicate in Italia grazie alla biblioteca vicino casa mia.
La Bowen, insieme ad altri illustri artisti quali la Virginia Woolf – che ne era anche la fondatrice insieme al fratello –, Lytton Strachey ed Edward Morgan Forster faceva parte del Bloomsbury Group, nato come un'assemblea sociale informale di neolaureati all'Università di Cambridge. Sebbene si occupassero di arte in modi diversi, del gruppo non facevano parte solo scrittori ma anche pittori, critici e musicisti, accomunati dallo stesso pensiero: l'importanza dell'arte. Le loro singole opere, perché come gruppo non produssero mai nulla, influenzarono la letteratura, la critica, l'economia e furono di grande riferimento per movimenti quali il femminismo e il pacifismo.
Leggendo le opere di Elizabeth Bowen, autrice praticamente sconosciuta in Italia, non è difficile immaginare in che modo la sua scrittura abbia influenzato la letteratura anglosassone.

Nello scrivere La casa di Parigi, la Bowen si avvale del concetto filosofico del tempo, suddividendo il romanzo in presente, passato e presente progressivo (presente continuous in inglese, tempo verbale non appartenente alla lingua italiana) e ambienta gran parte della vicenda, salvo il passato, in un unico luogo: la casa di Parigi della signorina Fisher.
È interessante questo aspetto del romanzo perché il tempo è un non tempo: tutto rimane sospeso, senza che il tempo fisico corrisponda mai al tempo mentale.
Il presente è scandito dalla figura e dai pensieri di Henrietta, una bambina di undici anni, orfana di madre e di passaggio a Parigi, città nella quale rimarrà solo per un pomeriggio prima di dirigersi a casa della nonna, nel sud della Francia. Henrietta è ospite della signorina Fisher – che si è recata alla stazione ferroviara per andare a prenderla al suo arrivo – e della madre molto malata.
Sebbene la signorina Fisher parli diverse volte della possibilità di portare Henrietta a fare un giro per la città, questa azione non viene mai compiuta per via della madre della signorina Fisher che sembra, con la sua presenza non sempre fisica ma spesso incombente in discorsi, ricordi e pensieri, come tenerle prigioniere. In casa Henrietta conoscerà Leopold, un bambino proveniente dall'Italia che si trova a Parigi perché, dopo anni in cui ha vissuto presso una famiglia adottiva a La Spezia, ha la possibilità di incontrare finalmente la vera madre. Ed è all'interno della casa della signorina Fisher, e di una stanza in particolare, che si svolge gran parte del presente, una casa che dalle parole di Henrietta sembra sia buia, poco accogliente, fredda. O almeno questa è l'idea che è giunta fino a me, che si trattasse di un luogo triste e, se vogliamo, un po' deprimente, dalle tinte funeree.

Attraverso le parole dure e spigolose della scontrosa signora Fisher, si viene a conoscenza del passato della signorina Fisher e diventa chiaro al lettore chi è Leopold e per quale motivo si trova in casa Fisher. Il passato è la seconda parte del romanzo, ambientato per metà a Parigi e per metà in Inghilterra, luoghi per la maggior parte dei casi aperti o comunque "areati". Un tuffo nel passato che mostra una dimora diversa, che ospitava ragazze dell'alta borgesia per gli studi; una di queste ragazze, Karen, è la madre di Leopold, all'epoca molto amica della famiglia Fisher. Il focus si sposta e, quindi, Henrietta non è più la protagonista del romanzo e non lo è più, ovviamente, neanche il suo punto di vista ma il racconto si sposta sulla figura di Karen, madre di Leopold, e sulle sue incertezze amorose.
Non entro nello specifico perché, altrimenti, direi troppe cose della trama rendendo questa recensione piena di spiacevoli spoiler.
La terza parte del romanzo è molto breve ed è scandida, invece, dal present continuous: il punto di vista della narrazione non è più di un personaggio in particolare poiché il protagonista di ciò che accade è il tempo, ciò che succede mentre succede. Difficile da spiegare, temo, senza raccontare troppo del romanzo. 
Un romanzo che, nel periodo in cui è stato scritto, certamente si avvale di un metodo di scrittura rivoluzionario e sperimentale, un intreccio narrativo interessante e una prosa a tratti onniscente, a tratti altezzosa, a tratti invece tormentata e coinvolgente.
Un piacere per il cuore e l'intelletto.

6 commenti:

  1. Mi basterebbe l'ultima frase per prenderlo ;)
    L'ho adocchiato quando doveva ancora uscire e ora che ho letto la tua recensione m'ispira ancora di più. Elizabeth Bowen la conosco solo di nome, ora devo passare ai fatti ^^

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    1. Devo leggere solo L'ultimo settembre, pubblicato da Neri Pozza, e poi ho letto gli unici tre lavori pubblicati in Italia ^_^
      Se ti piace il romanzo "riflessivo" leggilo, non ne rimarrai delusa. È un libro che, come dicevo altrove, non è responsabile di rezioni di pancia ma più che altro di testa.

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  2. L'ho letto anch'io!

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