mercoledì 3 agosto 2016

Ma la vita è una battaglia – recensione

In libreria ormai da più di qualche giorno, io l'ho acquistato in occasione del mio compleanno insieme a un'altra caterva di libri (ma vabbè, tralasciamo). Tradotto e curato da Laura de Il tè tostato, non poteva mancare nella mia libreria. Dopo averlo letto, e vi assicuro che ci vuole davvero pochissimo – soprattutto per dei veri appassionati –, ha subito preso posto sulla mia libreria, nella mensola dedicata alle sorelle Brontë (che è bella piena, anche se non ho letto tutto ciò che ospita, lo ammetto).
Parlo di Ma la vita è una battaglia, una raccolta di lettere scelte che Charlotte ha inviato, nel corso degli anni, alle persone che, in qualche modo, hanno influenzato la sua vita.
La recensione arriva oggi, con diversi giorni di ritardo, perché è un periodo veramente allucinante e sento davvero il bisogno di staccarmi da tutto. Ho persino il blocco del lettore.
Quindi, chiudo questo finale stagione con la recensione di Charlotte e poi ci si rivede subito dopo ferragosto.

Mi piace pensare a Charlotte Brontë come a un'eroina del diciannovesimo secolo. È vero, normalmente si pensa alle eroine in termini diversi e Giovanna d'Arco è il tipico esempio di eroina alla quale si potrebbe pensare.
A me, invece, vengono in mente donne come Charlotte Brontë, impegnate a farsi accettare come esseri razionali e pensanti, in grado di ricoprire ben altri ruoli oltre a quello di casalinghe perfette.
Quanto ho letto di lei mi ha fornito un'immagine ben precisa: un'immagine che è praticamente impossibile non ammirare.
Una donna, Charlotte Brontë, certamente provata dai numerosi e importanti lutti subìti durante la propria vita, minuta nell'aspetto e dallo stato di salute cagionevole, a causa soprattutto della malnutrizione e delle scarse condizioni igieniche alla quale fu sottoposta durante il periodo in cui, da bambina, visse in collegio insieme alle sorelle.

Una donna che desidera l'indipendenza economica, che desidera poter essere apprezzata per ciò che è realmente e per quello che è in grado di fare. Una donna che, come tutte le altre donne della sua epoca, è costretta a insegnare se vuole guadagnare il suo magro stipendio.
Charlotte odia insegnare, forse perché non ne ha il carattere, forse perché ambisce a qualcosa di intellettualmente più stimolante, forse perché le ragazze alle quali insegna non sono esattamente le interlocutrici che si aspetterebbe di avere, forse perché, in un certo senso, il ruolo di insegnante le è stato imposto. Imposto sia dalla società, che non ammette donne che facciano altro, sia dalla situazione familiare – il padre, infatti, non è particolarmente entusiasta degli ideali "stravaganti" della figlia, anzi, la vorrebbe sempre al proprio fianco. Atteggiamento, questo, che sebbene nasconda affetto senza dubbio alcuno, nasconde anche un certo egoismo e una predisposizione a pensare alla donna come a una semplice governante della casa e del focolare. Ruolo che, come ben sappiamo, a nessuna delle tre sorelle Brontë piaceva in particolar modo.

Ognuna delle lettere riportate in questo volumetto possiede una breve introduzione che spiega, in maniera chiara e precisa, il motivo di quella missiva e fornisce alcune informazioni sulla vita della famiglia Brontë e di Charlotte in particolare, cosicché per il lettore sia più semplice cogliere le sfumature della personalità di Charlotte.
Trovo che, nonostante presenti soltanto una parte delle lettere che sono giunte fino a noi, questa piccola raccolta lasci ben intuire quanto la personalità di Charlotte Brontë fosse straordinaria e non solo rispetto alle donne del suo tempo, ma straordinaria in quanto artisticamente brillante e dotata di un'intelligenza fuori dal comune.
Da questa selezione, che riporta alcune delle lettere più belle e più rappresentative della personalità incredibile di Charlotte – mi riferisco, in particolar modo, alle lettere indirizzate a Costantin Héger –, è possibile rendersi conto di quanto né il periodo storico, né la condizione socio-economica a dir poco avversa, né la quasi totale mancanza di prospettivee rosee per il suo futuro, le permetteranno di rinunciare a ciò che più desidera al mondo: essere riconosciuta per la sua scrittura.

Uno de I pacchetti de L'orma Editore che non può davvero mancare nella libreria di nessuno: né di chi è già un estimatore della famiglia Brontë (e di Charlotte in particolare, come me), né di chi, invece, vuole avvicinarsi alla sua figura per la prima volta. Consigliato? Sì. Il più bel regalo di compleanno che mi sono mai fatta.

Titolo: Ma la vita è una battaglia
Autore: Charlotte Brontë
Traduttore: Laura Ganzetti
Editore: L'orma Editore
Prezzo: 5 €
Pagine: 64
Il mio voto: 4 piume
Maggiori informazioni: scheda sul sito di L'orma Editore

giovedì 28 luglio 2016

Un tango per Victor – recensione

Oggi vi parlo di un libriccino (di cui vi avevo già mostrato l'incipit) che ho letto in un paio d'ore e che mi ha ricordato che devo necessariamente approfondire la mia conoscenza dei libri di Lorenzo Mazzoni. Io, voi lo sapete, metto tutto in lista desideri e poi compro cose a caso. Dovrò, invece, imparare a seguire un ordine non solo di lettura – che al momento non ho, ovviamente –, ma anche d'acquisto. Riuscirò mai? 
Di Edicola Ediciones vi ho già parlato da qualche parte su questo blog, in più di un'occasione sicuramente, non sono quindi necessarie le presentazioni.

Lorenzo Mazzoni mi aveva già colpita con il suo precedente romanzo, Quando le chitarre facevano l'amore
Mi aspettavo che nel suo nuovo romanzo (anche se, in realtà, è apparso per la prima volta nel 2008) l'autore riproponesse personaggi strambi e una trama sui generis. 
Ho avuto parzialmente ragione e, contemporaneamente, parzialmente torto. 
Un tango per Victor racconta la storia di Denil, un ragazzo italo-cileno che, da diversi anni ormai, vive ad Amsterdam. Le sue giornate sono più o meno sempre le stesse: si sveglia, si reca al coffee shop nel quale lavora – il Sunflower Bay –, partecipa alle lezioni di olandese insieme all'amica Mahulena (seppure non ne abbia bisogno), fa il dj in alcuni locali ed è circondato da gente a dir poco stravagante.
Denil è un appassionato di musica, lo sanno bene anche i colleghi che non condividono affatto le sue scelte musicali, ma non è certamente un esperto di tango ed è anche un pessimo ballerino. 
Fino a quando, una sera, mentre percorre le strade di Amsterdam, non si imbatte in Julia: una bellissima ragazza che, con grazia ed eleganza, improvvisa uno spettacolo di tango solitario di fronte a una chiesa, nel bel mezzo di una piazza semi-deserta.
«Non è bella, ma è la donna più affascinante che abbia mai visto. La carnagione scura, il viso ovale e pieno, da Sud America. Gli occhi marroni, intensi, due mandorle giganti e perfette. La bocca carnosa e marcata, un sorriso sincero, spontaneo. I capelli neri corvini le cadono spettinati sulla fronte e sulle spalle. Non è molto alta, il piccolo seno è modellato dalla stretta maglia nera, il suo corpo è tonico, sinuoso. Tutto in lei sprizza una estraniante e pacata sensualità, come si muove, come osserva le persone, il suo modo di volgere il capo da una parte all’altra della piazza. Trasmette energia e sicurezza».

Forse non è bella, ma è ciò che gli trasmette che colpisce e affascina Denil che, da quel momento, cerca di rintracciarla in tutti i modi per le strade di Amsterdam, anche se di lei non sa praticamente nulla, neanche il nome.
Se ci riuscirà o meno, questo non posso proprio dirvelo, vorrei che lo scopriste da soli. Il motivo? 
Perché Un tango per Victor, però, non racconta solo una dolce storia d'amore, ma è anche una piccola finestra che si affaccia sul Cile soffocato dalla dittatura di Pinochet. 
Denil il Cile non lo ha mai visto, lo conosce, infatti, solo attraverso i racconti dello zio che, attraverso le canzoni di Victor Jara, racconta al nipote e a chiunque voglia ascoltarlo l'anima della protesta cilena.
Ma Un tango per Victor è ancor più che questo: è anche un invito a non gettare la spugna, a non smettere mai di lottare per quel che ognuno di noi desidera davvero, per i valori ai quali crediamo, per l'amore, per la vita, per la libertà.

Titolo: Un tango per Victor
Autore: Lorenzo Mazzoni
Editore: Edicola Ediciones
Prezzo: 11 €
Pagine:112
Il mio voto: 4 piume
Maggiori informazioni: scheda sul sito di Edicola Ediciones

lunedì 25 luglio 2016

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 25/31 luglio



Buongiorno e buon lunedì miei amati amanti della schifiltosità dell'italiaca editoria!
Questa, purtroppo, è l'ultima puntata di Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo prima che il blog si prenda una pausa estiva. 
Lo so, lo so, è una cosa triste ma ho calcolato tutto: vado in vacanza adesso che non esce nessun libro de merda, così posso invece recuperare tutti quelli che vi ho mostrato e leggerli in vacanza. Magari non proprio tutti tutti in 15 giorni eh, ma qualcuno sicuramente sì. Ne ho già iniziato uno e che dire? Bellissimo. Lei è stupida da subito, da pagina 2 tipo. Promette bene, davvero bene.
Per il resto, durante il mese di agosto – mese in cui non pubblicherò nulla per almeno una quindicina di giorni – cercherò di trasferirmi su Wordpress. 
Quindi, gente, cambierò url e però non date di matto: se non mi trovate su blogspot, non ho chiuso i battenti. 
Spero di riuscirci senza combinare macelli, ma chissà. Il motivo del trasferimento? Me so' stufata di avere tutto 'sto casino ai lati dei post, c'ho solo le cose essenziali e mi sembra comunque tutto confuso. 
Ma bando ai discorsi inutili, oggi siamo qui riuniti per segnalare l'unica uscita degna di nota che, tra le altre cose, non è manco un libro ma è un ebook. Esce sicuramente altra roba, ma non sono state ancora rese note le copertine. Sappiate, quindi, che non è colpa mia.

Maledette bellissime bugie. Pensavate non ci fosse possibilità di creare un titolo più brutto di Uno splendido disastro? Ebbene, sbagliavate di grosso. Maledette bellissime bugie. Senza manco 'na virgola tra maledette e bellissime. 
I due tizi in copertina, chiaramente, sono nel bel mezzo di qualche pratica erotica che non stiamo qui a discutere (anche perché il mento di lei mi distrae non poco dal resto dell'immagine), ma sono anche passati in una profumeria della periferia milanese a comprare una terra troppo scura per la loro carnagione, lei soprattutto.
Tesò, ascolta: non puoi metterti il blush color quercia, sembri Sandra Mondaini. O la mia insegnante d'inglese del liceo alla quale potevi tranquillamente accendere un fiammifero in faccia, per quanto ce l'aveva de cartone. E non è un complimento.
Ora, a parte il fatto che quel mento è stato ritoccato così tanto che me pare un culo... Ma manco la spalla siete riusciti a fà? Capisco il mento, più difficile da rendere, ma la spalla? Era necessario prenderne un'altra e appiccicarla male? Gente, poi non so neanche come faccia a non avere un crampo al collo tenendola alzata e così vicina alla faccia per tempo idefinito. Sarà che io c'ho problemi di potassio, che ve devo dì, ma davvero dopo un po' ti parte un crampo che resti bloccato con la spalla storta. 
Lui incommentabile, se ingrandite l'immagine della scheda vi accorgerete anche che ha qualcosa che non va accanto alle labbra: tipo un pezzo in più di faccia che me fa venì gli incubi al solo pensiero. Forse le bugie riguardano il passato di questo tizio, che ha dentro di sé anche il gemello malvagio che, ogni tanto, quando perde le staffe – il gemello malvagio, intendo – fa muovere la faccia al fratello come in Alien. Stanotte non dormo, ve lo dico. 
La scheda, purtroppo, non accenna a niente di orrorifico ma ci dice solo che lei ha bisogno di tanti soldi per salvare la sorella: di maledetti, sporchi soldi. E allora che fa? Entra in un club per gentiluomini, apre la porta e fa: "Raga, io sono vergine, un milione di dollari e ve la do". E il cretino di turno, che sarebbe il tale con un pezzo della faccia del gemello malvagio, dice "Sai che c'è? Me la pijio io visto che non la vuole nessuno. Un milione e te sdereno de brutto, beibi. Viè qua, sulle gambe de papà, che te faccio sentì io cos'è l'amore". E poi si innamorano. Colonna sonora: Dov'è l'amore, Cher. 


Per questo lunedì e per il mese di luglio è tutto. Con Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo se ribeccamo non so quando, a fine agosto probabilmente. Un abbraccione, e tanti libri brutti!



venerdì 22 luglio 2016

So classy! #4 La casa della gioia di Edith Wharton


La signorina protagonista di questa nuova puntata di So classy! mi ha messo veramente a dura, durissima, prova. Non la conoscono in tanti, in Italia almeno, e trovo che sia un peccato. Ammetto che io, sebbene la conoscessi, non avevo mai letto nulla di suo anche perché, pubblicata tempo fa da La Tartaruga (casa editrice miseramente fallita) è stata poi praticamente dimenticata da tutti. Peccato, sul serio. Peccato perché Edith Wharton era una donnina niente male, ironica e sarcastica al punto giusto e, alle volte, anche un po' acida. Una donna che ho trovato piacevole e divertente leggere e che, secondo me, era anche un sacco simpatica.
Piuttosto che partire da L'età dell'innocenza (che, by the way, non è neanche in mio possesso perché mi rifiuto di comprare l'edizione BUR attualmente in commercio con quella copertina terrificante e non se ne parla proprio di comprare quella Newton Compton), ho letto La casa della gioia nell'edizione, appunto, de La Tartaruga. Edizione che, a dispetto della copertina (che trovo dolcissima) è piena zeppo di refusi: refusi a profusione, grandinata di refusi. E non scherzo. Così tanti che ce n'è uno anche sul prezzo di vendita. La traduzione dell'edizione in mio possesso è a opera di Clara Lavagetti Sforni.

Mi preme ricordare al pubblico in sala che è molto probabile che questo post contenga degli spoiler perché non potrei, altrimenti, esplicare bene le mie teorie se non portassi degli esempi – reali, letterali, inventati, intelletuali e quello che ve pare a voi.
Ormai sapete bene come funziona questa rubrica ma un avvertimento è sempre bene farlo, ché poi non voglio essere tacciata di essere una spoilerona. Quindi, se non avete ancora letto La casa della gioia andate a leggerlo e poi tornate. Oppure, se siete fortunati e avete dei seri problemi di memoria – come me – potete anche continuare a leggere, tanto fra mezz'ora ve siete dimenticati tutto e quindi anche chissene dello spoiler. Si parte!




La protagonista de La casa della gioia è Lily, una ragazza di 29 anni che a molti dei lettori in cui mi sono imbattuta nella blogosfera e, più in generale nell'internet, fa discretamente antipatia. Il motivo posso capirlo: Lily è, fondamentalmente, una sciocca ragazza superficiale e viziata. Vero, siamo d'accordo tutti. Lily desidera l'agio e la bella vita e, fino a un certo punto, fa di tutto per ottenerla, anche considerare di sposare Gryce – un uomo che la annoia a morte – e annoiarsi con lui per tutta la vita. Sì, forse il matrimonio non è esattamente il fine nobile per cui si giustificano i mezzi ma è anche vero che, forse, non lo è per noi. 
Lo è però certamente per Lily che, quando si reca a bere il tè nell'appartamento di Selden, non fa che riflettere su quanto sia triste essere una donna dato che non è permesso, alle donne, vivere da sole e avere una propria indipendenza. Alle donne del suo rango, almeno (perché, in effetti, le donne lavoratrici esistono già all'epoca della Wharton).
Al contrario dei lettori che nutrono per Lily una discreta antipatia, io invece trovo che sia intelligente, simpatica, sarcastica e, ahimè, forse un po' troppo ingenua. 
Devo ammettere che agli inizi del '900 probabilmente non doveva essere molto diffuso, ma mi stupisce che una donna come Lily non abbia neanche pensato alla possibilità. Di cosa parlo?
Ma di quella razza di uomo più comunemente conosciuta come "uomo col mestruo", ovviamente!

Piaget, padre delle fasi dello sviluppo*.
L'uomo col mestruo è ovunque. 
Ma attenzione, perché si nasconde molto bene tra le persone che conosciamo. Pensateci bene e scandagliate attentamente le vostre amicizie: ognuno di voi conosce almeno un uomo col mestruo, statene certi.
E non parlo solo di quelli che credono di farla franca rifilandoti frasette sceme quando cercano di scaricarti (tipo: "Non sei tu, sono io", o anche "L'amore è come una pianta, se non la innaffi muore" e becere scuse di questo tipo), parlo soprattutto di quegli uomini che, di fronte alle situazioni complesse e che richiedono una decisione e/o una presa di posizione, escono di scena sbattendo la porta acidamente, come fossero in piena crisi ormonale. Purtroppo, gli uomini di questo tipo – che normalmente, nonostante abbiano superato di gran lunga la pubertà a livello fisico, cerebralmente non hanno ancora raggiunto la fase delle operazioni concrete* – sono molto diffusi, certamente più di quanto immaginate. 

mercoledì 20 luglio 2016

Questione di incipit #12



Buogiorno!
Dunque, questa settimana purtroppo il consueto appuntamento con Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo è saltato per due motivi.
Il primo, e più importante, è che non vi erano pubblicazioni degne di nota – e vabbè, stiamo anche per giungere ad agosto eh, sarebbe anche ora che si fermassero di stampare cagatehm... libri – e poi perché tra un leaving party e il mio compleanno è stato un fine settimana un attimo impegnato e, giuro, non c'ho avuto neanche il tempo di cercare qualche bella copertina di libri pubblicati negli anni passati per fare un'edizione speciale.
Delle volte c'ho 'ste botte di vita sociale che, davvero, me stupisco da sola. Dunque oggi, per sopperire alla mancanza di libri di merda nella vostra vita, ho scelto con cura il libro del quale mostrarvi l'incipit e si tratta anche di un libro che – attenzione, tensione! – inizierò stasera. Così da regalarvi una bella recensione prima di andare in vacanza. Che culo eh?
Gli altri libri che vi ho presentato sono tutti sul mio kindle – a eccezione di uno che ho cartaceo e che non riesco a trovare, sarà mica un segno? – e verranno con me in Spagna. Ciò vuol dire che il mese di settembre sarà davvero un mese interessante per questo blog – me ce lo dico da sola ché sennò me ce viè la depressione a pensare di leggere libri de merda per un mese. Però, vuoi mette le risate? – e quindi restate sintonizzati che ne vedrete delle belle (e il tutto per farmi perdonare della mia vita sociale, poi non ditemi che non vi voglio bene).
Quindi, insomma, vi faccio un breve riassunto: ho accantonato i libri belli e ho fatto spazio ai libri brutti. Si prospetta un agosto bollente, in tutti i sensi. Certo, mi dispiace per quello che non trovo, che poi è della mia amica McGuire, me toccherà smontare la libreria.
Ma bando alle ciance, oggi vi parlo di... RULLO DI TAMBURIIII (ve ce metto pure il sonoro, va', ma dove la trovate n'altra come me)...!!!

Irraggiungibile di Abbi Glines, con questa copertina che me fa venì freddo solo a guardarla – e va anche bene, dato che a Roma è tornato il caldo.
La scelta è stata davvero oculata, perché le tentazioni erano tante eh (sia chiaro!), ma questa è una trilogia gente. Capite? E la trama è così sensazionale che non potevo, davvero, rimanere indifferente.
Irraggiungibile è la storia di Rush – sexy, attraente, cattivone, culo da paura, addominale scolpito, Acqua di Giò pure nelle mutande – che ha 24 anni e fa tremare di voglie pure le vecchie alla fermata dell'autobus e di Blaire, che di anni ne ha solo 19, non ha mai visto un tanga ed è la figlia del nuovo patrigno di Rush.
Alla morte della madre, Blaire lascia la fattoria per trasferirsi dal padre in Florida ma abituata al letame e alle camicie a quadri, come farà a resistere in un ambiente di lusso? Soprattutto perché ad attenderla troverà soltanto Rush, che probabilmente va in giro solo col papillon e i pettorali così unti de sudore che te ce poi specchià.
Niente, la trama è questa praticamente. Come facevo a dirgli di no? Doveva essere mio. Traduzione di Manuela Carozzi.

Capitolo uno

Di solito quando c’era una festa vedevo parcheggiati solo pick-up con le gomme sporche di fango. Non ero proprio abituata alle macchine di lusso, e in quel momento ce n’erano almeno venti ai due lati del vialetto d’ingresso. Non volevo bloccare il passaggio a nessuno, perciò sistemai la Ford di mia madre, che aveva quindici anni buoni, sui ciuffi d’erba che spuntavano in mezzo alla sabbia. 
Papà non mi aveva detto che quella sera ci sarebbe stata una festa. Non mi aveva detto granché su nessun argomento, a dire il vero. 
Non si era nemmeno fatto vedere al funerale di mia madre. Se non avessi avuto bisogno di un posto dove vivere, non sarei certo andata a casa sua. Ero stata costretta a vendere la casetta ereditata dalla nonna per pagare le ultime spese mediche. In pratica mi erano rimasti soltanto i vestiti e il pick-up. Nei tre anni in cui la mamma aveva lottato contro il cancro mio padre non si era fatto vivo neanche una volta, quindi chiamarlo era stato difficile. D’altronde era pur sempre l’ultimo pezzo di famiglia che mi restava. 
Alzai gli occhi sull’imponente edificio di tre piani che sorgeva direttamente sulla sabbia candida di Rosemary Beach, in Florida. La nuova casa di mio padre. La sua nuova famiglia. Non potevo farcela.
Di colpo qualcuno mi spalancò la portiera. D’istinto, infilai una mano sotto il sedile, presi la mia nove millimetri e la puntai dritta contro l’intruso, pronta a premere il grilletto. 
— Ehi! Ehi! Volevo solo dirti che avevi sbagliato posto, ma ti dico tutto quello che vuoi tu se metti via quell’affare. — Dall’altra parte della mia pistola c’era un ragazzo moro, con i capelli arruffati tirati dietro le orecchie ed entrambe le mani alzate. Aveva lo sguardo sbigottito. 
Inarcai un sopracciglio e tenni la pistola salda con entrambe le mani. Ancora non sapevo chi fosse quel tizio. Ma doveva capire al volo che vedermi spalancare la portiera da uno sconosciuto non era un benvenuto di mio gradimento. 
— No, non ho sbagliato posto. Questa non è la casa di Abraham Wynn? 
Il ragazzo deglutì, nervoso. — Senti, non riesco a pensare con quell’arnese puntato in faccia, mi fai paura. Puoi metterlo via, prima che capiti uno spiacevole incidente? 
Uno spiacevole incidente? Quel tizio cominciava a darmi sui nervi. 
— Non ti conosco — gli dissi. — È buio e sono in un posto che non ho mai visto prima, da sola. Perciò scusami tanto, ma al momento non mi sento esattamente tranquilla. E credimi se ti dico che a me incidenti non ne capitano. Sono capace di usare un’arma. Bene, anche. 

mercoledì 13 luglio 2016

Questione di incipit #11



Buongiorno gente (disse quella che augura il buongiorno alle quattro di pomeriggio)!
Anche oggi, come la volta scorsa, vi mostrerò solo l'incipit del libro che sto leggendo e non perché non abbia libri brutti in serbo per voi, sia chiaro, ma solo perché non sono stata in grado di sceglierne uno che mi va anche di leggere. Ne ho diversi in arretrato, così userò questa settimana per mettere chiarezza dentro di me e scegliere bene a cosa dare una chance. Tra l'altro non riesco a capire come mai ma, più avanza l'estate, meno tempo ho a disposizione. O meglio, non so in cosa lo perdo. 
Cosa faccio, a parte boccheggiare, dalla mattina alla sera? Davvero non me lo spiego. A parte cominciare a somigliare a un barattolo sempre di più, ma di quelli delle conserve, belli ciotti, col tappo con scritto "Quattro stagioni", presente?, non so davvero in cosa perda il mio tempo. Se dovessi mai scoprirlo ve lo faccio sapere, ché lo so che siete curiosi. Noto con piacere che blogspot ha rimesso a posto le immagini, dopo avermi fatto penare non poco, ma oggi ha un altro problema: a intermittenza mi dice che si è verificato un problema nel salvataggio del post. Ora, è vero io non sono la persona più paziente del mondo e rischio l'esplosione anche per cose minori, ma davvero blogspot mi sta facendo uscire dai gangheri in questi giorni. Non ce la posso fare.
Se riuscissi a utilizzare un po' del tempo che non so in che modo perdo, potrei migrare su wordpress. Però mo' basta eh, ogni volta c'ho il cappello introduttivo più lungo dell'anteprima del libro che sto leggendo, non va mica bene 'sta cosa.

Ho acquistato questo libro diverso tempo fa, non appena il mio corso in correzione bozze è volto al termine. Il motivo? Con l'insegnante, Leonardo, eravamo andati in tipografia affinché lui ci mostrasse come veniva stampato un libro. La tipografia stava stampando i libri di 66thand2nd e ne aveva a migliaia! Tanti, tantissimi, freschi di stampa e profumelli di inchiostro.
Shoeless Joe, nello specifico, non c'era ma ricordo che una volta tornata a casa mi misi a spulciare il loro catalogo e boh, rimasi forse colpita dai colori di questa copertina? Non saprei, onestamente. Shoeless Joe è la storia di Ray che vive con la moglie e la figlia nella propria fattoria di Iowa. Un giorno, una voce lo convinverà a costruire un campo da baseball tra le piante di granturco per far tornare a giocare "lui", ossia proprio Shoeless Joe Jackson, campione coinvolto in uno scandalo nel 1919. La stessa voce, qualche tempo più tardi, lo convincerà a intraprendere un viaggio per strappare Salinger (quel Salinger!) dal suo isolamento volontario. Sarà forse stato il riferimento a Salinger? Chi lo sa, fatto sta che l'ho comprato e poi accantonato tra i libri da leggere prima di morire. Qualche giorno fa la mia bottiglia dei to be read ha sputato fuori il bigliettino con scritto il titolo di questo libro e, quindi, eccoci qua. Contrariamente a quanto si legge in giro, non è stato prima girato il film – che in italiano si chiama L'uomo dei sogni proprio per somigliare meglio a un romance da due soldi – e poi scritto il libro, ovviamente (dico ovviamente perché io, altrimenti, non lo avrei acquistato). 

***

1. Shoeless Joe arriva in Iowa

Mio padre raccontava di averlo visto giocare anni dopo in una lega di quart'ordine per una cittadina tessile della Carolina, con le scarpe ai piedi e sotto falso nome.
«Aveva messo su una ventina di chili e lo scatto nell'outfield non era più quello di una volta, ma sapeva ancora battere. Ah, quanto era bravo a colpire una palla quell'uomo! Nessuno è mai stato bravo a battere come Shoeless Joe».
Tre anni fa, in una sera di primavera con un cielo azzurro come le uova di pettirosso e il vento leggero come un pulcino appena nato, me ne stavo seduto sulla veranda della mia fattoria nell'Iowa orientale quando una voce mi ha detto chiaramente:
«Se lo costruisci, lui verrà».
Era la voce di uno speaker da stadio. Mentre parlava, ho avuto la visione immediata del prodotto finito che – lo sentivo – ero stato chiamato a realizzare. Vedevo gli altroparlanti squadrati e scuri, simili al berretto dei marinai di un tempo, appollaiati sui pali della luce color alluminio che infiammavano il campo da baseball. In quel momento esatto io mi trovavo dietro la casa base.
A dire il vero, chiunque altro lì davanti a me avrebbe visto solo un prato spelacchiato, con qualche soffione e la gramigna, che confinava con il campo di granturco posto a una cinquantina di metri da casa. 
«Chiunque altro» sarebbero mia moglie Annie, mia figlia Karin, un collie giallo come il grano chiamato Carmelita Pope e Junior, un porcellino d'India bianco e ocra goloso di spaghetti che squittiva contento ogni volta che qualcuno apriva lo sportello del frigo. Karin e il cane non avevano ancora compiuto due anni.
«Se lo costurisci, lui verrà» ha ripetuto lo speaker nell'inglese gracchiante tipico del Midwest, come se la voce fosse stata registrata su un disco a 78 giri.
Una conferenza di tre ore o un manuale di cinquecento pagine non avrebbero potuto fornirmi indicazioni più precise: le dimensioni del campo da baseball hanno cominciato a saltellarmi intorno come pulci e il prezzo dei pali della luce e dei riflettori mi ronzava in testa come le falene che svolazzano contro il lume sopra di me.
Sono state le uniche istruzioni che ho ricevuto: due annunci e la visione di un campo da baseball. Sono rimasto seduto lì finché quel buio di seta non è diventato totale. Qualche nuvola rappresa striava la luna. Il silenzio era così profondo che riuscivo a sentire le palpebre muoversi.

***

Non me ne vogliate, è corto perché ho dovuto copiarlo manualmente e fa veramente troppo caldo per riuscire a stare davanti al computer a fà 'ste cose per più di un tot. 
Tra l'altro, so perfettamente che questo non è il tipo di libro che vi aspettereste di trovare da queste parti ma, in effetti, qualcosa che vi aspettate di trovare qui sopra c'è mai? Perché ho come l'impressione di leggere cose casuali e completamente diverse tra loro, oltre che essere usciti il mese scorso oppure nel 2009 – come questo libro, ad esempio. Forse dovrei chiedere a Quelo perché stiamo andando e dove, soprattutto, per capire che problemi ho nello scegliere i libri da leggere. 
Se voi lo sapete o pensate di averlo intuito ditemelo tranquillamente eh, magari mi si apre un mondo.
Al prossimo mercoledì con il libro bello ma anche quello brutto (soprattutto con quello brutto!).
Io me vado a vedè Orange is the new black, cià cià.