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giovedì 10 ottobre 2019

Francamente me ne infischio #9 – Corruzione


Il grande, ma che dico, il grandissimo, ma che dico, l'incommentabile, ma cosa diavolo dico, l'insuperabile ritorno di Nereia.
No, vabbè, siamo onesti. A nessuno fregava una mazza, tranne che a me. Perché io, che ci crediate o meno, pensando al blog in tutti questi mesi ho pianto. 
Perché quando l'ho abbandonato non volevo veramente, è che ho vissuto – e continuo anche adesso – una sorta di blocco dello scrittore (ma Stephen King, ad esempio, come fa?) e rifiuto del blog che mi ha portata ad accantonarlo. 
Però non l'ho chiuso, ho voluto lasciarlo in penombra nella speranza di riprenderlo, un giorno. Perché io lo so, in cuor mio, che non ho smesso di dire tutte le idiozie che avevo da dire.
E voglio partire proprio da qui, da un Francamente me ne infischio, che magari non sarà esattamente il primo di un'infinità di post, ma è un inizio.

Ci sono giusto un paio di cose al mondo che mi fanno andare fuori di testa: la gente in metro affetta da labirintite per cui non sa mai dove sta andando e perché lo sta facendo, quelli che si comprano le scarpe più piccole di un numero – e cioè, si vede eh, con le scarpe aperte ancor di più e ti imbatti in questi alluci aggrappati al bordo della scarpa cercando di non cedere verso l'asfalto o i talloni sospesi nell'aria di almeno 1 cm –, la pubblicità su youtube, le persone che puzzano di sudore già alle 8 di mattina che dico io se non sei un fantino che ha appena staccato da lavoro non te lo puoi proprio permettere di puzzare appena uscito de casa, e i libri di merda che hanno la pretesa di non esserlo. Vabbè, erano più de un paio. Oggi, per fortuna vostra, non parliamo di nessuna di queste cose al di fuori dell'ultima.
Colonna sonora del momento (cosicché vi sentiate ancora più vicini a me): uno dei miei gatti che lecca il divano pensando sia la sua zampa – l'ho scelto per la sua intelligenza, d'altronde –, una patata che bolle sul fuoco in cucina e che forse è già cotta, Marina (la figlia cinquenne della mia vicina) che piange a squarciagola. 

Ora, io lo so che i criticoni si nascondono sempre dietro i più folti cespugli e saranno già pronti a tirarmi uova di quaglia marce per il libro di cui vi parlerò oggi ma, e dico ma, il mio motto del momento è "ma anche sticazzi" e quindi... Sticazzi.
Oggi – tema musicale da film di Dario Argento a vostra scelta – vi parlo di Corruzione di Don Winslow.

Letto perché proposto (e da me caldamente votato eh) al gruppo di lettura di CasaSirio Editore e perché, che fai, un Don Winslow non te lo leggi?, mi ha provata così nel profondo che io cioè veramente neanche la scena di Titanic in cui Jack muore con le stalattiti ai peli del naso.
Dici, provata come? Eh, raga, provata che vabbè che so' 542 pagine, ma ci ho messo tipo 2 mesi e mezzo per finirlo e ho sudato, ho sudato tantissimo, pure quando non c'era da sudà perché c'avevo l'aria condizionata in metro che forse non raggiungeva i 18 gradi.
Roba che, davvero eh, manco quando ho letto La Gerusalemme Liberata ho provato. 
Uno scompenso interiore che ho temuto, più volte, si trasformasse anche in scompenso ormonale oltre che intestinale. Ma andiamo con ordine.

La prima cosa che mi ha creato non pochi disagi è stato cercare in tutti i modi di leggere questo libro seriamente. E niente, non ce l'ho fatta. 542 pagine de risate (più o meno), circondata da gente – perché l'ho letto solo sui mezzi – che me guardava domandandosi che cazzo c'avessi da ridere così tanto. E infatti, ve lo confermo, non c'era veramente niente da ridere. O quasi.
La trama è più o meno questa: Denny Malone, il poliziotto dei poliziotti, il supereroe di New York, il cane da guardia della gente perbene, il Batman dei poveri, l'irlandese degli irlandesi, il marito di merda dei mariti di merda, è un figo. E fa cose da fighi. 
Lui entra nei locali e insulta la gente:
- Hey tu, culo basso, versami una cazzo di birra e cerca di non toccarmi con le tue grassocce dita mentre lo fai, brutto indiano di merda. 
Lui passa per le strade di New York e si bea della sua figaggine:
- Questo è il mio quartiere, cazzo, ci vive la mia gente, cazzo. Io proteggo questa gente, cazzo. E questa gente lo sa, cazzo. Sono un fottuto irlandese con le palle, cazzo.
Lui ha una ex moglie, dei figli e un'amante nera che fa l'infermiera ed è eroinomane:
- Sono un padre assente, cazzo, ma la mia gente è tutta New York. Se New York fosse più grande, la mia gente sarebbe tutta l'America, cazzo. Ma che dico, il mondo, cazzo. Anche i miei figli sono la mia gente. Mia moglie è ancora figa, cazzo, mi si fa un sacco duro quando la vedo. Ma Claudette è la mia negra preferita. Se i poliziotti sapessero che mi faccio una negra, cazzo, mi ucciderebbero.
E che è un figo non se lo dice da solo, glielo dicono anche gli altri, anche la voce narrante.
Don Winslow, infatti, ci tiene un sacco a farci sempre presente che Malone è figo anche quando dice cose non fighe:
- Mi sono starnutito sulla mano, cazzo.
- Ho pisciato senza mai andare sulla tavoletta, cazzo.

venerdì 9 settembre 2016

Francamente me ne infischio #8 – Rosmary Beach #1


Buongiorno miei prodi,
è passato del tempo dall'ultima volta che qui si è parlato intensamente di un libro de merda, me ne rendo conto. Purtroppo anche io, alle volte, ho bisogno di leggere qualcosa di davvero interessante e di non perdere tempo con inutili fandonie. 
È pur vero che il mio sogno è essere una vera conoscitrice dell'editoria e quindi, nella più delle irreali ipotesi in cui dovessi lavorare in libreria, è bene conoscere, anche solo in modo approssimativo, parte del marcato di cui, invece, francamente me ne infischio. Per questo motivo e, inoltre, per la mia innata predisposizione al brutto, è bene che ogni tanto mi dedichi a ciò che campeggia in libreria e che pare abbia discreto successo. 
In una giornata calda e afosa di non so manco più che mese, ho scelto quindi di avvicinarmi all'autrice che ha fatto scaldare i cuori (e non solo) di milioni di donzelle nel mondo (ahimè Italia inclusa). No, non sto parlando della mia amica Jami McGuire, ma di Abbi Glines autrice de un sacco de libri ma proprio così un sacco che io mi chiedo quanto ci mette staggente a scrivere un libro. Io pe' un racconto (de 6 pagine co' un sacco de spazi) su richiesta c'ho messo un mese, ma vabbè.
Quindi Abbi Glines, autrice de un sacco de robba oscena, è autrice pure della serie di cui ci occuperemo approfonditamente. C'avevo così tanto da dì che, raga, ho dovuto dividere i post. Anche perché è una trilogia di così alto livello che Tolkien, per favore, levete che la tua Terra di Mezzo è n'incredibile ciofèca a confronto. 
Oggi parliamo del primo volume di questa trilogia (sto piangendo, sapevatelo, mentre scrivo 'ste cose) che si chiama Irraggiungibile.

Partiamo col dire che la copertina con i due tipi in rigor mortis non lascia già ben sperare, ma io volevo dare una chance ad Abbi. Il pregiudizio, si sa, logora gli animi e uccide la democrazia e blabla. E quindi, via i pregiudizi!, mi son detta, iniziamo questo ammasso di carta.
La trama è più o meno questa qui: Blaire, orfana di madre da 36 giorni (o erano 6? Non me ricordo, ma tanto è un dettaglio inutile), decide di recarsi dal padre a chiedere aiuto. Il padre, infatti, ha abbandonato moglie e figlia quando la moglie s'è ammalata per andare a vivere con un'altra donna. Un simpaticone, non c'è che dire. 
Il libro inizia con Blaire che giunge col suo pick-up sfasciato in una villa stratosferica con un sacco di macchinoni parcheggiati davanti all'ingresso: la nuova casa di suo padre. 
Mentre è lì che si domanda se questo posto abitato da esseri umani molto ricchi è un posto sicuro (capitela, lei viene dal nulla, dove la cosa più divertente che potevi fare era osservare una mucca che scaccia le mosche con la coda, non è abituata alle Range Rover, si pensa che da parcheggiate aggrediscano la gente), qualcuno le apre la portiera. E lei, grande guerriera di 19 anni, probabilmente cresciuta a pancake e tiro al piattello, che fa? Punta una pistola sulla faccia del malcapitato di turno. 
La mia faccia a pagina 8, tipo.
Ora, a parte che poteva pure tranquillamente essere quello stronzo che ti apre la portiera per galanteria e dopo ti parcheggia la macchina (e lo fa guadagnando due lire in croce), ma dico, ma sei seria? Cioè, se uno per sbaglio passava di lì e le chiedeva l'ora? Un pugno sui denti e un morso al ginocchio così ci assicuriamo di smantellargli il legamento crociato anteriore? 
Comunque, non si trattava del parcheggiatore ma di Grant, fratellastro/amico/essere inutile del protagonista maschile principale che si chiama Rush (sul quale torneremo tra poco). Quindi Grant, dopo aver rischiato probabilmente un attacco di cuore a poco più di 20 anni, spiega a Blaire che si trova in un posto civile e che la caccia al piccione tra i ricchi non si fa, così lei conserva la pistola ed è tutto risolto. A quel punto appare Rush, che si scopre essere il figlio della nuova moglie del padre di Blaire – che si informa brevemente delle generalità di Blaire e le comunica che suo padre è in vacanza con la nuova moglie e che chissà quando cazzo si degnerà di tornare a casa, ma tanto a noi che ce frega, siamo ricchi, i genitori non ci servono. Rush le concede comunque di rimanere in casa:
«Stasera c'è una stanza vuota. Lo resterà finché mia madre non torna. Quando lei va in vacanza, non voglio avere intorno la sua domestica, Henrietta. La faccio venire soltanto una volta la settimana. Puoi usare camera sua, nel sottoscala. È piccola, ma un letto c'è». 

mercoledì 3 agosto 2016

Ma la vita è una battaglia – recensione

In libreria ormai da più di qualche giorno, io l'ho acquistato in occasione del mio compleanno insieme a un'altra caterva di libri (ma vabbè, tralasciamo). Tradotto e curato da Laura de Il tè tostato, non poteva mancare nella mia libreria. Dopo averlo letto, e vi assicuro che ci vuole davvero pochissimo – soprattutto per dei veri appassionati –, ha subito preso posto sulla mia libreria, nella mensola dedicata alle sorelle Brontë (che è bella piena, anche se non ho letto tutto ciò che ospita, lo ammetto).
Parlo di Ma la vita è una battaglia, una raccolta di lettere scelte che Charlotte ha inviato, nel corso degli anni, alle persone che, in qualche modo, hanno influenzato la sua vita.
La recensione arriva oggi, con diversi giorni di ritardo, perché è un periodo veramente allucinante e sento davvero il bisogno di staccarmi da tutto. Ho persino il blocco del lettore.
Quindi, chiudo questo finale di stagione con la recensione di Charlotte e poi ci si rivede subito dopo ferragosto.

Mi piace pensare a Charlotte Brontë come a un'eroina del diciannovesimo secolo. È vero, normalmente si pensa alle eroine in termini diversi e Giovanna d'Arco è il tipico esempio di eroina alla quale si potrebbe pensare.
A me, invece, vengono in mente donne come Charlotte Brontë, impegnate a farsi accettare come esseri razionali e pensanti, in grado di ricoprire ben altri ruoli oltre a quello di casalinghe perfette.
Quanto ho letto di lei mi ha fornito un'immagine ben precisa: un'immagine che è praticamente impossibile non ammirare.
Una donna, Charlotte Brontë, certamente provata dai numerosi e importanti lutti subìti durante la propria vita, minuta nell'aspetto e dallo stato di salute cagionevole, a causa soprattutto della malnutrizione e delle scarse condizioni igieniche alla quale fu sottoposta durante il periodo in cui, da bambina, visse in collegio insieme alle sorelle.

Una donna che desidera l'indipendenza economica, che desidera poter essere apprezzata per ciò che è realmente e per quello che è in grado di fare. Una donna che, come tutte le altre donne della sua epoca, è costretta a insegnare se vuole guadagnare il suo magro stipendio.
Charlotte odia insegnare, forse perché non ne ha il carattere, forse perché ambisce a qualcosa di intellettualmente più stimolante, forse perché le ragazze alle quali insegna non sono esattamente le interlocutrici che si aspetterebbe di avere, forse perché, in un certo senso, il ruolo di insegnante le è stato imposto. Imposto sia dalla società, che non ammette donne che facciano altro, sia dalla situazione familiare – il padre, infatti, non è particolarmente entusiasta degli ideali "stravaganti" della figlia, anzi, la vorrebbe sempre al proprio fianco. Atteggiamento, questo, che sebbene nasconda affetto senza dubbio alcuno, nasconde anche un certo egoismo e una predisposizione a pensare alla donna come a una semplice governante della casa e del focolare. Ruolo che, come ben sappiamo, a nessuna delle tre sorelle Brontë piaceva in particolar modo.

Ognuna delle lettere riportate in questo volumetto possiede una breve introduzione che spiega, in maniera chiara e precisa, il motivo di quella missiva e fornisce alcune informazioni sulla vita della famiglia Brontë e di Charlotte in particolare, cosicché per il lettore sia più semplice cogliere le sfumature della personalità di Charlotte.
Trovo che, nonostante presenti soltanto una parte delle lettere che sono giunte fino a noi, questa piccola raccolta lasci ben intuire quanto la personalità di Charlotte Brontë fosse straordinaria e non solo rispetto alle donne del suo tempo, ma straordinaria in quanto artisticamente brillante e dotata di un'intelligenza fuori dal comune.
Da questa selezione, che riporta alcune delle lettere più belle e più rappresentative della personalità incredibile di Charlotte – mi riferisco, in particolar modo, alle lettere indirizzate a Costantin Héger –, è possibile rendersi conto di quanto né il periodo storico, né la condizione socio-economica a dir poco avversa, né la quasi totale mancanza di prospettivee rosee per il suo futuro, le permetteranno di rinunciare a ciò che più desidera al mondo: essere riconosciuta per la sua scrittura.

Uno de I pacchetti de L'orma Editore che non può davvero mancare nella libreria di nessuno: né di chi è già un estimatore della famiglia Brontë (e di Charlotte in particolare, come me), né di chi, invece, vuole avvicinarsi alla sua figura per la prima volta. Consigliato? Sì. Il più bel regalo di compleanno che mi sono mai fatta.

Titolo: Ma la vita è una battaglia
Autore: Charlotte Brontë
Traduttore: Laura Ganzetti
Editore: L'orma Editore
Prezzo: 5 €
Pagine: 64
Il mio voto: 4 piume
Maggiori informazioni: scheda sul sito di L'orma Editore

giovedì 28 luglio 2016

Un tango per Victor – recensione

Oggi vi parlo di un libriccino (di cui vi avevo già mostrato l'incipit) che ho letto in un paio d'ore e che mi ha ricordato che devo necessariamente approfondire la mia conoscenza dei libri di Lorenzo Mazzoni. Io, voi lo sapete, metto tutto in lista desideri e poi compro cose a caso. Dovrò, invece, imparare a seguire un ordine non solo di lettura – che al momento non ho, ovviamente –, ma anche d'acquisto. Riuscirò mai? 
Di Edicola Ediciones vi ho già parlato da qualche parte su questo blog, in più di un'occasione sicuramente, non sono quindi necessarie le presentazioni.

Lorenzo Mazzoni mi aveva già colpita con il suo precedente romanzo, Quando le chitarre facevano l'amore
Mi aspettavo che nel suo nuovo romanzo (anche se, in realtà, è apparso per la prima volta nel 2008) l'autore riproponesse personaggi strambi e una trama sui generis. 
Ho avuto parzialmente ragione e, contemporaneamente, parzialmente torto. 
Un tango per Victor racconta la storia di Denil, un ragazzo italo-cileno che, da diversi anni ormai, vive ad Amsterdam. Le sue giornate sono più o meno sempre le stesse: si sveglia, si reca al coffee shop nel quale lavora – il Sunflower Bay –, partecipa alle lezioni di olandese insieme all'amica Mahulena (seppure non ne abbia bisogno), fa il dj in alcuni locali ed è circondato da gente a dir poco stravagante.
Denil è un appassionato di musica, lo sanno bene anche i colleghi che non condividono affatto le sue scelte musicali, ma non è certamente un esperto di tango ed è anche un pessimo ballerino. 
Fino a quando, una sera, mentre percorre le strade di Amsterdam, non si imbatte in Julia: una bellissima ragazza che, con grazia ed eleganza, improvvisa uno spettacolo di tango solitario di fronte a una chiesa, nel bel mezzo di una piazza semi-deserta.
«Non è bella, ma è la donna più affascinante che abbia mai visto. La carnagione scura, il viso ovale e pieno, da Sud America. Gli occhi marroni, intensi, due mandorle giganti e perfette. La bocca carnosa e marcata, un sorriso sincero, spontaneo. I capelli neri corvini le cadono spettinati sulla fronte e sulle spalle. Non è molto alta, il piccolo seno è modellato dalla stretta maglia nera, il suo corpo è tonico, sinuoso. Tutto in lei sprizza una estraniante e pacata sensualità, come si muove, come osserva le persone, il suo modo di volgere il capo da una parte all’altra della piazza. Trasmette energia e sicurezza».

Forse non è bella, ma è ciò che gli trasmette che colpisce e affascina Denil che, da quel momento, cerca di rintracciarla in tutti i modi per le strade di Amsterdam, anche se di lei non sa praticamente nulla, neanche il nome.
Se ci riuscirà o meno, questo non posso proprio dirvelo, vorrei che lo scopriste da soli. Il motivo? 
Perché Un tango per Victor, però, non racconta solo una dolce storia d'amore, ma è anche una piccola finestra che si affaccia sul Cile soffocato dalla dittatura di Pinochet. 
Denil il Cile non lo ha mai visto, lo conosce, infatti, solo attraverso i racconti dello zio che, attraverso le canzoni di Victor Jara, racconta al nipote e a chiunque voglia ascoltarlo l'anima della protesta cilena.
Ma Un tango per Victor è ancor più che questo: è anche un invito a non gettare la spugna, a non smettere mai di lottare per quel che ognuno di noi desidera davvero, per i valori ai quali crediamo, per l'amore, per la vita, per la libertà.

Titolo: Un tango per Victor
Autore: Lorenzo Mazzoni
Editore: Edicola Ediciones
Prezzo: 11 €
Pagine:112
Il mio voto: 4 piume
Maggiori informazioni: scheda sul sito di Edicola Ediciones

mercoledì 22 giugno 2016

Canto della pianura, Kent Haruf – recensione

Avrei voluto che questo post uscisse la settimana scorsa, ma non ci sono riuscita. E non per questioni di tempo, sia chiaro – anche se pure quello ultimamente scarseggia un po' –, quanto piuttosto perché non sapevo in che modo affrontare Canto della pianura.
Mi succede più spesso di quanto immaginiate, soprattutto con quei libri che, davvero, non hanno bisogno della mia opinione. Ci provo comunque, conscia di non essere all'altezza di un romanzo così.

Canto della pianura – sebbene in molti non lo sappiano e dicano che no, non è così è il secondo perché il primo è Benedizione – è il primo romanzo della Trilogia della pianura (controllare su wikipedia prima di lasciare qualsivoglia commento su questa faccenda). 
La diatriba è aperta e fa molto discutere. Io ho scelto di leggere i romanzi nell'ordine con il quale sono stati scritti, sebbene questa non sia una vera e propria trilogia – e anche Haruf stesso lo sosteneva.
Ho iniziato, quindi, da Canto della pianura perché avevo la possibilità di leggere Crepuscolo insieme al gruppo di lettura de Il tè tostato. È insensato, o forse no, ma è davvero andata così. Potevo confrontarmi con Laura, che stimo molto, su un titolo (o meglio, un autore) che stava facendo molto parlare di sé e ho colto l'occasione per acquistare (e leggere in circa 24 ore) il primo volume.

Haruf ha impiegato praticamente 16 anni per completare la stesura della trilogia e questo potrebbe voler dire che, in fondo, davvero la reputava una trilogia non trilogia; oppure, semplicemente, gli ci sono voluti diversi anni per elaborare quanto aveva da raccontare.
E non mi risulta difficile da credere, considerando che, ogni giorno, Kent Haruf si sedeva alla macchina da scrivere indossando un berretto di lana fino a coprirsi gli occhi così da poter scrivere ciecamente, immergendosi pienamente nella piccola città da lui creata in Colorado, sfondo e contemporaneamente protagonista di ognuno dei tre romanzi della trilogia. Non doveva essere semplice isolarsi del tutto, non doveva essere per niente semplice tornare, con la mente, ai luoghi in cui aveva vissuto da bambino (luoghi che Haruf ha incontrato nei diversi posti in cui ha vissuto, ma che attribuisce a Holt, città che, in realtà, non esiste).
Non che, comunque, di norma fosse un autore particolarmente veloce nella sua produzione e, a dimostrazione di ciò, vi è l'esiguo numero di libri scritti dal 1984 al 2014, anno della sua morte (l'ultimo libro è, infatti, stato pubblicato postumo).

Già Rizzoli, nel 2000, aveva colto il potenziale di questo romanzo e lo aveva fatto approdare in Italia a un solo anno di distanza dalla pubblicazione in America. Forse i tempi non erano maturi, forse il progetto grafico della copertina non era adeguato al momento storico dell'editoria italica (sebbene avessero scelto, stranamente, di mantenere la copertina originale) o forse, semplicemente, Haruf era in anticipo. Succede, alle volte, che un autore sia in anticipo rispetto al periodo storico in generale e di un paese in particolare.
A tal proposito mi viene in mente l'enorme successo di John Fante a seguito della sua ripubblicazione da parte di Einaudi, successo che, invece, con Marcos y Marcos era stato molto contenuto. Non ricordo assolutamente cosa andasse di moda in Italia nel 2000, ma forse Haruf non rispecchiava le esigenze dei lettori in quel momento.
A oggi, per fortuna, le cose stanno diversamente. Il successo di molte ripubblicazioni, da parte delle case editrici, di grandissimi autori americani del passato e del presente (penso a Fazi con la Baker e la serie dei Cazalet, a Bompiani che ripubblica Lethem, ad esempio) e il crescente interesse dei lettori verso le piccole e medie case editrici ha fatto sì che Haruf trovasse una montagna di morbidi cuscini ad attenderlo al suo lancio.

martedì 14 giugno 2016

Ross Poldark, Winston Graham – recensione

Oggi, finalmente, posso parlarvi di Ross Poldark, primo romanzo della serie storica scritta da Winston Graham e pubblicato in Italia da Sonzogno.
Avrei voluto farlo prima ma impegni eccetera eccetera mi hanno resa un po' incostante in tutto: nelle letture, sul blog, nella vita in generale. 
Ho terminato il libro da poco, sebbene lo abbia iniziato diverso tempo fa – ma, appunto, momenti, situazioni, eccetera – e l'ho apprezzato tanto. Ma tanto. Adesso attendo con ansia la pubblicazione dei seguiti!

Vediamo nel dettaglio perché mi è piaciuto.
Innanzi tutto tocca precisare che ho letto il libro e ho anche visto la miniserie che la BBC ha tratto dai primi due romanzi e ne sono molto soddisfatta (sia dell'uno che dell'altra). 
Non ho mai nascosto il mio interesse per un certo tipo di narrazione (e, anche, per un certo tipo di ambientazione) e Ross Poldark rientra perfettamente in quello che mi aspetto da questo tipo di romanzi.
Non si tratta esattamente di un romanzo storico. O meglio, storico lo è senz'altro, ma si intuisce che non è un classico inglese, sebbene l'ambientazione e le vicende possano trarre in inganno.
In verità, ciò che fa intuire che non si tratta di un romanzo scritto realmente da un autore del '700 inglese è proprio la caratterizzazione di Ross Poldark, un uomo che, rientrato dalla guerra, non trova più ciò da cui si è separato prima di recarsi in battaglia: il padre è morto, lasciando Nampara – tenuta di famiglia – in stato di abbandono, Elizabeth – la sua promessa – ha sposato un altro uomo (il primo cugino di Ross) e tutto sembra essersi trasformato in qualcosa di arido ed estremamente freddo.
Un po' come la selvaggia Cornovaglia, dalle scogliere mozzafiato ma in ginocchio a causa della fame e della povertà dei suoi abitanti, dovuta in parte alla chiusura di alcune miniere di rame del circondario che offrivano sostentamento a gran parte della popolazione.

Fino a qui sembra essere un romanzo storico come tanti altri e, forse, per gran parte del romanzo lo è davvero ma, a un certo punto, ci si accorgerà della netta differenza.
Ross, infatti, non è il classico signorotto inglese arricchito, piccolo borghese che disprezza i poveri e, anzi, li maltratta facendo sì che lavorino per lui a condizioni a dir poco animalesche. No.
Ross è essenzialmente un buono, seppure con tutti i suoi difetti, e come tale si comporta con tutti: è vicino alle persone, è il tipo di uomo che si rimbocca le maniche e aiuta i propri dipendenti, è altruista e generoso, disposto ad aiutare chiunque ne abbia bisogno. È forse già un socialista senza che se ne renda conto. Aiuta la comunità e la comunità gli restituisce prontamente l'aiuto, stringendo i denti quando c'è da stringerli e festeggiando con lui i momenti importanti.
Ross Poldark piace, piace alla gente e piace anche (e soprattutto) al lettore perché, a differenza dei signorotti dell'epoca, è consapevole che di nobile, nella sua famiglia, sia rimasto esclusivamente il cognome e si comporta di conseguenza, senza approfittare del nome per ottenere qualcosa.

venerdì 10 giugno 2016

Ciarlando allegramente di... #14

Ooook! Questa rubrica (che poi, sarà una rubrica?) la uso talmente poco che m'ero pure scordata che era senza banner. E per questa puntata lo rimarrà perché sto ricorreggendo tutto questo poco prima di finire di fare un excel per lavoro e, credetemi, non ce l'ho davvero il tempo di mettermi a smanettare con Canva. Perché non ho nessun problema ad ammetterlo: io i banner me li faccio con Canva.
Eh, pure che parlo a destra e a manca di Photoshop, non lo so usare se non per ridimensionare e ritagliare le immagini. Lo uso tipo allo 0,1% delle sue potenzialità ma hey, mai detto io che voglio fare copertine dei libri!
Vabbè, comunque si vede dalla grafica basic di questo blog che sono impedita, altrimenti avrei un sito serio e non un header ganzo e il dominio blogger.
Ma va bene, quando deciderò di frequentare sentimentalmente un nerd le cose cambieranno (è più probabile che paghi qualcuno per farlo, comunque).
La situazione dei libri in lettura è leggermente migliorata, anche se di poco, perché continuo a distrarmi ma sono fiduciosa. Entro il weekend dovrei finirne un altro e, quindi, rientrerò in numeri considerati umani. Devo, forse, rassegnarmi anche a terminare – o accantonare e ricominciare in un secondo momento – i libri in standby perché altrimenti me li porterò dietro all'infinito e non c'ho nessuna voglia di lasciare le cose a metà per così tanto tempo.  Va bene essere incostanti (io sempre) ma anche all'incostanza c'è un limite.
Adesso basta ché ogni volta c'ho i cappelli introduttivi più lunghi della storia e c'avete ragione anche voi se mi venite a dì che qui si fa tutto meno che parlà di libri.
Ve ne presento due oggi, uno letto ormai un secolo fa e per fortuna m'è piaciuto ché sennò avevo dimenticato pure la copertina, e uno terminato da poco (ma non definisco poco ché è meglio).

Guida rapida agli addii non è il romanzo più riuscito di Anne Tyler (almeno tra quelli che ho letto), lo ammetto. Più che un suo romanzo sembra come se fosse un racconto.
Pochissime pagine (214 in totale) ma che raccontano una storia toccante e commovente ma mai, assolutamente mai, triste.
Eppure Aaron, protagonista del libro, un motivo (e forse più d'uno) per essere triste ce lo avrebbe anche. E a tratti, in effetti, lo è.
Ma sono la delicatezza e la pacatezza con le quali Anne ci racconta di quanto accade che mi colpiscono sempre di lei, non tanto le storie che racconta.
Non ci sono urla in Guida rapida agli addii, non ci sono eccessi. Sembra che tutto accada in modo pacato, in ordine, al massimo della compostezza.
Il tema di questo romanzo della Tyler (e non solo questo, in realtà e, quindi, comincio a pensare che sia un tema che le sta molto a cuore) è l'analisi del passato attraverso il presente, un tema che già in qualche modo Anne aveva affrontato – seppure differentemente – in Per puro caso (titolo terrificante che non c'entra niente e, infatti, il titolo originale è Ladder of Years). Qui, infatti, piuttosto che inserire un viaggio (più una fuga, a dire il vero) e un conseguente nuovo inizio per analizzare il passato, Anne inserisce un aspetto che, inizialmente, avrà un che di soprannaturale. Continuando con la lettura il soprannaturale verrà meno, lasciando spazio alla consapevolezza di un grande dolore e dell'accettazione di una perdita. 
Credo che in questo libro al posto di Aaron ci sia Anne, senza la disabilità e senza l'egoismo che lui stesso giustifica con l'essere disabile, ma sì. Credo che il dolore di Aaron sia il dolore di Anne, che ha perso il marito qualche anno prima che questo romanzo venisse pubblicato. 
Questo, come dicevo inizialmente, è forse il suo romanzo meno riuscito perché non è un romanzo. È il racconto di un'accettazione di una perdita, forse la perdita di Anne stessa. A me, comunque, che sia il romanzo meno riuscito di Anne importa poco, perché qualcuno che riesce a scrivere in questo modo è difficile da trovare sulla faccia della Terra. E allora, ve ne prego, quando leggete Anne, soffermatevi anche sulle parole, perché metà del suo genio sta proprio nelle parole che utilizza, oltre che nella scelta dei piccoli momentidi quotidianità da raccontare.
«Sistemai lo spruzzatore vicino alle azalee e aprii il rubinetto al massimo, poi tornai a sedermi. Così scoprii il piacere di stare a guardare un prato mentre veniva annaffiato. 
Giuro che sentivo la gratitudine dell'erba. Anche gli uccelli sembravano riconoscenti; arrivarono dal nulla come se in qualche modo si fosse sparsa la voce, e cinguettavano allegri svolazzando tra le gocce».
Ogni suo romanzo è un gesto d'affetto verso il lettore. Verso di me sicuramente.

Ho scoperto l'esistenza di Made you up su Goodreads, dove scopro circa il 90% dei libri che poi acquisto in inglese. Uso Goodreads esclusivamente per essere informata sulle uscite di libri in America, Regno Unito e Australia.
Sembra strano, ma ho iniziato a farlo perché avevo questa malsana idea di dovermene andare in Anglosassonia a lavorare in una libreria e, quindi, conoscere il mercato anglosassone era un obbligo. Ho poi accantonato l'idea della libreria ma, ormai, avevo sviluppato un interesse per altri libri e non solo quelli dei cinque scrittori in croce che trovi da Feltrinelli International (Dan Brown, Kinsella, Rowling, Grisham, Murakami).
Ogni tanto, quindi, capita che io legga un libro in inglese per tenermi in allenamento – faccio ancora abbastanza schifo in inglese, ma questi sono inutili dettagli.
Ho scelto Made you up di Francesca Zappia perché mi sembrava scorrevole, semplice, e perché aveva una critica molto positiva su Goodreads. L'ho iniziato in un pub a Dublino e, se non fosse stato un periodo del cacchio ma fossi rimasta a Dublino per una settimana anziché quattro giorni, lo avrei terminato in pochissimo tempo.  
Made you up è la storia di Alex, una ragazzina che da sempre lotta per comprendere la differenza tra realtà e immaginazione. Ad Alex, infatti, è stata diagnosticata una lieve schizofrenia che le causa problemi con la percezione, appunto, della realtà. Ciò che vede, le persone con le quali parla, sono reali o sono frutto della sua immaginazione? Nonostante questo, comunque, i genitori cercano di farle vivere una vita più o meno normale, mandandola a scuola e facendo sì che interagisca con ragazzi della sua età. Così, Alex entra a far parte di un gruppetto di amici, diciamo più un club che un gruppetto di amici, a capo del quale vi è Miles. Il libro, di per sé, è anche piacevole ma soffre di una quantità di inesattezze e cliché che, forse, era il caso di evitare. È uno young adult e non mi aspettavo la stessa precisione di un trattato di psichiatria sulla schizofrenia, ma neanche che passasse il messaggio che chi soffre di schizofrenia ha solo le allucinazioni visive "piacevoli". Insomma, non è propriamente così. Francesca Zappia avrebbe potuto non cercare una giustificazione razionale al disturbo, avrebbe potuto lasciarlo così, senza spiegazione, e sarebbe andato bene lo stesso perché avrebbe potuto utilizzare l'espediente di cosa è vero e cosa no anche con il lettore. E invece niente. Il risultato è un guazzabuglio di buone idee e cattive riuscite, peccato. Oltre che dare prova di una disinformazione sua, ma pure di tutti quelli che hanno lavorato al libro, a tratti imbarazzante.


Trovo che, ultimamente, la qualità dei libri per ragazzi si sia abbassata notevolmente perché, purtroppo, il cliché è dietro l'angolo. Sbaglio forse? Sarà solamente una mia impressione? Voi che dite?

martedì 10 maggio 2016

Recensione Le geometrie dell'animo omicida

Buongiorno gente!
Finalmente sono riuscita a trovare un momento per sedermi, riflettere e concentrarmi per parlarvi de Le geometrie dell'animo omicida di Monica Bartolini, romanzo pubblicato da Scrittura & Scritture.
Avrei voluto parlarvene già dieci giorni fa, ma è un periodo un po' pieno e non avevo alcuna voglia di scrivere una recensione non all'altezza.
Ci ho messo un po' per convincermi che fosse arrivato il suo turno, direi anche più di un po', ma sono contenta di aver aspettato. Il motivo? Perché sarà anche che dopo un 2015 all'insegna del libro mediocre e/o brutto sono diventata più brava, ma questo era decisamente il suo momento. Avevo proprio bisogno di una lettura così. Ma basta anticipi, vediamo più nel dettaglio perché parlo in questo modo de Le geometrie dell'animo omicida.

Titolo: Le geometrie dell'animo omicida
Autore: Monica Bartolini
Editore: Scrittura & Scritture
Pagine: 219
Prezzo: 13,50 €
Il mio voto: 3,9 piume

Trama

Un turno di radiomobile come tanti si trasforma presto nell'inizio di un vero rompicapo. In Contrada Madonnuzza è stato trovato il corpo senza vita di una giovane donna, bendata, mani e piedi legati. Sul luogo del ritrovamento giungono il capitano Spada e il maresciallo Piscopo ma non solo. Per cercare l'assassino e il movente di questo omicidio, si aprono, infatti, tre piste divergenti, ciascuna battuta da personaggi interessanti che hanno tutti un buon motivo per consegnare alla giustizia il colpevole. La competenza e la professionalità degli uomini dell'arma, si incontrano e scontrano, così, con un reporter d'assalto alla ricerca del ghiotto scoop da mandare in Tv in una sensazionale prima serata, e con un'insolita appassionata di mappe astrali. 

La recensione

Prima di iniziare a parlarvi di questo romanzo è necessaria una importante premessa. Ne Le geometrie dell'animo omicida si parla anche di astrologia e di come questa, in maniera più o meno consistente, influenzi la nostra vita e la nostra personalità. 
Potete crederci o meno, potete reputarla un cosa sciocca oppure essere di quelli che senza l'oroscopo ogni mattina non riuscite a vivere la giornata, non ha importanza. 
L'astrologia in questo libro c'è, ma non è così presente da poter recare fastidio e disturbo a chi nutre un certo scetticismo verso queste cose, anzi. 
Dico ciò perché sì, è vero, in fondo al libro sono riportate anche le mappe astrali di due dei protagonisti ma, prima di tutto, il romanzo di Monica Bartolini altro non è che un classico giallo deduttivo, con una spruzzatina di noir qua e là.
Certo, l'astrologia è sicuramente presente, ma lo è come parte integrante del romanzo e non come futile e superfluo elemento utilizzato come pretesto per narrare una vicenda.
Il risultato è un romanzo godibile, un po' giallo e un po' noir, simpatico e di facile e veloce lettura.
Sembra strano – tra l'altro – che, nel corso del 2016, proprio io mi sia appassionata a questo genere al quale, ammetto, non avevo mai dato ampia possibilità di coinvolgermi o, perché no, stupirmi addirittura.
Sono contenta, invece, di aver dato una possibilità al genere letterario in generale e a Le geometrie dell'animo omicida in particolare.

Con un linguaggio semplice e colloquiale e con toni divertenti, Monica Bartolini ci racconta la storia di Federica, di cui verrà ritrovato il cadavere in Contrada Madonnuzza, e di tutta una serie di personaggi coinvolti nella triste e strana vicenda: il maresciallo Piscopo, napoletano schietto, sincero e anche un po' scettico, sopratutto verso le teorie della figlia Tina – il personaggio che s'intende di astrologia –,  il capitano Spada, decisamente meno scettico di Piscopo, la De Acetis, sostituta magistrato per una serie di eventi, Marcello, il giornalista un po' troppo giornalista ma anche un po' irriverente, e la già nominata Tina, intelligente e forse un po' troppo intraprendente che si rivelerà fondamentale nello svolgimento delle indagini.
Le geometrie dell'animo omicida, ambientato in una torrida e afosa estate siciliana, mette in scena un delitto che, se dagli indizi iniziali sembra trattarsi di qualcosa di cui potrebbe occuparsi l'unità di vittime speciali, si rivelerà essere un caso completamente diverso da ciò che avevamo immaginato. E da ciò che anche i protagonisti avevano immaginato.

Con l'aggiunta di personaggi simpatici e scene dal carattere che definirei più leggero (le discussioni tra Piscopo e la figlia Tina sull'astrologia, ad esempio, ma anche le sfuriate della De Acetis, donna fin troppo pratica), Monica Bartolini ci parla anche di personaggi che vivono una vita segnata dal disagio e dal non sentirsi accettati, vittime di un rapporto di sottomissione psicologica protratta negli anni. Vittime, in un certo qual modo, di abusi ma anche di amori segreti o non corrisposti. 
L'alternanza di dialetto partenopeo e italiano, la canzonatura presente nei diversi dialoghi e il tono generalmente molto colloquiale, oltre al numero di pagine non molto alto, fanno sì che il lettore si ritrovi ad aver finito di leggere il romanzo senza neanche rendersene conto.
Perché, allora, la mia votazione è di 3,9 stelline e non 4? Presto detto. Perché, Monica, non puoi lasciarci così! Duecentoventi pagine sono troppo poche per questo romanzo. Sì, è vero, si tratta di un giallo e, certamente, un giallo non può essere troppo lungo, ma è anche vero che si finisce con l'affezionarsi ai personaggi, cosicché a lettura terminata non ho potuto fare a meno di domandarmi: e Tina? E Marcello?
Insomma, Monica, faccio bene o no ad attendere un altro caso svolto magistralmente dal maresciallo Piscopo e dal comandande Spada, insieme con i consigli – astrologici e non richiesti – di Tina? Spero di sì.

martedì 19 aprile 2016

Recensione Lacrime di coccodrillo

Oggi, finalmente, ho il tempo di parlarvi di uno dei libri letti in questo periodo. Sto accumulando diverse recensioni, cosa che potrebbe anche andare bene, se non fossi tremendamente disordinata e non avessi la memoria di Dori – ciò vuol dire che se passano più di una decina di giorni, non ricordo più cosa dovevo scrivere.
In tutto questo c'è la vaga possibilità che io torni a Dublino e, posso dirlo? Mi farebbe molto piacere, un po' per vedere i posti che non ho visitato (molto pochi, in realtà), un po' per riabbracciare le persone che ho lasciato lì. E poi per la birra, ovviamente.
Vediamo, dovrò fare dei magheggi niente male ma... Insomma, le bugie bianche esistono, giusto? Giusto (convincersi è sempre bello).
Ma veniamo a noi, oggi vi parlo di Lacrime di coccodrillo di Valeria Corciolani di cui EmmaBooks mi ha gentilmente omaggiata.

Titolo: Lacrime di coccodrillo
Autore: Valeria Corciolani
Editore: EmmaBooks
Pagine: 369
Prezzo: 2,99 €
Il mio voto: 4 piume

Trama
 
Guia deve badare ai piccoli Elia ed Emma, Lucia è alle prese con la traduzione dell’ennesimo romanzo e l’agenzia di catering appena avviata le assorbe più del dovuto. Nulla però può impedire alle due amiche di preoccuparsi per Betti. Soprattutto da quando ha preso a frequentare Raul, ribattezzato non a caso fecalomo, “la vera essenza del bastardo”. Quando, dopo due giorni di inspiegabile silenzio, finalmente Betti si fa viva, è in preda al panico: il fecalomo è morto e ad ammazzarlo è stato proprio lei, con una dose eccessiva di... Guttalax!Ma Betti è tutto fuorché un’assassina e così le tre amiche – Lucia con il suo senso pratico, Guia grazie all’intuito e alla sensibilità e Betti, be’... Betti resta Betti anche in simili frangenti – si ritroveranno ad aiutare l’affascinante commissario Lanzi e l’ispettore Olivari a indagare su un caso che si rivelerà ben più di un affare di cuore. Perché Raul non si chiamava Raul, per cominciare, e aveva una moglie, un vagone di amanti e soprattutto un potente e losco magistrato come padre... In una silenziosa cittadina di mare, con l’aria salata che avvolge i colli fitti di ulivi, tra gli stretti carruggi, i moli, la spiaggia di ciottoli, proprio quando i turisti fanno i bagagli e arriva l’inverno, si arrotola una vicenda che aggancia, mescola e arruffa le vite delle tre amiche, avvolgendo nelle sue spire chiunque capiti a tiro.

La recensione  

Roberto Cairoli, figlio di una nota figura che opera nel campo edile ligure, perde la vita dopo una serie di sfortunati eventi. Nel frattempo Chiavari, piccola cittadina nei pressi di Genova, è scossa da alcune inspiegabili – e certamente originali – aggressioni che presentano dettagli a dir poco "strani".
A indagare sulla bizzarra morte di Roberto Cairoli e sulle aggressioni (che definirei sui generis) vi sono il commissario Pietro Lanzi e l'ispettore Olivari. 
Attorno a queste vicende si muovono diversi protagonisti, alcuni che rimarranno figure di contorno e altre che, invece, diventeranno i personaggi principali del romanzo. 
Tra questi ci sono Guia e Lucia, amiche per la pelle, che oltre all'amicizia condividono anche la professione: insieme, infatti, si occupano dell'organizzazione di feste private in tutti i dettagli, servizio catering compreso. 
E poi c'è Betti, amica storica di Guia e Lucia, con poca fiducia in se stessa e nell'amore che, ultimamente, ha conosciuto Raul attraverso un sito internet e per il quale si è presa una bella sbandata. Betti, lo ammetto, è un po' come me. È carina, ma mai abbastanza per piacere davvero agli uomini (probabilmente è una fan accanita di La verità è che non gli piaci abbastanza), desidera molto una famiglia e le piacerebbe avere una bambina – che chiamerebbe Bianca –, eppure eccola qui: 37 anni, single, innamorata sempre dell'uomo sbagliato, con una relazione esclusivamente sessuale con un uomo pressappoco sconosciuto.
Un uomo che, a causa dei suoi orribili comportamenti, Guia e Lucia chiamano il Fecalomo (termine che, lo dico senza vergogna alcuna, credo che comincerò a utilizzare anche io da oggi in poi) e che è spesso causa di alcuni battibecchi tra loro.

martedì 12 aprile 2016

Recensione Sottrazione

Ok, ok. Dopo giorni di silenzio – un po' voluto e un po' no – eccomi con una recensione. Sì, lo so lo so, ormai le recensioni normali da queste parti sono un po' démodé.
E, infatti, per rimanere avvolta dall'aura di stranitudine che mi pervade, oggi vi parlo di Sottrazione, ultimo libro di Carlo Sperduti, pubblicato da Gorilla Sapiens Edizioni qualche giorno fa (più di qualche, ma del mio ritardo parleremo più avanti in questi giorni). Quindi, bando alle inutili ciance, passiamo alla recensione.

Titolo: Sottrazione
Autore: Carlo Sperduti
Editore: Gorilla Sapiens Edizioni
Pagine: 157
Prezzo: 14 €
Il mio voto: 4 piume

Trama

Caro lettore di quarta di copertina, come in un labirinto, come tra le pareti di una catacomba, come in una casa affollata di presenze e di vuoti, di cose e discorsi sospesi e di fenomeni inquietanti, in questo libro lo spazio si deforma e restringe, allestisce tranelli, sottrae scalini, nega vie di fuga.
Questi 34 racconti, disposti in ordine decrescente di lunghezza, esprimono le infinite possibilità della narrativa breve e brevissima, a dimostrazione empirica del fatto che "scrivere per sottrazione è una moltiplicazione".

La recensione

Difficile che accada di non sentirsi in grado di parlare di qualcosa. Quando succede, spesso è colpa di una nostra mancanza nella conoscenza di un argomento, di un fatto, di un periodo storico, di un ambito.
Nel caso di Sottrazione non si tratta di mancanza di conoscenza di un argomento, ma di mancanza di "genio". Lungi da me fare sperticate lodi a qualcosa o qualcuno, chi mi conosce lo sa bene e chi non mi conosce lo scopre adesso. Quindi sì, si tratta certamente di lodi, ma non si tratta di lodi prive di alcuna ragion d'essere.
Si tratta, piuttosto, di saper riconoscere quando non si è in grado di. E io, in questo caso, non sono proprio in grado di. 
Questa sensazione l'avevo già avuta quando, durante i miei ultimi anni di liceo classico, mi ritrovai fra le mani Zazie nel metrò di Raymond Quenau. Lo trovai talmente bello che lo lessi tutto in circa 36 ore, saltando anche qualche ora di lezione da me all'epoca – e anche adesso – considerata inutile.
Se dovessi parlarne adesso di Zazie nel metrò, lascerei l'arduo compito a qualcun altro perché, come detto poco più su, so riconoscere di non essere in grado di potermi neanche avvicinare a esprimere con parole sensate l'ammirazione per un lavoro di quel calibro.
Per Carlo Sperduti, seppur non sia francese e non ci sia alcuna Zazie nel suo Sottrazione, funziona nello stesso identico modo. 
Con un uso delle parole che definire attento è forse limitativo, Carlo dà vita a 34 racconti, posizionati all'interno della raccolta seguendo il numero di battute: si parte da 18233 battute e, a fine libro, si arriva a 163. 
Una scelta che sì, può apparire azzardata e certamente un po' stramba – come più o meno tutto ciò che fa Carlo, credo sia così anche nella vita privata e non solo per quanto riguarda la sua figura di scrittore –, ma che, credetemi, funziona alla perfezione.

giovedì 24 marzo 2016

Recensione Girl runner

Finalmente riesco a postare questa recensione che avrebbe dovuto essere pubblicata la settimana scorsa, settimana in cui io ero in vacanza – che poi, in realtà, non era poi tanto una vacanza – e priva di strumenti tecnologici.
Oggi vi parlo di un romanzo che mi ha piacevolmente colpita e coinvolta, un romanzo uscito in libreria da qualche settimana, pubblicato da Sonzogno. Si tratta di Girl runner di Carrie Snyder, tradotto da Gioia Guerzoni e che mi è piaciuto così tanto, ma così tanto, che io boh. Per me la recensione potrebbe concludersi così. Invece no, ci provo a spiegarvi perché mi è piaciuto tanto. Ma tanto tanto tanto.

Titolo: Girl runner
Autore: Carrie Snyder
Editore: Sonzogno
Traduttore: Gioia Guerzoni
Pagine: 288
Prezzo: 16,50 €
Il mio voto: 5 piume

Trama

Girl runner, la ragazza che correva, si chiama Aganetha Smart e, nel 1928, conquistò la medaglia d'oro per il Canada alle Olimpiadi di Amsterdam. Ma chi si ricorda più di lei e della sua gloria passata, ora che vive sola e abbandonata in una casa per anziani? Eppure, un giorno, la sua tranquilla routine viene interrotta dalla visita di un ragazzo e una ragazza, desiderosi - almeno così dicono - di farsi raccontare la sua storia e girare un documentario sulle sue imprese sportive. Con il corpo debole ma la mente pronta a un'ultima avventura, Aganetha si lascia così caricare in auto e trascinare via. Man mano che il viaggio la conduce verso i luoghi della sua infanzia, nelle brumose campagne dell'Ontario, i ricordi di Aggie (come la chiamavano affettuosamente in famiglia) invadono la scena, si accavallano, raccontando una vita movimentata e intensa. I numerosi personaggi del suo lontano passato tornano così a esistere, più presenti dei vivi che la circondano: c'è Aganetha bambina e poi adolescente che, insieme alle sorelle, impara a conoscere il mondo dei grandi; c'è la Prima guerra mondiale, che si porta via tanti giovani; c'è la scoperta del talento atletico e quell'allenatore che eccita la sua voglia di primeggiare; ci sono i tormenti dell'amicizia femminile e poi quelli del primo amore; infine c'è la donna adulta, alle prese con scelte di vita che non sempre si collocano nel solco della propria epoca. Oltre a una trama ricca di colpi di scena, è la voce narrante di Aganetha a sedurre e ipnotizzare il lettore, con le sue emozioni, la sua forza d'animo e quella speciale generosità che la porta a entrare in contatto con persone molto diverse da lei. Solo quando il suo viaggio si avvia alla conclusione, Aggie scopre che i due giovani che sono venuti a cercarla non sono quel che dicono di essere, e conoscono un segreto che lei non ha mai rivelato a nessuno.

La recensione

«Se credi di essere stata ferita, poi capisci che il dolore è superficiale. E se ne è già andato. Si chiama guarigione, la riconosco da come corro. Sotto ogni strato di dolore c'è uno strato di guarigione in attesa, la verità dolce, sempre sorprendente, della resistenza».

Girl runner non poteva non piacermi, era praticamente impossibile che mi risultasse indifferente. Io non corro, è vero, e non potrei mai correre perché, semplicemente, sono la persona più pigra al mondo. Ma so cosa vuol dire affrontare le emozioni in un certo modo, affrontarle con tutto il corpo, investendole e passandoci attraverso.

Aganetha, protagonista di questo romanzo, corre. Corre perché non sa vivere altrimenti. Corre così velocemente da superare i coetanei di sesso maschile. Corre per fuggire a tutto ciò che non le piace. Corre senza meta e lo fa per dimenticare. Corre per guarire. Corre per reagire quando tutto sembra andare per il verso sbagliato. 
Io non corro, ma cammino. Cammino senza meta per chilometri e chilometri senza fermarmi mai, con l'unico obiettivo di svuotarmi dalle emozioni negative. Cammino con la pioggia, con il vento tagliente sul viso, con il caldo afoso. 
Questo è l'unico modo che conosco per guarire completamente, ed è proprio vero ciò che dice Aganetha: la guarigione la riconosci mentre stai correndo (o camminando). Sotto ogni strato di dolore c'è uno strato di guarigione in attesa e l'unico modo che Aganetha conosce per farlo uscire fuori è correre.

È il 1928. Le donne, per la prima volta nella storia, sono ammesse a competere nelle gare di atletica leggera alle Olimpiadi di Amsterdam. Molte saranno le ragazze che, durante la IX Olimpiade, si aggiudicheranno una medaglia per diverse discipline e una tra tutte sarà proprio Aganetha, medaglia d'oro per il Canada.  
Un oro che sarà fonte di gioie, tantissime gioie, ma anche di immensi dolori. Perché Aggie, questo il soprannome con cui i famigliari la chiamano affettuosamente, non è che una ragazzina qualunque, cresciuta in una fattoria dell'Ontario con una famiglia complicata alle spalle. 
Una madre spesso un po' scostante, un padre affettuoso ma distante, un rapporto controverso con i fratelli e le sorelle, soprattutto con la sorellastra Edith.

giovedì 25 febbraio 2016

Recensione La vita segreta e la strana morte della signorina Milne

Buongiorno!
Oggi esce in libreria La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, romanzo di Andrew Nicoll pubblicato da Sonzogno con una copertina che... wow.
Io l'ho letto in anteprima (grazie Sonzogno per la possibilità) e colgo l'occasione per parlarvene proprio oggi, nel giorno della sua uscita in libreria.
La vita segreta e la strana morte della signorina Milne mi ha fatto venire voglia di dedicarmi alle letture di classici gialli, partendo ovviamente da Agatha Christie e, anche se in questo periodo davvero non posso distrarmi con altre letture a caso, credo che almeno Assassinio sull'Orient Express lo rileggerò volentieri. Perché, gente, i gialli belli come questo ti rimettono al mondo anche in periodi incasinati come il mio. Ma vediamo perché blatero cose così, prive di senso.

Titolo: La vita segreta e la strana morte della signorina Milne
Autore: Andrew Nicoll
Editore: Sonzogno
Traduttore: Marinella Magrì
Pagine:352
Prezzo: 17,50 €
Il mio voto: 4 piume

Trama

Nulla è come sembra a Broughty Ferry, tranquillo paesino sulla costa scozzese. Jean Milne, ad esempio, è una matura zitella che vive sola in una lussuosa villa di ventitre stanze (quasi tutte chiuse) ed è, per i suoi concittadini, un modello di rispettabilità. Eppure, quando viene trovata brutalmente assassinata nella sua abitazione con i piedi legati e il cranio fracassato, l'immagine pubblica, che così a lungo ha resistito, comincia a incrinarsi. Chi può avere ucciso in maniera tanto feroce una signora così riservata? E perché, di colpo, conoscenti e testimoni diventano elusivi e reticenti? E chi è l'uomo che, su carta violetta, le ha scritto, alla vigilia dell'assassinio, una lettera a dir poco personale? La notizia del crimine si diffonde rapidamente per tutta la Gran Bretagna, suscitando nei lettori delle gazzette una curiosità così morbosa che la polizia si sente subito sotto pressione: bisogna trovare un colpevole e bisogna trovarlo in fretta, anche a costo di qualche procedura non proprio scrupolosa. A indagare, con i più moderni ritrovati della scienza investigativa (siamo nel 1912), viene chiamato da Glasgow l'ispettore Trench, un esperto per i casi più difficili, affiancato dall'attento sergente Frazer, agente della polizia locale. Man mano che i due scavano nella vita della signorina Milne, i segreti della sua esistenza vengono a galla. E alla fine sarà uno shock per tutti.

La recensione

La vita segreta e la strana morte della signorina Milne è tratto da una storia vera: il romanzo si basa su un delitto realmente avvenuto – ma rimasto irrisolto – in una piccola città scozzese, sobborgo di Dundee. Andrew Nicoll, scrittore e giornalista, ha ricostruito quanto accaduto grazie a una meticolosa ricerca negli archivi della polizia e  tra gli articoli dei giornali dell'epoca.
 

È il 1912 e siamo in Scozia a Brought Ferry – piccola cittadina normalmente tranquilla. Normalmente, appunto, fino a quando un cittadino preoccupato non si rivolge alla polizia perché, dice, c'è qualcosa che non va in casa della signorina Milne, vecchia (non poi tanto vecchia) zitella rispettata da tutti in paese, ma soprattutto conosciuta per via delle sue abitudini un po' "eccentriche". Impossibile che, grazie al suo vestiario, passi inosservata.
Il cittadino preoccupato è Slidders, il postino, che riferisce alla polizia che la signorina Milne non ritira la posta da almeno tre settimane. Nessuno risponde alla porta e nessuno sembra aver ritirato l'opuscolo pubblicitario della Chiesa di Scozia che giace, ancora, nello stesso identico posto.
È vero, la signorina è solita allontanarsi per lunghi periodi, ma le sue gite sono sempre note a tutti – polizia inclusa. Generalmente, infatti, prima di allontanarsi da Brought Ferry e recarsi a Londra per lunghi periodi, è solita consegnare le chiavi della propria casa alla polizia locale.

Questa volta, invece, c'è qualcosa che non va, insiste Slidders. E, in effetti, qualcosa che non va c'è davvero e se ne accorgerà anche la polizia quando rinverrà il corpo privo di vita. Non c'è dubbio alcuno: la signorina Milne è stata brutalmente assassinata.
È a questo punto che il narratore, il sergente John Fraser, racconta al lettore lo svolgersi delle indagini raccontando la vicenda in prima persona. 
Fraser referisce ogni dettaglio e ogni impressione al lettore, senza che nulla venga tralasciato, esattamente come nei classici gialli di una volta, dove il lettore è messo a conoscenza di tutti gli elementi del caso.
S'indaga, così, nella vita della signorina Milne cercando di capire chi fossero le persone con cui intratteneva una corrispondenza, quali parenti avesse ancora in vita, di quali nemici si era circondata.

Sebbene la vicenda sia raccontata tendenzialmente in prima persona dal sergente Fraser, vi sono delle volte in cui il punto di vista della narrazione cambia poiché Fraser non si trova in compagnia degli altri personaggi e non può, quindi, raccontare quanto sta accadendo. Così ci si trova a conoscere meglio il testardissimo commissario capo Sempill e l'affascinante lungotenente investigatore Trench, chiamato ad aiutare la polizia locale nel barcamenarsi tra i tantissimi sospetti e le poche certezze che riguardano il caso. 
Due approcci diversi alla vicenda, quello del commissario capo Sempill e quello del lungotenente Trench, e soprattutto due diversi metodi di investigazione: Sempill, più interessato a chiudere il caso il prima possibile e Trench, interessato invece a mettere dietro le sbarre la persona giusta, incurante della stampa e delle pressioni esterne. 
Metodi di investigazione che porteranno a scoperte diverse, ma tutte utili alla risoluzione del caso con un finale che, ve lo assicuro, lascia di stucco il lettore. 
Nonostante la mia passione per il poliziesco e il legal thriller, posso ammettere di non aver avuto idea alcuna di come si sarebbero concluse le indagini fino al termine del romanzo.
Un'altra caratteristica che ho apprezzato tantissimo, oltre al perfetto intreccio narrativo che nulla fa percepire al lettore, e che ha reso la lettura di questo libro  ancora più emozionante (sì, sì, i gialli vecchio stile mi emozionano sempre, lo ammetto senza provare vergogna) è la presenza, all'interno del romanzo, di deposizioni e documenti rinvenuti dalla polizia. Il pezzo forte, perché c'è anche un pezzo forte, è la dettagliata illustrazione della scena del crimine che trasporta il lettore direttamente all'interno di una partita di Cluedo.

Descrizioni dettagliate ed eleganti, nel pieno stile dell'epoca, e un tocco un po' british mantengono alta la curiosità del lettore per tutta la durata del romanzo. 
Mi ci voleva proprio un bel libro così. Adesso che ho conosciuto Nicoll sarà il caso di procurarmi anche il suo precedente romanzo, pubblicato sempre da Sonzogno.

giovedì 11 febbraio 2016

Recensione La carne

Buongiorno genti!
Oggi vi parlo finalmente di La carne, un romanzo breve scritto da Cristò e pubblicato da Intermezzi. Ho avuto il piacere di sentire parlare del romanzo durante Più libri più liberi, quando mi sono fermata a guardare lo stand. Che dire? La storia mi colpì subito e quindi, oggi, eccoci qui.
Si tratta del primo libro di Cristò che leggo, apprendo dal meraviglioso mondo dell'internet che ne ha scritti altri, e del primo libro pubblicato da Intermezzi. Insomma, almeno in una delle due cose devo darmi da fare.
Quindi, libro uscito il 25 gennaio, lo trovate sul sito dell'editore in cartaceo e ebook, e solo in ebook un po' ovunque.

Titolo: La carne
Autore: Cristò
Editore: Intermezzi
Pagine: 148
Prezzo: 12 €
Il mio voto: 4 piume

Trama

Nel mondo come era quando avevo otto anni tutti morivano, chi prima e chi dopo. Adesso nessuno è sicuro neanche di questo. Settantadue anni fa tutto si è fermato: non c’è più niente di nuovo da assaggiare, niente da provare, si producono gli stessi modelli di elettrodomestici e la televisione trasmette gli stessi programmi. Sono sempre di più quelli che escono di casa e si dispongono ordinatamente in fila davanti ai depositi della carne. Nel mondo come è adesso un ottantenne ricorda il mondo come era, pensa a una storia che ha per protagonista un medico e osserva le vite dei suoi sosia.

La recensione


«Nel mondo come era quando avevo otto anni tutti morivano, chi prima e chi dopo. Adesso nessuno è sicuro neanche di questo».
Nel mondo in cui è ambientato La carne, nessuno muore più. Non si tratta di zombie, ma neanche di esseri completamente viventi. Strano da dire, lo so, e soprattutto strano da comprendere. Ma, credetemi, tutto nel romanzo ha invece perfettamente senso.
Una profonda rassegnazione pervade tutto il romanzo, scritto attraverso gli occhi di chi, questo "non" cambiamento, lo ha vissuto: un ottantenne la cui unica certezza è fumare qualche sigaretta mentre, al cinema, guarda un film porno. 
Ma non è sempre stato così. Le cose sono cambiate, o meglio, sono rimaste invariate da quando lui aveva appena otto anni. Se lo ricorda ancora molto bene quel momento, il protagonista, il momento esatto in cui tutto è rimasto uguale (e quando lo scoprirete di che momento si tratta rimarrà impresso anche a voi, statene certi).
Nulla infatti, da quel giorno passato all'acquapark, è stato più inventato: i programmi televisivi sono rimasti uguali, i film trasmessi al cinema si ripetono ciclicamente (anche quelli porno!), i modelli delle automobili e degli elettrodomestici sono sempre gli stessi. 

La causa scatentante del non cambiamento, però, non si sa bene quale sia. Semplicemente le persone hanno preso ad abbandonare tutto, lavoro, famiglia, figli perché, colti da una gran fame, hanno preso a cercare la carne. Così, l'ufficio comunale che si occupa di distribuire la carne alle persone in attesa ha la fila fuori che, giorno dopo giorno, aumenta sempre più. 
Che si tratti di un virus o di un improvviso ammattimento della gente, non è dato sapere. E non solo al lettore, che è solo uno spettatore del tutto, ma anche ai protagonisti che vivono una vita in cui si ha un rapporto di rassegnazione/negazione verso i "non morti".
Questo è un aspetto che molto mi ha colpito del romanzo: l'indifferenza che Giulio, ad esempio, ha verso i "non morti", completamente in contrasto – invece – con la cura e la preoccupazione che nutre Monica, che si occupa della distrubuzione della carne.
E in contrasto anche con Tancredi, un medico che assisterà a uno strano fenomeno che confiderà – in un modo o in un altro, ma non vi dico niente ché altrimenti vi riempio di spoiler – al nostro protagonista. 

Manca, forse, una vera e propria trama al romanzo ma non è un qualcosa di cui il lettore effettivamente si accorge o che rovina la lettura. Sembrerà insensato ciò che scrivo, ma non lo è. Difficile, credetemi, motivare fino in fondo queste parole senza rovinarvi la lettura.
Inoltre, nnonostante sia composto da pochissime pagine, si tratta di un romanzo che riesce – e anche molto bene! – a trasmettere un forte senso di disagio al lettore. Perché sì, la gente che vive nel mondo fermo da settantadue anni potrà anche essersi abituata a vedere certe cose, ma il lettore invece no. 
E l'indifferenza, la rassegnazione e spesso la violenza, ma anche e soprattutto la solitudine, fanno male. 
Fanno male e portano a riflettere. 
Terminata la lettura, ho ripensato ai "non morti" e li ho immaginati come una minoranza, così che l'atteggiamento di non accettazione, in alcuni casi superiorità, in altri di violenza gratuita, ha fatto ancora più male. 

Bello, e in alcune parti toccante, con una scrittura asciutta e senza inutili fronzoli, è riuscito a farmi guardare con sospetto la carne per alcuni giorni. E se un romanzo ti fa questo effetto, vuol proprio dire che ha fatto il suo dovere: è arrivato dritto al punto (che, nel mio caso, era il cuore).

mercoledì 3 febbraio 2016

Recensione Non abitiamo più qui

Non mi sento mai a mio agio quando devo parlare dei libri che mi hanno toccata profondamente.
Non mi sentivo a mio agio parlando di Revolutionary road, non mi sentivo a mio agio neanche parlando di Cassandra al matrimonio. Non lo so perché, ma accade così. Quando un libro mi tocca nel profondo, non riesco a parlarne in modo lucido e poco banale.
Succederà lo stesso con Non abitiamo più qui di Andre Dubus, una scoperta che mi ha emozionata.
Non posso però non parlarvene e quindi ci provo, conscia della mia inadeguatezza. 


Titolo: Non abitiamo più qui
Autore: Andre Dubus
Editore: Mattioli 1885
Traduttore: Nicola Manuppelli
Pagine: 278
Prezzo: 18 €
Il mio voto: 4 piume

Trama

Hank e Jack sono amici dai tempi della scuola e tutti i pomeriggi si trovano a correre insieme dopo il lavoro. Hank non ha mai creduto nella monogamia e vive a modo suo il matrimonio con Edith; Jack ha sposato Terry, la ragazza più carina che avesse mai visto, ma ora crede di non amarla più. Anche per Edith e Terry il matrimonio non si è rivelato all'altezza delle aspettative. Per tutti il tradimento sembra la via di fuga più facile, ma quella che inizia come un'eccitante evasione trascina con sé un intricato groviglio di dubbi, ripicche e gelosia. Con la precisione di un chirurgo, Dubus affronta la complessità del matrimonio scegliendo di ripercorrere, in diversi momenti, la vita di due giovani coppie indissolubilmente legate. Tre racconti, quattro punti di vista a comporre un'unica storia di amori imperfetti. 

La recensione

Per il mio tempo che nei tuoi occhi è imprigionato, per l'innocenza che cade sempre e solo a lato, per i sussuri mischiati con le nostre grida. 

Non abitiamo più qui è una selezione di tre racconti scritti da Andre Dubus che, originariamente, fanno parte di tre raccolte di racconti differenti. La scelta di unirli in un unico volume cosicché formassero una sorta di romanzo è della casa editrice italiana, Mattioli 1885.
Si trattava del primo libro di Andre Dubus che la Mattioli avrebbe pubblicato e la scelta di mettere insieme i tre racconti, credo, non sia stata dettata solo dalla difficoltà che le raccolte di racconti hanno ad affermarsi nel mercato editoriale – io sono una di quelle che non li legge i racconti, per dire – ma anche perché, in effetti, Non abitiamo più qui, Adulterio e Cercarsi una ragazza in America insieme formano davvero un romanzo.
Durante la lettura un po' si ha la sensazione che Adulterio e Cercarsi una ragazza in America non siano stati scritti necessariamente per accompagnare Non abitiamo più qui, ma non è un aspetto che infastidisce o rovina il piacere della lettura, assolutamente. Anzi, il tutto assume una sorta di continuità tale da far sembrare del tutto normale che vi siano dei buchi temporali piazzati qua e là.
Parte del merito credo sia dovuto alla bellezza struggente del primo dei tre racconti, quello in cui i personaggi praticamente manca solo che prendano vita.
Jack e Terry e Hank ed Edith: due coppie, quattro amici, quattro adulteri. Da un lato la noiosa e piatta vita matrimoniale, dall'altro la possibilità di tornare a vivere e non sentirsi più come degli amebi.
Questo, forse, uno dei motivi principali che spinge Jack – infelice con una donna che non ama più come un tempo – ed Edith – imprigionata in un legame in cui, ormai, crede solo lei – a diventare amanti.

C'è questo pezzo in cui Jack e Terry litigano e lo fanno in maniera che definirei brutale, meschina, come fossero reali. Niente è artificioso, non lo sono i dialoghi, non lo è il motivo per cui litigano, non lo sono le loro reazioni. 
C'è questo pezzo, dicevo, e mentre lo leggevo, ho subito percepito una fitta al cuore: Dubus mi stava riportando al primo litigio di April e Frank in Revolutionary road (se non lo avete ancora fatto, vi prego, leggetelo, è uno dei libri più belli che io abbia mai letto). Quel litigio, nato per un motivo futile, che però diceva così tanto perché era reale.
Quante volte, nella vita, abbiamo attaccato le persone che amiamo in modo misero e meschino, colpendole direttamente lì dove sappiamo che farà più male? Quante volte lo abbiamo fatto provando, alla fine, un sadico piacere? E si tratta di vigliaccheria il più delle volte, certo, ma non sempre è solo questo. Spesso è più di questo.