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venerdì 9 settembre 2016

Francamente me ne infischio #8 – Rosmary Beach #1


Buongiorno miei prodi,
è passato del tempo dall'ultima volta che qui si è parlato intensamente di un libro de merda, me ne rendo conto. Purtroppo anche io, alle volte, ho bisogno di leggere qualcosa di davvero interessante e di non perdere tempo con inutili fandonie. 
È pur vero che il mio sogno è essere una vera conoscitrice dell'editoria e quindi, nella più delle irreali ipotesi in cui dovessi lavorare in libreria, è bene conoscere, anche solo in modo approssimativo, parte del marcato di cui, invece, francamente me ne infischio. Per questo motivo e, inoltre, per la mia innata predisposizione al brutto, è bene che ogni tanto mi dedichi a ciò che campeggia in libreria e che pare abbia discreto successo. 
In una giornata calda e afosa di non so manco più che mese, ho scelto quindi di avvicinarmi all'autrice che ha fatto scaldare i cuori (e non solo) di milioni di donzelle nel mondo (ahimè Italia inclusa). No, non sto parlando della mia amica Jami McGuire, ma di Abbi Glines autrice de un sacco de libri ma proprio così un sacco che io mi chiedo quanto ci mette staggente a scrivere un libro. Io pe' un racconto (de 6 pagine co' un sacco de spazi) su richiesta c'ho messo un mese, ma vabbè.
Quindi Abbi Glines, autrice de un sacco de robba oscena, è autrice pure della serie di cui ci occuperemo approfonditamente. C'avevo così tanto da dì che, raga, ho dovuto dividere i post. Anche perché è una trilogia di così alto livello che Tolkien, per favore, levete che la tua Terra di Mezzo è n'incredibile ciofèca a confronto. 
Oggi parliamo del primo volume di questa trilogia (sto piangendo, sapevatelo, mentre scrivo 'ste cose) che si chiama Irraggiungibile.

Partiamo col dire che la copertina con i due tipi in rigor mortis non lascia già ben sperare, ma io volevo dare una chance ad Abbi. Il pregiudizio, si sa, logora gli animi e uccide la democrazia e blabla. E quindi, via i pregiudizi!, mi son detta, iniziamo questo ammasso di carta.
La trama è più o meno questa qui: Blaire, orfana di madre da 36 giorni (o erano 6? Non me ricordo, ma tanto è un dettaglio inutile), decide di recarsi dal padre a chiedere aiuto. Il padre, infatti, ha abbandonato moglie e figlia quando la moglie s'è ammalata per andare a vivere con un'altra donna. Un simpaticone, non c'è che dire. 
Il libro inizia con Blaire che giunge col suo pick-up sfasciato in una villa stratosferica con un sacco di macchinoni parcheggiati davanti all'ingresso: la nuova casa di suo padre. 
Mentre è lì che si domanda se questo posto abitato da esseri umani molto ricchi è un posto sicuro (capitela, lei viene dal nulla, dove la cosa più divertente che potevi fare era osservare una mucca che scaccia le mosche con la coda, non è abituata alle Range Rover, si pensa che da parcheggiate aggrediscano la gente), qualcuno le apre la portiera. E lei, grande guerriera di 19 anni, probabilmente cresciuta a pancake e tiro al piattello, che fa? Punta una pistola sulla faccia del malcapitato di turno. 
La mia faccia a pagina 8, tipo.
Ora, a parte che poteva pure tranquillamente essere quello stronzo che ti apre la portiera per galanteria e dopo ti parcheggia la macchina (e lo fa guadagnando due lire in croce), ma dico, ma sei seria? Cioè, se uno per sbaglio passava di lì e le chiedeva l'ora? Un pugno sui denti e un morso al ginocchio così ci assicuriamo di smantellargli il legamento crociato anteriore? 
Comunque, non si trattava del parcheggiatore ma di Grant, fratellastro/amico/essere inutile del protagonista maschile principale che si chiama Rush (sul quale torneremo tra poco). Quindi Grant, dopo aver rischiato probabilmente un attacco di cuore a poco più di 20 anni, spiega a Blaire che si trova in un posto civile e che la caccia al piccione tra i ricchi non si fa, così lei conserva la pistola ed è tutto risolto. A quel punto appare Rush, che si scopre essere il figlio della nuova moglie del padre di Blaire – che si informa brevemente delle generalità di Blaire e le comunica che suo padre è in vacanza con la nuova moglie e che chissà quando cazzo si degnerà di tornare a casa, ma tanto a noi che ce frega, siamo ricchi, i genitori non ci servono. Rush le concede comunque di rimanere in casa:
«Stasera c'è una stanza vuota. Lo resterà finché mia madre non torna. Quando lei va in vacanza, non voglio avere intorno la sua domestica, Henrietta. La faccio venire soltanto una volta la settimana. Puoi usare camera sua, nel sottoscala. È piccola, ma un letto c'è». 

mercoledì 14 ottobre 2015

Francamente me ne infischio #7



Ooook, dunque. Era da tanto che non mi capitava di leggere un libro così orrido e così portatore di rabbia! Per fortuna, allora, che abbia deciso di intraprendere la lettura della serie di Divergent, così ho potuto esperire stati di ansia, allucinazioni e una noia mortale nel leggere gli ultimi dieci capitoli. 
Dici, è un romanzo per ragazzi, d'azione, dovresti divorarlo. Sì, certo, tra una bestemmia e uno sbadiglio ci ho messo ricchi 20 giorni per terminarlo. E no, non è perché è in inglese che l'ho letto, perché con Fangirl di Rainbow Rowell (qui la recensione) ci ho messo circa 5 giorni e il numero di pagine era lo stesso. È che proprio questa saga, a me, non entusiasma. Non capisco i voti così alti, anche da ragazzina mi avrebbe annoiata a morte. Santo cielo, io leggevo la serie di Norby di Asimov quando ero piccola, Divergent e Insurgent li avrei usati per pulirmi le scarpe dal fango quando pioveva.  
Comunque, a Divergent avevo dato tre stellette, convinta che comunque fosse un prodotto per ragazzi discretamente confezionato e invece... E invece il secondo volume si becca un bel Francamente me ne infischio!

Autore: Veronica Roth
Titolo: Insurgent
Prezzo: 12,11€ (con questa cover, altrimenti ci sono edizioni meno care)
Editore: Harper&Collins
Pagine: 525 (ma variano da edizione a edizione)
Il mio voto: 2, ma è più un 1,45


Riassunto, in breve, della trama. Ché sennò qua chi non ha letto il primo non capisce perché questo libro è una ciofeca.
Chicago, dopo un evento catastrofico che non sappiamo quale è, è governata da fazioni: Abneganti al potere (gli Abneganti sono i frigidi, per intenderci, altruisti per natura), Pacifici (hippie e agricoltori), Intrepidi (poliziotti – diciamo così – e teste di cazzo), Eruditi (scienziati e acculturati), Candidi (amici che non vorresti mai avere, dicono sempre la verità. Pensa alle amiche Candide "Cara, hai un culo che fa provincia, questo vestito fa schifo addosso a te. Se vuoi fare vomitare i passanti, però, indossalo pure". No, grazie, no Candidi tra le mie amicizie). 
Poi ci sono i Divergenti, gente che potrebbe appartenere a più fazioni perché presenta le caratteristiche di più di una Fazione (nel mondo reale sarebbero le persone normali) e i Factionless (senza fazione, ma non ricordo in italiano come si chiamano), persone che sono state cacciate da una fazione o se ne sono andate o hanno fallito l'iniziazione o blablabla. Per farla breve: i reietti.
Gli Eruditi, e cioè solo la loro leader perché degli altri non si hanno notizie, vogliono salire al potere e, quindi, commettere un colpo di stato. Il perché, reale, non si sa. Sì, ok, avere il potere e poi? Boh. Già che ci stiamo uccidiamo due o tre persone e facciamo esperimenti sui Divergenti, considerati pericolosi e "mamma mia, che paura! Una sedicenne in piena pubertà".
Quindi Jeanine inventa un siero che rende gli Intrepidi inutili esseri umani telecomandati. Inizia una guerra, dove gli Intrepidi a suon di mazzate e pistole uccidono centinaia di Abneganti. A questo punto, entrano in gioco Tris e Tobias/Four che sono Divergenti e la loro compagnia dell'anello (cioè la Resistenza – ma io la chiamo così, ché la Roth non è così acculturata). Tris e Tobias riescono a bloccare la simulazione che rende gli Intrepidi semplici burattini e scappano. Dici, perché non uccidono Jeanine? Boh. Una domanda che l'editor non deve essersi posto, ma il lettore mediamente intelligente sì. Ce l'hai lì, davanti, a portata di mano, una testata sul setto nasale e via. Invece no. Nel frattempo, insieme alle pagine in cui succede qualcosa, il lettore è costretto a sorbirsi diverse pagine dove non solo non succede niente, ma si assiste a dialoghi inutili e ridondanti su quanto il padre di Tobias sia brutto e cattivo e Tobias invece, con i suoi occhi blu scuro, una robba da paura, cioè guarda che lui veniva maltrattato, cioè non puoi capire, è coraggioso ma ha paura, la sua fronte sulla mia e una mare di cazzate di questo tenore.

Insurgent inizia proprio laddove Divergent termina. Tris, Four, Caleb (fratello di Tris) e Marcus (padre di Tobias) scappano per dirigersi verso il quartier generale (o come diavolo si chiama in italiano) dei Pacifici per cercare riparo e, soprattutto, aiuto contro Jeanine e il suo esercito.
E da pagina 15 credo, tutto è in discesa. Nel senso di un tracollo vertiginoso verso l'inutilità e l'idiozia. La Roth aveva costruito una storia e un contesto che, nonostante le pecche e le superficialità, poteva proseguire benissimo e rimanere una trilogia non dico ben riuscita, ma quasi. E invece mandiamo tutto a tarallucci e vino.

venerdì 4 settembre 2015

Recensione Divergent

Ok gente, neanche mi pare vero di essere riuscita a trovare un attimo – più di un attimo, circa qualche ora in più giorni – per parlarvi di Divergent.
Letto in inglese, nell'edizione HarperCollins, ne consiglio la lettura anche a chi non ha una conoscenza dell'inglese molto approfondita.
Per il resto, che dire? Ho il nuovo Kindle Paperwhite, dato che il mio vecchio e-reader è andato verso il Paradiso dei lettori ebook. È comodo, è più piccolo del catafalco che avevo prima e non pesa niente. Spero di riuscire a dimezzare la pila dei libri cartacei da leggere per provarlo il prima possibile. Ah, l'emozione! Neanche i ragazzini davanti al nuovo modello della PlayStation.

Titolo: Divergent
Autore: Veronica Roth
Editore: HarperCollins
Pagine: 487
Prezzo: 10,85€ (con un'altra copertina, questa versione invece costa 16,01€)
Il mio voto: 3 piume

Trama

Dopo la firma della Grande Pace, Chicago è suddivisa in cinque fazioni consacrate ognuna a un valore: la sapienza per gli Eruditi, il coraggio per gli Intrepidi, l'amicizia per i Pacifici, l'altruismo per gli Abneganti e l'onestà per i Candidi. Beatrice deve scegliere a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia. Prendere una decisione non è facile e il test che dovrebbe indirizzarla verso l'unica strada a lei adatta, escludendo tutte le altre, si rivela inconcludente: in lei non c'è un solo tratto dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo segreto - se reso pubblico - le costerebbe la vita. Non sopportando più le rigide regole degli Abneganti, la ragazza sceglie gli Intrepidi: l'addestramento però si rivela duro e violento, e i posti disponibili per entrare davvero a far parte della nuova fazione bastano solo per la metà dei candidati. Come se non bastasse, Quattro, il suo tenebroso e protettivo istruttore, inizia ad avere dei sospetti sulla sua Divergenza...

La recensione 

La recensione di Divergent, in realtà, lascia un poco il tempo che trova. Libro letto e recensito da tutti, bestseller acclamato, incassi da record sia per il libro che per il film, successone mondiale, tradotto in così tante lingue che forse non manca neppure l'esperanto. 
L'opinione di Nereia, dunque, su un libro che hanno letto praticamente pure i miei dirimpettai è superflua. Inoltre, come se l'aver letto un libro che hanno letto tutti non fosse abbastanza, sono giunta al libro con circa tre anni di ritardo – come al mio solito quando esplodono questi casi letterari.
Detto ciò, Divergent. Primo volume di una trilogia più o meno distopica ci racconta la storia di Beatrice, una ragazzina che vive nella città di Chicago in un epoca non meglio definita – a me la Roth ha dato l'impressione che il tutto si svolgesse in un domani non poi così lontano nel tempo.
Una Chicago (o forse un'intera nazione? In Divergent – e sospetto anche negli libri successivi – non viene menzionato il resto del mondo) che, successivamente a una guerra (per quale motivo sia esplosa non si sa) è organizzata secondo una società suddivisa in fazioni. Fuori Chicago, protetta da delle mura, non si sa bene cosa ci sia e chi ci viva, ciò che si sa è che al di fuori si trovano coloro che non si sono mai ripresi dalla guerra.
Le fazioni sono cinque e a ognuna di queste è assegnata l'attività per la quale, grazie alle caratteristiche di personalità, gli appartenenti alle fazioni hanno maggior predisposizione: agli Eruditi, devoti alla scienza e alla conoscenza, è stata assegnata la ricerca e l'insegnamento, agli Abneganti, altruisti per natura, è stata assegnata la gestione degli aiuti per il prossimo e la guida del governo, ai Pacifici, che rigettano l'aggressività, è stata assegnata la coltivazione delle terre e l'assistenza sociale, ai Candidi, incapaci a mentire, è stata affidata la legge e agli Intrepidi, forti e coraggiosi, è stato affidato il controllo dell'ordine all'interno della città.

La scelta della fazione alla quale appartenere, a seguito di un test, viene fatta al raggiungimento dei sedici anni: i ragazzi possono scegliere se rimanere nella fazione d'appartenenza o, sempre seguendo le proprie inclinazioni caratteriali, decidere di migrare. Il romanzo ha inizio proprio nei giorni in cui Beatrice e suo fratello Caleb si preparano a scegliere la fazione alla quale apparterranno per il resto della loro vita, non solo perché "la fazione viene prima del sangue" ma, soprattutto perché non è poi possibile ritrattare la scelta. Chi non riesce a scegliere o chi rinuncia alla propria fazione dopo aver effettuato la scelta viene escluso dalla società e ghettizzato.
L'idea di fondo, quella di una società a suo modo funzionale ma comunque crudele e fortemente schematizzata mi ha molto colpita. Non è un mistero, mi piacciono i libri distopici e Divergent ne presenta diverse caratteristiche e, in più, nutro un interesse particolare verso quelle storie che narrano di ribellioni. Ribellarsi a un sistema, a una sorta di schiavitù mentale, mi ricorda di quanto l'essere umano possa essere intelligente e stupido allo stesso tempo. E mi ricorda, anche, che l'essere umano non è altro che un animale che vive in branco, in lotta con altri branchi.
E questo, in Divergent – che, ricordiamolo, è pur sempre un libro per adolescenti – traspare molto bene, nel personaggio di Jeanine e in quello di Peter in particolare.
Ma sebbene l'idea di base e la creazione di un contesto storico-sociale rendano Divergent un buon prodotto, ho avuto come l'impressione che Veronica Roth non ci abbia creduto abbastanza. Un romanzo che poteva – e in effetti continua ad avere – un ottimo potenziale, viene snaturato dalle vicende personali e un po' troppo adolescenziali di Beatrice che, oltre a dover sopravvivere alla sua iniziazione verso il mondo degli adulti, deve anche lottare con la sua prima esperienza amorosa.

martedì 16 giugno 2015

Recensione L'anello dei Faitoren

Ok, il peggio è passato. Sono ufficialmente fuori da casa mia, ospite di mia sorella fino a quando non saranno terminati i lavori. 
Perdonate l'assenza, credevo che sarei riuscita a svuotare camera (e casa), vivere la mia vita, andare in palestra, leggere e tenere il blog e il resto aggiornato. Invece no, servivano chiaramente giornate di più di 24 ore e anche una resistenza fisica maggiore. Cosa che, ecco, non mi si addice... La resistenza fisica, intendo. Le giornate con più di 24 ore, invece, sono uno dei miei sogni di sempre, come il teletrasporto. E una cabina del telefono per la polizia blu in camera. 
Ma non si può avere tutto dalla vita e quindi mi sembra quasi scontato che debba rinunciare, al momento almeno, a tutte e tre le cose. 
Quindi, dicevo, sono tornata e, finalmente, ho trovato il tempo di parlarvi di un libro. Oggi vi parlo de L'anello dei Faitoren, di Emily Croy Barker. Sì, è proprio lui, il libro la cui copertina era stata oggetto di forte critica su questo blog (e come darmi torto?). Ebbene l'ho letto, perché Giunti mi ha omaggiata di una copia. Grazie Giunti ^^

Titolo: L'anello dei Faitoren
Autore: Emily Croy Barker
Editore: Giunti
Pagine: 621
Prezzo: 16 €
Il mio voto: 3 piume

Trama

E se bastassero poche, enigmatiche parole a trasformare una ragazza molto delusa in una creatura dai poteri eccezionali? Nora Fischer non ha mai pensato di possedere doti straordinarie o di essere destinata a grandi cose. Anzi, da quando il fidanzato l'ha lasciata e la speranza di una promettente carriera universitaria è svanita nel nulla, è convinta di valere ben poco. Finché un giorno, dopo una festa in campagna, si imbatte in una vecchia lapide su cui legge alcuni versi dal significato oscuro. Pochi istanti e Nora stenta a riconoscere il luogo in cui si trovava fino a una attimo prima: davanti a lei si staglia un maestoso palazzo circondato da un parco lussureggiante, e una donna vestita di bianco la accoglie con entusiasmo. Nora non sa ancora di trovarsi al cospetto di Ilissa, la potente regina di Faitoren. Trascinata in un turbinio di feste, passeggiate a cavallo e cene fastose, coperta di splendidi abiti e gioielli, Nora diventa la donna seducente e irresistibile che ha sempre sognato di essere: la compagna ideale per il bellissimo principe Raclin, che la chiede in sposa. Ma qualcosa stride in quell'universo perfetto. C'è un pericolosissimo sortilegio da sciogliere, quello dell'anello che Raclin ha messo al dito di Nora.

La recensione

Guardando le recensioni online, lo ammetto, mi ero fatta diversi pregiudizi su questo romanzo. Leggevo, soprattutto, lamentele circa il fatto che non si trattasse di un romanzo autoconclusivo ma del primo di una trilogia. Vi dirò la verità, a me non è dispiaciuto affatto che non fosse un romanzo autoconclusivo. È vero, siamo d’accordo, sul mercato ormai sono più le storie narrate a puntate che quelle autoconclusive, ma se si ha l’accortezza di non leggere sempre le stesse cose e, quindi, di variare genere di lettura ogni tanto – e casa editrice magari – non si percepisce come fastidiosa una trilogia. In sostanza, per me che non leggo libri a puntate da un po', il fatto che si trattasse di una trilogia ha contribuito ad avere un punticino in più nel mio giudizio.
Vediamo insieme la trama, molto brevemente. Nora, una ragazza di trent’anni, durante un’escursione per puro sbaglio oltrepassa un varco dimensionale e si ritrova in un mondo parallelo che nulla ha di uguale al nostro mondo. La donna che le offrirà ospitalità e, secondo Nora, anche aiuto è Ilissa, la bellissima regina del popolo dei Faitoren. Come potete ben immaginare, Ilissa altri non è che una donna sì bellissima – all’apparenza! – ma anche malvagia e decisa a far tutto pur di ottenere ciò che vuole: potere e un regno degno di questo nome per il suo popolo. Nora, però, non si accorgerà presto di chi Ilissa è nella realtà perché vittima di incantesimi che riescono a confonderla e a farla agire secondo quanto desidera Ilissa. 
Questa, forse, è l’unica critica che mi viene da muovere nei confronti del romanzo. Ok gli incantesimi, siamo d’accordo che confondevano Nora e le facevano credere cose che non erano reali. Però, ecco, diciamo che il suo affidarsi totalmente e incondizionatamente alle mani di Ilissa, fidandosi ciecamente di una persona appena conosciuta… Ecco, questo non depone esattamente a suo favore. Nessuna donna di trent’anni si farebbe convincere così facilmente e, soprattutto, nessuna donna di trent’anni agirebbe come non solo la Nora di inizio romanzo, ma anche come la Nora – diversa e più matura – in cui la protagonista si trasformerà. 

venerdì 3 aprile 2015

Recensione Il tuo meraviglioso silenzio

Avrei tanto voluto che questo libro rientrasse nella categoria dei Francamente me ne infischio, lo avrei voluto immensamente. L'ho cominciato con la speranza che si trattasse di un libro demmerda e invece no. Inutile dire che ci sono rimasta molto, ma molto, male. Perché, piuttosto che avere una propria personalità da libro de merda, si tratta invece dell'ennesimo libro "meh" letto quest'anno. Non so cosa ho fatto di male per meritare ciò. Dimmi, mio signore fato, che ho fatto di male per meritarmi tanti libri "meh"?
Comunque, al momento sto leggendo un libro che non pare appartenere alla suddetta categoria per cui, incrociamo le dita, potrebbe finalmente trattarsi di un libro che mi piacerà. Ma andiamo a parlare di un libro che poteva essere un libro de merda e, invece, lo è stato solo in parte.

Titolo: Il tuo meraviglioso silenzio
Autore: Katja Millay
Editore: Mondadori
Pagine: 462
Prezzo: 14,90 €
Il mio voto: 3 piume (ma siamo arrivati a 3 per il rotto della cuffia)

Trama

Le sue dita non possono più correre sul pianoforte, il suo mondo pieno di note è diventato muto. Nastya era una promessa della musica, prima. Prima che tutto precipitasse, prima che la vita perdesse ogni significato. Da 452 giorni Nastya ha smesso di parlare, e il suo unico desiderio è tenere nascosto il motivo del suo silenzio. La storia di Josh non è un segreto: ha perso tragicamente i suoi cari, e solo nel recinto impenetrabile che ha costruito intorno a sé si sente al riparo dalla compassione degli altri e libero di dedicarsi in solitudine all'unica cosa che lo tiene in vita: intagliare il legno. Quando sembra non esserci più luce né speranza, Nastya e Josh si trovano e le sensazioni sopite esplodono dal corpo e dal cuore. Due lontananze si incontrano, cercando l'una nell'altra la forza per superare il passato e rinascere davvero.

La recensione 

Come due intrusi che sorvolano le tangenziali dell'intimità, fiutando diffidenze e affinità

Il tuo meraviglioso silenzio racconta la storia di Natsya, una ragazzina che – a seguito di un trauma che le ha causato una parziale invalidità della mano sinistra – ha deciso consciamente di non parlare più. Mai. A nessuno. Senza che gli altri sappiano il perché del suo gesto. Gesto che io, personalmente, non condivido e trovo anche abbastanza sciocco, considerando che non ha alcun vantaggio per lei. 
Nastya non parla per non dover rispondere alle domande della sua famiglia su ciò che ricorda di quel giorno, il giorno in cui – dice lei stessa – qualcuno le ha tolto la vita. Così cambia scuola, cambia città, cambia anche il modo di vestire. Si trasferisce in un posto a sole due ore di distanza dal luogo in cui ha sempre vissuto, a casa della zia, per poter vivere una vita diversa. 
Nessuno, nella nuova scuola nella quale andrà, ha idea di chi sia, di cosa le sia successo. Non so come funziona negli Stati Uniti ma se una ragazza viene brutalmente aggredita a Viterbo, che si trova esattamente a 1 ora e 22 minuti da Roma, lo sanno anche i sassi in circa un quarto d'ora. Comunque pare che nessuna delle persone che entra nella sua nuova vita, sebbene abbiano diversi indizi per fare una ricerca su Google e ottenere anche risultati soddisfacenti, sembra sapere chi è. 
Mi domando, inoltre, come si possa iniziare una nuova vita "lontano da tutti e tutto e lontano dal luogo che ti ha fatto soffrire" quando questo luogo è a meno di duecento chilometri dal posto in cui ci si è trasferiti – che, per la cronaca, non è neanche una città tanto più grande. 
Possibile che nessuno, amici dell'autrice compresi (nei ringraziamenti si legge che tre quarti delle sue conoscenze hanno letto questo romanzo in fase di stesura) le abbia fatto notare che SPOILER se una stella nascente del pianoforte, ragazzina sedicenne prodigio, viene brutalmente aggredita e lasciata quasi in fin di vita in un paese di 7,444 abitanti (fonte Wikipedia) c'è la probabilità che il telegiornale, non dico nazionale ma almeno statale, ne parli per mesi? E possibile che a due ore di distanza, in un paese altrettanto contenuto per numero di abitanti, nessuno guardi la televisione? Soprattutto se, come ci lascia intuire l'autrice, la nostra Nastya era davvero così brava con il piano, tanto da suonare dovunque (feste, centri commerciali, eventi, cerimonie). Va bene, cambia abiti e nome, ma basta davvero questo? Anche perché pare che i professori siano al corrente di chi è e del perché non proferisce parola. Il pettegolezzo è pari a zero in questo posto, tocca andarci a vivere se si ha qualcosa da nascondere. Wisteria Lane, in confronto, è roba da poco. FINE SPOILER 
Critiche a parte – e non sono certamente finite – Il tuo meraviglioso silenzio ci racconta la storia di due solitudini, venutesi a creare a causa di forti traumi che hanno portato a delle perdite, di persone care nel caso di Josh, e di identità nel caso di Natsya. Ho trovato questo aspetto interessante perché, ultimamente, le perdite e i traumi vengono trattati a dir poco superficialmente nei romanzi dedicati a un pubblico giovane. Qui invece, con mia somma sorpresa, l'autrice cerca di dare voce al malessere che la morte e la mancanza dei genitori ha causato, e continua comunque a causare, a Josh senza banalizzarne o stereotiparne le reazioni. Il dolore rende Josh, contemporaneamente, intoccabile e disadattato. Intoccabile agli occhi dei coetanei che lasciano che lui passi la pausa pranzo seduto su una panchina, completamente solo, occhi e testa bassa, in silenzio. 
Nessuno divide il pranzo con lui, nessuno siede nelle sue vicinanze, nemmeno il suo migliore amico. Intoccabile, probabilmente, anche agli occhi dei docenti che, sfido io, in una scuola superiore nella quale si conoscono più o meno tutti, a non avere idea di ciò che accade (ma, tant'è, dicevamo prima che questo posto è come Wisteria Lane). 
Disadattato, invece, agli occhi del lettore, agli occhi di Natsya e a quelli dei genitori di Drew – il suo migliore amico – che lo invitano più spesso del dovuto ad andare a vivere insieme a loro, per poter dare a Josh ciò che più somiglia a una famiglia. E non solo in termini di aiuto, ma anche e soprattutto di affetto.
Un romanzo che, considerando il pubblico di riferimento e l'enorme quantità di sciatteria editoriale presente sul mercato editoriale nell'ultimo periodo, utilizza invece ottimi argomenti per farsi leggere scorrevolmente dagli adolescenti, senza trasmettere messaggi sbagliati. 
Certo, gli adulti non ne escono fuori egregiamente, anzi, sono piuttosto delle macchiette non solo incapaci di comprendere gli adolescenti, ma anche disinteressati a farlo. SPOILER Trovo veramente preoccupante che un'adolescente traumatizzata, che non parla addirittura, venga mandata dai genitori (DAI GENITORI, porca paletta, I GENITORI!!) a casa della zia che fa dei turni di lavoro massacranti e non ha idea di come si faccia un uovo sodo. Zia che, tra le altre cose, sembra non accorgersi che la nipote ha cominciato a vestirsi come le battone dei peggiori bar di Caracas per andare a scuola. E trovo ancora più preoccupante che non ci sia un codice di abbigliamento in una scuola superiore. Cioè, nella mia non c'era, ma se ti presentavi vestita da Pretty Woman, il vicepreside (e forse prima di lui lo faceva Anastasia, la bidella alla porta) ti prendeva per i capelli e ti faceva tornare a casa in un attimo. FINE SPOILER
Così come gli adulti, anche alcuni altri personaggi restano sullo sfondo, inutili e superficialmente abbozzati. Ovvio, in un romanzo non tutti i personaggi devono essere caratterizzati fino allo sfinimento e non è necessario ricorrere al loro albero genealogico, altrimenti diventa un volume de Le Garzantine di letteratura italiana, ma in questo libro, ad esempio, il personaggio di Clay è più o meno inutile. O meglio, serve giusto a uno scopo. E a me (ma a me eh mica a tutti) dà enormemente fastidio quando, in un romanzo, un personaggio viene inserito solo perché l'autore deve servirsene per fargli fare e/o dire qualcosa. E basta. L'ho trovato un espediente da scuola di scrittura creativa, alla prima lezione però. Lo stesso dicasi per l'enorme quantità di pagine utilizzate per fare accadere cose che boh, accadono senza motivo. Scene (e capitoli) di una lunghezza imbarazzante che, però, non portano a niente, che non hanno alcuno scopo reale se non quello di allungare incredibilmente il brodo – un brodo un po' piatto, peraltro. Vestiti da battitrice di marciapiede a parte. Scelta di Natsya che, personalmente, non condivido. Ne ho capito le ragioni, ampiamente argomentate dall'autrice – anche se non in maniera totalmente convincente –, ma la trovo una scelta sciocca e, onestamente, insensata.
Un romanzo che non sconsiglio agli amanti del genere e che, anzi, racconta una storia d'amore tra adolescenti plausibile, senza che vi siano elementi poco credibili (cfr la mafia in Uno splendido disastro) ma che avrebbe avuto bisogno, secondo me, di un massiccio intervento di editing.


martedì 11 novembre 2014

Francamente me ne infischio #6



E salve miei affezionati (??) lettori!
Ieri giornata intensa, sono stata a Milano alla Fiera del Franchising per constatare, con amarezza, che quasi tutto è fuori dalla mia portata. Be', c'è da dire che non c'erano proprio tutte le aziende che mi aspettavo ma vabbè, tralasciamo. E niente, ho finito già da qualche giorno il fantasticherrimo :ironia: secondo libro della serie Shadowhunters della nostra cara amica Cassandra Clare. 
Quindi, il primo volume (di cui vi avevo parlato qui), non mi aveva poi così tanto convinta e ci avevo messo anche diverso tempo a terminarlo, colta da improvvisi attacchi di sonno durante la lettura della parte centrale. Ma, tant'è, noi qui si è fan dei libri brutti e quindi, armandomi di coraggio e buona volontà, si è letto anche Shadowhunters. Città di cenere. E, se entro il 2020 riuscirò a trovare la stessa dose di coraggio, ma anche la metà eh, leggerò pure il terzo. Ché, si sa, una volta che inizio qualcosa devo portarla a termine. A meno che questa cosa non porti a evidenti problemi fisici e/o psichici.
Mi tocca dire che gli attacchi di sonno si sono ripresentati anche con questo volume, per cui qualche problema fisico l'ho riscontrato, ma è roba di poco conto. Ma basta cinciallegrare, andiamo a parlare di questo libro!
 
Autore: Cassandra Clare
Titolo: Shadowhunters. Città di cenere
Prezzo: 10 o 5 €
Editore: Mondadori
Pagine: 466
Il mio voto: 2 piume e, amica Clare, c'entri per un soffio

Dunque, la storia inizia lì dove l'avevamo lasciata. Clary e Jace sono fratelli, figli di Valentine. La madre di Clary, personaggio completamente inutile come tanti altri presenti nel romanzo, è ancora in coma. E vabbè, non è una grossa perdita. Avrei fatto cadere in coma altre due o tre persone del romanzo io, quindi figuriamoci. Luke niente, è ancora licantropo, inutilmente innamorato della madre di Clary e inutilmente nominato in questo romanzo. Che fa Luke? Niente, ogni tanto guida un furgone.
Il Consiglio o come diavolo si chiama, insomma gli Anziani tra gli angeli – quelli che governano, per capirci – sono convinti che Jace sta dalla parte del traditore suo padre, sì perché Valentine è cattivo cattivo cattivo, ma così cattivo che ammazza a destra e a manca per avere il potere. E poi per boh, fare cose cattive cattive cattive anche dopo, credo. Isabelle e Alec, niente, nominati tipo tre volte in tutto il romanzo, ci stanno o no è lo stesso. Simon c'è, gli succede una cosa brutta brutta ma è ancora vivo alla fine del libro, per cui è inutilmente inutile anche lui proprio come Luke. Con la differenza che nemmeno guida un furgone. Quindi, questo è più o meno il riassunto di ciò che succede ai personaggi. Per il resto, in questo libro, accade che Jace viene improgionato perché considerato traditore pure lui, Valentine si fa un esercito di demoni che stanno tutti concetrati attorno a una nave nel bel mezzo del fiume (una nave in un fiume? Ok.), c'è la guerra. Tutti quelli importanti (se fa pe' dì) vivono, di Valentine alla fine della guerra nessuna notizia. Fine. Per narrare il tutto alla nostra amica sono servite 466 pagine. Io ce l'ho fatta in circa venti righe. Va bene, ve lo concedo, non ho usato dialoghi. Facciamo che se riscrivo la storia ne utilizzo cento e ci metto anche due o tre descrizioni. Ma usare 466 pagine, credetemi, è violenza carnale – consapevole – verso il lettore.

martedì 19 agosto 2014

Ciarlando allegramente di... #9

Per cui, alla fine l'estate è arrivata – e in verità anche quasi finita – anche per me. Tante novità, un nuovo tatuaggio, una persona speciale nella mia vita, una vacanza appena conclusa, tanti libri ancora da leggere, una libreria da sistemare, un nuovo lavoro da trovare e un intero mese di incontri letterari ancora da vivere. Insomma, non sembra nemmeno la mia vita che, fino a qualche mese fa, era di un piattume che, credetemi, un barbagianni avrebbe avuto più cose da raccontare.
Ma c'è tempo per un post di inutili quisquiglie, non c'è più tempo invece per parlarvi di Colpa delle stelle di John Green che ho terminato nel mio primo giorno passato a Dublino.

Ho iniziato a leggere questo romanzo con un carico di aspettative che non ve lo dico nemmeno, convinta che fosse se non proprio un capolavoro, qualcosa che ci si assomigliasse almeno vagamente. Sì, lo so perfettamente che spesso i bestsellers poi, alla resa dei conti, non sono nemmeno un granché
ma... Non so dirvi perché con questo libro credevo fosse diverso.
Trovo che la storia sia molto bella, non necessariamente indirizzata a un pubblico giovane se non fosse per lo stile con la quale è narrata: troppo semplice e semplicistico, esageratamente giovane, mi sembrava di trovarmi in una puntata di Genitori in blue jeans dove, per evidenziare che fosse una serie dedicata ai gggiovani, c'erano espressioni tipo "i miei vecchi", oppure "ganzooo!" (all'epoca era di moda). Insomma, come se in un libro trovassi l'equivalente di "bella zì!" quando due amici si incontrano (e qui i romani potranno capirmi più degli altri). Non fraintendetemi, anche Tutto accade oggi di Jesse Browner è scritto con uno stile narrativo gggiovane, ma c'è una sostanziale differenza. Innanzi tutto la troppa semplicità dei periodi. D'accordo, è un libro per adolescenti. Ma, cielo!, gli adolescenti spero riescano a comprendere periodi più complessi di soggetto, predicato e complemento oggetto. E poi, non so, ho avuto l'impressione che John Green sopravvaluti e idealizzi un po' troppo gli adolescenti. Certamente ci saranno ragazzi così maturi, così puri di cuore, così altruisti e intelligenti e, sicuramente, questo è più semplice che accada in ragazzi che per motivi personali (gravi o meno gravi) sono stati costretti a vivere la vita in un determinato modo – come, appunto, Hazel malata di cancro da piccolissima e Augustus, la cui carriera sportiva è stata stroncata dal cancro. Probabilmente John Green ha ragione a raccontarci le vite e i sentimenti, straordinariamente complessi e profondi di questi due ragazzi, ma poi io passeggio per il centro a Roma e mi imbatto nella fauna adolescenziale laziale e mi si accappona la pelle. Quindi, autore Green, forse gli adolescenti anglosassoni sono meglio della fauna laziale – e dubito fortemente – ma forse, anche tu, hai un po' esagerato.
Questi, sostanzialmente, sono i motivi che mi hanno portato a non apprezzare pienamente il libro. Nonostante ciò, trovo comunque che non sia un brutto libro o una storia scontata e banale. Dell'argomento, sebbene sia triste e abbastanza pesante da affrontare, John Green ne scrive in modo dolce e, a suo modo, spensierato. Strano dire che Colpa delle stelle è, ma non è, un libro triste. Sì, perché la storia è triste, ma l'autore ci porta ad interessarci ai sentimenti di chi vive questa storia. E i sentimenti di Hazel e di Augustus – sentimenti di amore, amicizia, speranza – non sono mai tristi.
Un libro che, forse, rende meglio nella trasposizione cinematografica (per intenderci, fa lo stesso effetto che fece alle adolescenti Papà, ho trovato un amico). 
Un romanzo che probabilmente avrei apprezzato di più a quattordici anni e che ha questo grande difetto: superata una certa età – e una certa maturità letteraria – non riesce a lasciare il segno.

venerdì 18 aprile 2014

Recensione Fangirl

Lo so, lo so che è un libro poco impegnativo e che è considerato anche uno young adult. Ma poi, comunque, un giorno parleremo di questi nuovi generi. Quando ero giovane io gli young adult non esistevano. C'erano i Mondadori Gaia Junior che erano chiaramente per ragazze e possedevano delle copertine nient'affatto allettanti (vedere per credere), i coloratissimi (e pure un poco coatti a guardarli adesso) Mondadori Le ragazzine e poi una collana che mi piaceva tanto, della casa editrice EL (adesso, o forse anche allora, di Einaudi). Belli quei libri, quelli della EL intendo, trattavano anche temi importanti.
Comunque, nessuna traccia di paranormal, romance, paranormal romance e nessuna traccia di young adult soprattutto. Libri per ragazzi, punto. Dietro ci stava scritto +14, come sulle scatole dei giochi di società. Comunque, Fangirl a quanto pare fa parte del nuovo filone young adult. A me sembra solo un libro che possono leggere le sedici-diciassettenni. O le nerd vecchie come me. Com'è che si dice? Nerd vecchia fa buon brodo, no? xD
Ad ogni modo, perdonate la mia incapacità nello scrivere questa recensione. Ci ho provato per due giorni e niente, meglio di così non viene. È colpa del libro però, giuro, non mia.

Autore: Rainbow Rowell
Titolo: Fangirl
Prezzo: 8,62 $
Editore: Pan Macmillan
Pagine: 480
Il mio voto: 4 piume

Trama (rielaborata e tradotta da me)

Cath e Wren, sorelle gemelle, fino a ora hanno sempre fatto tutto insieme. Ma, adesso che si sono iscritte all'università, le cose iniziano a cambiare. Wren, infatti, non vuole più fare le cose in coppia: vuole andare alle feste, conoscere ragazzi delle confraternite e vivere la sua nuova vita da matricola. Il nuovo stile di vita di Wren, però, poco si addice alla timida Cath, che passa la maggior parte del suo tempo libero – e non solo – scrivendo fanfiction. Senza Wren, non sarà facile per Cath uscire dal bozzolo e riuscire a stringere nuove amicizie. Le circostanze non sembrano essere dalla sua parte: ha una compagna di stanza scontrosa, il cui fidanzato le ronza sempre intorno, una professoressa di scrittura creativa che pensa che le fan fiction costituiscano il declino dell'era moderna, un affascinante compagno di corso che però vuole solo parlare di parole... E lei non riesce a smettere di preoccuparsi per il padre, amorevole e fragile, che non è abituato a stare completamente solo in casa.

La mia recensione

Ammettiamolo: questo libro non poteva non piacermi. Non ho una sorella gemella e l'università l'ho finita da un pezzo (sic!) però, dannazione, possibile che io sia così simile a Cath?
E per me la recensione potrebbe concludersi così, perché questo libro – nonostante le differenze sostanziali tra me e Cath – mi descrive comunque in modo... Inquietante.
Incredibile quanto Cath inizialmente possa sembrarci sciocca per poi renderci conto, durante la lettura, che ci appare sciocca solo perché è reale. Le paure di Cath, il suo disadattamento, la sua fobia del contatto con il nuovo, l'esterno, lo sconosciuto sono reali e sono cose che, in fondo, ho sempre provato anche io. Niente cliché, niente reazioni da eroina, niente frasi a effetto di quelle che si vedono solo nei film o si leggono solo nei libri, anzi.
Cath però non è nemmeno un caso umano, di quelli che hanno necessariamente bisogno dell'aiuto dello psichiatra per stringere nuove amicizie; Cath è me, è voi, è chiunque abbia avuto il bisogno di crearsi un mondo interiore a causa di una insicurezza di fondo di cui non ci si riesce a liberare. 
Non scrivo fanfiction, è vero. E non ho una fissa per una serie in particolare, come quella che Cath nutre per la serie di libri dedicati a Simon Snow, è vero anche questo. Ma ho un blog e dipendo dall'acquisto di libri compulsivo, dalle serie tv, dall'editoria in generale e questo basta per essere vista dagli altri, dalle persone comuni, come una nerd. 

martedì 1 aprile 2014

Francamente me ne infischio #5


Finalmente, dopo non so nemmeno io quanto tempo, mi sono fatta coraggio (forse sarebbe più corretto dire violenza) e ho finito Half-Blood di Jennifer L. Armentrout. Il libro è inedito in Italia (credo ancora per poco perché sono usciti altri libri di questa scrittrice e pare abbia avuto un discreto successo presso gli appassionati del genere). Le buone notizie sono due però. La prima è che dopo un tempo che mi è sembrato interminabile (parliamo di mesi) ho finito il libro e la seconda è che finalmente questa rubrica avrà un banner! Ed è una cosa meravigliosa (il banner, intendo). Comunque, sebbene gli stia dedicando una puntata di Frankly I don't give a damn (dato che il libro proviene dall'Anglosassonia è bene mettere il nome della rubrica in inglese), non è proprio tutto tutto da buttare come altri libri che ho avuto il dispiacere di incontrare durante la mia vita di lettrice.

Autore: Jennifer L. Armentrout
Titolo: Half-Bloof
Prezzo: 9,95 $
Editore: Spencer Hill Press
Pagine: 281
Il mio voto: 1 piuma e mezza

Avrei fatto meglio a infischiarmene grandemente di questo libro, ma i motivi che mi hanno spinta a leggerlo sono diversi. Certo, non così buoni da convincermi a leggerlo fino alla fine eh, anzi. Già solo la copertina avrebbe dovuto farmi desistere, è davvero qualcosa che turba profondamente. Mi viene da domandarmi perché abbiano scelto un fiore fatto di fumo (??) per un libro che non parla né di fiori, né di fumo, né ci sono personaggi con il pollice verde. Guandando solo la copertina sembra parli di qualcosa che ha a che fare con pozioni magari, una sorta di erborista magggico quando, invece, ma anche no.
Nonostante la discutibile bellezza della copertina, dato che non ho letto molti libri in inglese nei miei inutili ventotto anni di vita e, dato che si presentava come un libro dalla trama abbastanza lineare, mi sono lasciata convincere. Avevo bisogno di un libro scritto in modo semplice, con relativamente pochi personaggi e che non mi annoiasse. Dato che, su Goodreads, aveva una media di voti relativamente alta, l'ho acquistato e l'ho cominciato subito dopo averlo ricevuto a casa. Non mi aspettavo certamente una tale delusione. Un po' sì, sia chiaro (l'ho acquistato consapevole che si trattasse di uno young adult), ma non proprio così.
In sostanza, la trama del romanzo è un misto perfetto tra Vampire Academy (di cui vi avevo parlato qui e in un impeto di sconsiderato ottimismo l'avevo anche recensito come un così così) e Shadowhunters. Città di ossa (di cui invece vi avevo parlato qui e mi aveva convinta meno di Vampire Academy). La protagonista è Alex, una ragazzina di 17 anni, una Half-Blood per essere esatti (ossia figlia di un Hematoi – unione tra dei e mortali – e un mortale), che è praticamente uguale a Rose e a Clarissa degli altri due romanzi. Tutte e tre, a un certo punto del romanzo (dopo problemi con la madre per chi ce l'ha morta, chi ce l'ha in fin di vita, chi deve ucciderla e blabla) si scoprono esseri speciali. Ovviamente, mi tocca aggiungere, perché le normali diciassettenni non diventano protagoniste dei libri ultimamente. Non di questo tipo di libri, comunque. 

martedì 19 novembre 2013

Ciarlando allegramente di... #4

Buongiorno!
Fuori il cielo non promette nulla di buono, la temperatura è di circa 13°C, sono le 07.00 e io sono sveglia già da mezzora. Non so perché, è successo e basta. 
Dunque, non ho visto Masterpiece perché ho preferito la pizza con gli amici e due o tre Caffè Borghetti piuttosto che la faccia di De Carlo, non me ne vogliate. Mi ero ripromessa di guardarlo sul sito Rai, ma al mio Mac manca un componente che se scarico continua a mancare. I misteri della tecnologia. O, semplicemente, un monito dell'Universo: -"Nereia, non mi si distragga con le sciocchezzuole, scriva per il blog piuttosto, ché mi sembra parecchio assente ultimamente!". E c'ha ragione.
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Schiena di Nereia
Oggi, sebbene abbia terminato stanotte Tutto accade oggi di Jesse Browner, vi parlerò del secondo volume della saga di Richelle Mead. Poi per cortesia, in separata sede, mi dite perché mi ostino a leggere libri insulsi che so essere insulsi. Vabbè, lo faccio anche con le serie tv brutte, deve essere una sorta di masochismo mista a voglia di redenzione per i propri peccati.
Pensavo ieri, tra le altre mille cose, che vi ho rotto abbastanza gli zibidei con la storia del tatuaggio libresco senza poi farvelo vedere (se non a qualcuno). Be', adesso è guarito e quindi posso mostrarvelo. Se siete di Roma sarò anche felice di indicarvi lo studio perché, ecco, io li lovvo tutti i ragazzi che lavorano lì. Sono gentili, disponibili, un sacco carini.
Comunque se vi state domandando che cosa ci sta scritto sul mio tatuaggio... Si tratta dell'incipit di Jane Eyre che, si sa, è il mio libro preferito in assoluto. E niente, io lo amo. Amo il mio tatuaggio. Lo guardo ancora così *___* come se lo avessi fatto solo da qualche giorno e invece è passato più di un mese. Non so, forse non mi abituerò mai alla sua presenza. E, oh, perdonate la mia non incantevole forma fisica. Sì be', diciamo che reputo cool le rotondità, un po' come Botero.

lunedì 28 ottobre 2013

Francamente me ne infischio #3

Ho faticato, molto (ma che dico? Moltissimo!), per trovare la voglia di parlarvi di questo libro. Credetemi, fino a mezzora fa non ero nemmeno certa di volergli dedicare la terza puntata di Francamente me ne infischio. Perché mentre negli altri due libri a cui ho voluto dare l'onore ci sono... come dire... inciampata, questo invece l'ho letto consapevolmente. 
Comunque, per chi fosse appena giunto su questo blog, Francamente me ne infischio è una rubrica dedicata a quei libri di cui, appunto, francamente me ne infischio.
Non voglio assolutamente offendere l'animo romantico di nessuno, sia chiaro. Chi mi conosce anche solo un po' sa che mi commuovo praticamente con qualunque cosa –manca poco lo faccia pure con le frasi dei Baci Perugina– per cui se parlo così di questo libro... Be', un motivo c'è. 
Attenzione, potrebbero essere presenti degli spoiler.

Autore: Jamie McGuire
Titolo: Uno splendido disastro
Prezzo:13,94
Editore: Garzanti
Pagine: 335
Il mio voto: 1 piuma

Ok, la trama di Uno splendido disastro è pressappoco questa qui: una ragazza che potremmo definire "pariolina per scelta" di nome Abby incontra un ragazzo che potremmo definire "borgataro di nascita" di nome Travis. Manco a dirlo, siccome gli opposti si attraggono tra loro scatta subito la scintilla. Scintilla che però nessuno dei due vuole ammettere sia scattata. Le cose si fanno complesse, si fa per dire, perché si scopre che Abby e Travis non sono opposti manco per niente. Il passato di Abby, infatti, è traumatico e traumatizzante: un padre alcolista (non sono certissima fosse alcolista, non ricordo bene) campione di poker andato in rovina che, per finanziare i propri vizi, chiede i soldi agli strozzini mafiosi, madre non pervenuta. La piccola Abby, per rimediare agli errori del padre, pare abbia dovuto fare delle cose tremende (ma non vi dico quali ché altrimenti vi riempio di spoiler). Anche il passato di Travis è traumatico e traumatizzante: padre alcolista e violento, tre fratelli violenti, madre non pervenuta. Il piccolo Travis, per cercare di sopravvivere nella giungla che è la sua famiglia impara a fare a botte, a mettere dovunque la parola cazzo e a esprimersi come un vero ragazzo di borgata.
E, insomma, quale modo migliore per far soldi potrebbe trovare un bravo ragazzo di borgata dal passato traumatizzante se non organizzare incontri clandestini negli scantinati vicino all'università (WTF)?! Immagino se dovesse succedere una roba del genere allo studentato di Casal Bertone o vicino al Policlinico a Roma... Vabbè, ma non soffermiamoci sui dettagli, parliamo di ciò che ha reso questo libro un fenomeno editoriale: 
Abby e Travis sono amici, poi si fidanzano, poi si lasciano, poi si fidanzano, poi il terzo incomodo, poi si lasciano, poi Las Vegas, poi il poker, poi le botte, poi le donzelle con cui Travis va a letto, poi si fidanzano, poi i tatuaggi, poi di nuovo il terzo incomodo. Non necessariamente in quest'ordine. Il tutto condito da un po' di ossessione, che fa sempre bene, sia da una parte che dall'altra. Lui è ossessionato a livelli patologici, tanto da avere delle reazioni davvero spropositate per delle scemenze. E, piuttosto che pensare di far visitare Trevis da uno psicoterapeuta (presenta chiaramente un disturbo di personalità, di cui la paura ossessiva di essere lasciato da Abby e l'incapacità di gestire la rabbia sono due sintomi importanti – e non sono ironica), tutti pensano semplicemente che sia molto innamorato e così uomo, così vero, così irruento, così rude, così cavernicolo, così passionale. Lei è ossessionata perché lui rappresenta sia ciò che vuole, sia ciò da cui deve stare lontana. 

mercoledì 31 luglio 2013

Ciarlando allegramente di... #2

Buongiorno!
Altro post a tema libroso, ma soprattutto mi verrebbe da dire: "Finalmente un altro post!". Ebbene, sono tornata a pieno regime a essere una blogger. Peccato che sia tornata quando sono tutti in vacanza xD vabbè, dettagli. Se va come deve andare sarò sempre sempre sempre con voi, anche dopo l'estate. Contenti? Ok, non rispondete. Meglio che mi lasciate pensare che sia così.
Incredibile ma vero, ho anche trovato la voglia di parlarvi di due libri che, secondo me, non meritano poi di essere veramente letti. Nel senso che, voglio dire, se non li leggete è lo stesso perché, davvero, non vi perdere poi molto. Sarà per questo che non avevo alcuna voglia di scrivere un post perché ecco... Diciamo che di uno sono rimasta più delusa che dell'altro, semplicemente perché non facevo altro che leggerne bene. Un po' quello che mi è accaduto quando ho terminato L'accademia dei vampiri della Mead. Tutti a parlarne bene, tutti a dire che le altre saghe urban fantasy copiavano dalla Mead e poi lo leggo e... Copiare addirittura? Mah, non è che sia tutta questa gran trovata da doverla copiare. Vabbè, commenti acidi a parte, oggi vi parlo di Shadowhunters. Città di ossa di Cassandra Clare e di Gli ingredienti segreti dell'amore di Nicolas Barreau.


Forse le aspettative erano troppo alte, forse è stato pompato a dismisura, forse l'aver letto a destra e a manca che Cassandra Clare e Richelle Mead siano le professoresse del nuovo urban fantasy mi ha depistato.
Insomma, parliamoci chiaramente, i presupposti in realtà ci sono per far sì che questo fosse uno urban fantasy degno di questo nome, gli elementi ci sono proprio tutti ma... sono affrontati in salsa troppo young, non so se mi spiego. E in troppe pagine. Ecco, questo forse è il difetto maggiore. Arrivata a circa metà ho iniziato ad annoiarmi. Io che mi annoio con uno urban fantasy? Un evento raro, quasi quanto imbattersi in una mosca bianca.
In poche parole, Shadowhunters racconta la storia di Clary che si crede umana ma poi tanto umana non è. Clary ha un passato che le è stato cancellato, e quando dico cancellato intendo proprio "cancellato dalla mente" e, a seguito del rapimento della madre, avrà a che fare con gli Shadowhunter appunto. Gli Shadowhunter sono dei nephilim, ossia creature nate dall'incrocio di angeli ed esseri umani. Solitamente i nephilim diventano Cacciatori, impegnati a salvare la Terra dai demoni. Fin qui tutto ok, fa un po' Gaiman e un po' Supernatural. Purtroppo, però, quello che all'inizio mi ha spinta a leggere speditamente, la curiosità per chi sono e come operano i Cacciatori, mi ha poi fatta procedere così lentamente che, pensate un po', ho lasciato a casa il libro prima di partire per le vacanze. Nessuno stimolo a terminarlo, anzi. Ero abbastanza annoiata. Scontatissimo il passato di Clary che sbem, un giorno apre gli occhi e scopre di essere mica un essere umano qualunque, eh no, ma la crème de la crème del mondo degli Shadowhunters. Fine della trama e, quindi, fine del libro. A parte, chiaramente, il più o meno colpo di scena che si scopre alla fine. Colpo di scena, diciamo così. No, perché io l'avevo sospettato. E mi sono anche detta: "ma non vorrai mica che la Clare adesso se ne esca con una cosa tipo questa? Dai, non sarà così scontato!". E invece sì, se ne è uscita proprio con una cosa come questa. Non vi dico cosa, per evitare spoiler, però va'... Diciamo che è una cosa scontata. Troppo. E il mio personaggio preferito è Simon, l'unico personaggio veramente interessevole. Fastidiosa, tra le altre cose, l'impaginazione di questa edizione. Da prendere a sprangate il grafico che se ne è occupato. Tre piume, Cassandra, puoi migliorare.

martedì 25 giugno 2013

Recensione Warm bodies

Eccola, eccola! Tornata, finalmente.
Il corso in correzione bozze è finito quindi, anche se ho da fare i compiti, ho più tempo a disposizione. Approfitto di questo attimo di tranquillità per parlarvi di Warm bodies, libro che ho terminato un mese fa quasi e di cui devo ancora parlare. Cominciamo prima che dimentichi ciò che ho da dire, ci sarà tempo per altri post inutili sulle mie disavventure xD
Il film, comunque, vedetelo solo se siete in astinenza da trash. Altrimenti risparmiatevelo, veramente. Lo dico per voi.

Autore: Isaac Marion
Titolo:  Warm bodies
Prezzo: 14,50 €
Editore: Fazi
Pagine: 269
Il mio voto: 3 piume


Trama

R è uno zombie in piena crisi esistenziale. Cammina per un'America distrutta dalla guerra, segnata dal caos e dalla fame dissennata dei morti viventi. R, però, è ancora capace di desiderare, non gli bastano solo cervelli da mangiare e sangue da bere. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, la sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, eppure dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di meraviglia e nostalgia. Un giorno, dopo aver divorato il cervello di un ragazzo, R compie una scelta inaspettata: intreccia una strana ma dolce relazione con la ragazza della sua vittima, Julie. Un evento mai accaduto prima, che sovverte le regole e va contro ogni logica. Vuole respirare, vuole vivere di nuovo, e Julie vuole aiutarlo. Il loro mondo però, grigio e in decomposizione, non cambierà senza prima uno scontro durissimo con... 

La mia recensione


Warm bodies racconta la storia di R, uno zombie di cui non si conosce né l'età né il vero nome, che vive in un aeroporto insieme a una colonia composta da migliaia di altri zombie.
Isaac Marion non ci informa su come mai sulla Terra esistano gli zombie, se sia stata colpa di un'epidemia, un esperimento, una guerra. Sebbene, effettivamente, non fosse un dettaglio utile alla storia a mio parere avrebbe fatto bene a spendere due parole di più sul contesto. 
Avete presente i mondi possibili della letteratura, no? Tutta quella roba che si studia quando ci si avvicina alla semiotica. Be', c'è un senso se qualcuno ha dato un nome ai mondi possibili, al patto finzionale con il lettore, alla sospensione dell'incredulità. 
Isaac Marion, a quanto pare, ha fatto a meno di un paio di cose e il lettore maturo lo avverte.
Solitamente non sono una persona esigente, davvero. Sono una lettrice un po' ca*aca**i, è vero, ma non sto lì a criticare proprio tutto. Puoi anche creare un romanzo sugli zombie che guariscono e io, se riesci a convincermi, non ho nulla da obiettare. E però, cavolo, convincimi!
Il difetto principale  forse addirittura l'unico  –  di questo romanzo consiste, appunto, nel non essere riuscito a convincermi. È vero, Warm bodies è scritto con un linguaggio talmente tanto semplice e diretto che si legge in un paio d'ore soltanto ma è come se il lettore rimanesse all'esterno del romanzo, senza lasciarsi coinvolgere.
C'era sempre, andando avanti nella lettura, una sorta di diffidenza, una mancanza di fiducia che Isaac Marion non è riuscito a farmi abbandonare. Peccato, mi tocca ammettere, perché se approfondita e sviluppata nel modo giusto, l'idea di base non era tanto male.
Molto interessanti, invece, le riflessioni di R sulla vita, anche se forse a volte un po' "stiracchiate" e per questo banali. 

mercoledì 3 aprile 2013

Recensione L'accademia dei vampiri

Finalmente ho iniziato la saga urban fantasy di cui tutti parlano. Ok, non proprio tutti, ma sui diversi social network dedicati ai libri si parla spesso e volentieri della Mead e dei suoi libri. Terminato stanotte dopo aver visto due puntate di fila di Downton Abbey non ho avuto il coraggio di alzarmi dal letto e scrivere subito la recensione. Perché, insomma, Matthew è tornato dalla guerra, ecco e io... diciamo che stavo in una valle di lacrime. Ma non gingilliamoci!

Autore: Richelle Mead
Titolo: L'accademia dei vampiri
Prezzo: 17 €
Editore: Rizzoli
Pagine: 427
Il mio voto: 3 piume

Trama:

Lissa Dragomir, principessa Moroi, vampiro mortale, dev'essere protetta a tempo pieno dalle minacce degli Strigoi, i vampiri più pericolosi, quelli che non muoiono mai. La sua migliore amica e custode, Rose, è una Dhampir, un incrocio fra vampiro e umano. Rose e Lissa, dopo due anni di fuga dal loro mondo per assaggiare un po' di realtà, vengono intercettate e riportate a St. Vladimir's, l'Accademia dei Vampiri in cui studiano. Quando ci riescono: perché tra balli e innamoramenti, flirt con i più anziani, fascinosi tutor e conflitti sempre aperti con gli insidiosi Strigoi hanno pochissimo tempo per pensare ai libri. 

La mia recensione

Ci sono diverse cose cattive da dire su questo romanzo. Prima fra tutti la copertina. Ma perché? Perché abbiamo scelto questa tizia di 12 anni, con l'apparecchio ai denti, vestita come se stesse a Hogwarts per farle fare la modella? Perché? Non c'entra nulla, ma proprio nulla con tutto il romanzo. Ma, d'altronde, nel titolo c'è la parola "accademia" e quindi va da sé che chi la frequenta abbia la stessa uniforme degli iscritti a Hogwarts, come ho fatto a non pensarci? Ah, me ingenua!
Parliamo poi dell'italiano scadente con cui è tradotto questo libro. Davvero? Davvero scriviamo, più volte, "intravvedere" al posto di "intravedere"?! Davvero scriviamo frasi dove soggetto e predicato verbale non concordano? E, soprattutto, davvero vendiamo questo obbrobrio a 17 euro? Sì, davvero. Rizzoli lo fa. 
In ultimo la quarta di copertina: sembra un libro divertente, una sorta de Il giornalino di Gian Burrasca in versione moderna e vampiresca, ma che è? Ma perché? Ma anche no!
Al di là di queste piccole osservazioni, la storia narrata non è poi così male. 
Rose e Lissa, due adolescenti iscritte all'accademia St. Vladimir, sono unite non solo da una forte amicizia, ma anche da un legame speciale che spesso unisce i Moroi, i vampiri buoni, ai Dhampir, gli incroci tra vampiri ed esseri umani, che fanno loro da guardiani. 
La Mead rielabora così, in modo abbastanza originale, la tematica dei vampiri e crea una società in cui vampiri ed esseri umani convivono abbastanza pacificamente. Quando, in una serie tv o in un romanzo, il mondo possibile creato dall'autore è plausibile, nonostante le assurdità che include, automaticamente il resto passa in secondo piano. Il mondo possibile creato dalla Mead ha tutte le carte in regola per essere ritenuto plausibile. È anche vero che con me, che ho un debole per il fantasy e l'urban fantasy in generale, si sfonda una porta aperta ma non tutti i romanzi del genere riescono a fornire ai lettori un prodotto credibile. Questo, nonostante i difetti (non tutti attribuibili alla buona e cara Mead), risulta un prodotto finito ben delineato, ben confezionato.
Trattandosi di uno young adult la trama è abbastanza lineare, come tutti i romanzi appartenenti al genere, ma non per questo sviluppata in modo approssimativo, anzi. 

mercoledì 19 dicembre 2012

Recensione: Maximum Ride. Salvare il mondo e altri sport estremi


Autore: James Patterson 
Titolo: Maximum Ride. Salvare il mondo e altri sport estremi
Prezzo: 8,90 € 
Editore: Tea
Pagine: 397
Il mio voto: 2 segnalibri e mezzo

Trama

Dopo "L'esperimento Angel" e "La scuola è finita", proseguono le avventure di Max, Nudge, Angel, Gasman, Fang e Iggy, il risultato di un misterioso esperimento genetico: i ragazzi sono al novantotto per cento umani e al due per cento uccelli. Questo significa che possono volare... Max e i suoi compagni sono increduli: dopo la loro fuga dalla Itex, la multinazionale che sta preparando un attentato di proporzioni catastrofiche, nessuno li insegue. Anzi la Voce informa Max che i Camici Bianchi stanno sopprimendo tutti gli Eliminatori... È l'occasione che i ragazzi stavano aspettando: Max e Fang si separano dal resto del gruppo e vanno alla ricerca di un nascondiglio sicuro, dove poter finalmente vivere una vita "normale". Tuttavia i pericoli sono dietro l'angolo: uno stormo immenso di Eliminatori accerchia Iggy, Nudge, Angel e Gasman, e, dopo una cruenta battaglia, li rapisce. Quando Max e Fang tornano indietro, intuiscono cos'è successo e si lanciano all'inseguimento degli Eliminatori. Ma è una trappola: Max viene catturata, perde i sensi e si risveglia nella Scuola, dove i Camici Bianchi le dicono che non si è mai mossa da lì, che le sue avventure erano soltanto un sogno...

La mia recensione

In verità vi dico che Max è la nuova Miss Italia. È pure bionda

Questo è, fino a ora, il più brutto libro della serie che ho letto. Davvero di una bruttezza rara. All'inizio non sembrava così male, fino a metà regge bene il ritmo e si legge volentieri. Poi, però, tutto diventa ridicolo perché Patterson inserisce, all'interno della trama, finto perbenismo e lotta all'ecologia. Ma perché? Con chi ha stretto un patto il signor James? Gli è stato promesso un compenso dal partito americano dei Verdi?! Leggevo e mi trovavo a pensare "ma che è?" con tanto di faccia perplessa e voglia matta (mattissima!) di bruciare il libro. Era necessario inserire pensieri cretini e scontati sulla politica?! Sembrava di leggere il discorso che le giovani candidate a Miss Italia fanno per apparire impegnate politicamente "Desidero la pace nel mondo, che finiscano tutte le guerre, che tutti abbiano da mangiare, che il riscaldamento globale smetta di riscaldare, che la classe politica prenda quanto un muratore, che i ghiacci si righiaccino, che l'orso polare non si estingua, che tutti credano alla fatina del dentino e che si trovi una cura per le doppie punte". WTF?!
L'unico spunto interessante (evito di dirvelo anche se leggendo la quarta di copertina siete praticamente pieni di spoiler) Patterson l'ha bruciato senza pensarci due volte e non ha nemmeno sprecato mezza parola per dirci perché l'ha bruciato. In effetti, ora che ci penso, quella questione è rimasta aperta senza nemmeno due righe di congedo. Manco il matrimonio di Renzo e Lucia ne I promessi sposi ha avuto così poche righe dedicate. Perché inserire quella parte, manco troppo corta, quindi? Solo per aumentare il numero di pagine o per far credere al lettore che il libro non sia una completa ciofeca?! Chi lo sa, i misteri di Mr Patterson.