Visualizzazione post con etichetta Anne Tyler. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anne Tyler. Mostra tutti i post

mercoledì 19 ottobre 2016

Questione di incipit #14


Buongiorno, buongiorno!
Grandi novità (oddio, grandi... me sento sempre un po' l'arrotino quando faccio di queste cose) da queste parti. Dunque, da questo momento in poi, Questione di incipit si alternerà con 5 is megl che one fino a quando non capirò bene in che modo organizzare la programmazione del blog. Ci sto lavorando, anche se saltuariamente, e prevedo alcuni cambiamenti. Non radicali eh, sia chiaro, ma vorrei trovare un'armonia che al momento manca.
Sarebbe il caso forse di mettere il blog in stand-by, dato il momento confuso, ma non me la sento. Non me la sento perché spero che insistendo, riuscirò a ritrovare quel quid che in questo periodo non c'è. Lo so, lo so, sono cocciuta. Ma sono del Cancro, e dice l'oroscopo che sono testarda. Ed è vero. Me fisso sulle cose fino a quando non ci riesco.
Quindi, detto ciò, Questione di incipit ci sarà un mercoledì sì e uno no e presenterà solo l'incipit del libro che sto leggendo. O che sto tentando di leggere (ma questo è un altro discorso).
Oggi vi presento Una spola di filo blu di Anne Tyler, una delle mie autrici contemporanee preferite in assoluto.
Inoltre, vi avverto che dal mese prossimo ripartirà In my bookshelf e anche una nuova rubrica (:buauauaua: risata malefica).

Come sempre, perché Anne Tyler è una certezza, anche il suo ultimo libro racconta la storia di una famiglia e delle sue intricate relazioni interpersonali.
Protagonista de Una spola di filo blu è la famiglia Whitshank e le quattro generazioni che la compongono. 
E come in tutte le famiglie, ci sono segreti, mezze verità e questioni in sospeso. E Anne, la mia cara Anne, è così brava e così spontanea nel raccontare queste storie, che sembra sempre che le famiglie protagoniste dei suoi libri siano, in parte, anche le tue famiglie. Tutte. Non so come fa, dico sul serio, ma ci riesce sempre. Devo ancora trovare un suo libro che non mi piaccia. Anne Tyler, con i suoi racconti, riesce sempre a trasportarti – per tutta la durata del romanzo – nella dimensione in cui si trovano i suoi personaggi. E ovviamente, anche in questo caso, mi sento come fossi nel salone dei Whitshank, ad ascoltare la storia del padre di Red, giunto a Baltimora negli anni '20, e vedo scorrere le sue vicende – certo non sempre felici – e, non lo so. Temo che per capire il perché io ami tanto Anne Tyler, bisognerebbe leggere almeno un suo libro. Perché nelle sue storie sembra che non accada mai niente di incisivo e invece sì, gente, invece sì. Nelle storie di Anne Tyler accadono le emozioni.


PRIMA PARTE
Non posso andarmene finché non muore il cane

1

Una sera di luglio del 1994, Red e Abby Whitshank ricevettero una telefonata dal figlio Denny. Era tardi, si stavano preparando per andare a letto. Abby, in sottoveste davanti al comò, sfilava le forcine dalla sua disordinata crocchia color sabbia; Red, un uomo scuro, magro, in pantaloni del pigiama a righe e maglietta bianca, si era appena seduto sul bordo del letto per sfilarsi i calzini. E così, quando il telefono squillò sul suo comodino, fu lui a rispondere. «Casa Whitshank» disse.
E poi: «Oh, sei tu, ciao».
Abby girò le spalle allo specchio con le mani ancora nei capelli.
«Cosa» disse Red senza punto di domanda.
E poi: «Eh? Oh, Denny, ma che cavolo...»
Abby lasciò cadere le braccia.
«Pronto?» disse Red. «Aspetta. Pronto? Pronto?»
Rimase in silenzio per un momento e poi riagganciò.
“Cosa c’è?» gli chiese Abby.
«Dice che è gay.»
«Cosa?»
«Ha detto che doveva dirmi una cosa: che è gay.»
«E tu gli hai sbattuto il telefono in faccia?»