Ok gente, ok. Avrei tipo il resoconto del Salone da scrivere e anche la puntata di So classy! e ho miseramente saltato In my bookshelf di questo mese (la prossima puntata vorrà dire che sarà doppia), ma non posso anche saltare Questione di incipit.
In realtà il rischio che non scrivessi questo post c'era ed era anche molto concreto, considerando il fatto che dopo decenni mi sono ritrovata a dormire più delle consuete 7 ore a notte e mi sono svegliata come se un transatlantico mi fosse passato sulla faccia.
Inoltre al momento sto leggendo davvero un milione e mezzo di cose contemporaneamente, tra cui un libro in inglese iniziato a Dublino e non ancora terminato, per cui non so proprio davvero cosa farvi sbirciare. Il fatto è che questo atto di bulimia è dovuto a un momento di indecisione e di estrema ricerca per tutto quello che di bello c'è in giro, perché dopo circa un anno e mezzo di libri in maggioranza brutti, si sviluppa una sorta di paura di rimanere a corto di libri belli.
C'è da dire che nessuno dei libri che sto leggendo è brutto, quindi sono circondata da libri belli (belli per me, ovviamente) e questa cosa mi rallegra non poco.
E niente, sono anche emozionata perché non appena terminerò uno dei centordici libri in lettura ne aggiungerò altri centordici e mi auguro anche che il momento bulimico passi sennò c'abbiamo un problema. Volevo, tipo, recuperare il buon vecchio Geroge R.R. Martin, quindi devo eliminarne davvero qualcuno tra i 6 in lettura. Ma ecco, via, andiamo a vedere che cosa sto leggendo!
Confesso: conoscevo già Anime baltiche prima ancora che venisse proposto da babalatalpa di Librinvaligia al Bookclub del Klamm (che cambia sede e giorno della settimana, ma non è questa la sede per parlarne). Ma la confessione non riguarda il fatto che lo conoscessi, riguarda piuttosto il fatto che lo conoscevo per la meravigliosa copertina – come 3/4 delle copertine di Iperborea, ammettiamolo.
Non sapevo, però, che non si trattasse di un romanzo e questo, ammetto, mi ha fatto rimanere un po' male perché io, è innegabile, preferisco la narrativa a tutto.
Si tratta comunque di un libro strutturato molto bene e decisamente interessante, che riporta le testimonianze e le vicende di quella parte del nord Europa che non viene praticamente mai considerata (Lettonia, Estonia, Lituania) e che i più appioppano alla Russia. Jan Brokken decide di scrivere un reportage, che non è solo un banale reportage, riportando le vite di persone celebri e persone comuni che hanno vissuto una vita straordinaria e lo hanno fatto donando vitalità a una terra contesa storicamente e poi dimenticata. Traduzione di C. Cozzi e Claudia Di Palermo.
1.
ORGOGLIO
La figlia di Jakobson
Estonia, settembre 1999
Al largo i marinai erano un’ottima compagnia. Dal Dollart al Sund mi ero goduto i racconti di tempeste e naufragi con cui Huig, Melle e Aristides condivano i pasti, ma sulla terraferma mi sembrarono tipi un po’ rozzi.
Avremmo dovuto raggiungere Oulu, il porto più a nord della Finlandia, per portare sale e caricare pasta di legno. Ma vedendo la stiva, il noleggiatore cambiò idea: era troppo sporca per trasportare sale da cucina.
Dopo ventiquattr’ore di attesa al porto di Emden, il cabotiero si vide assegnare un’altra destinazione: Pärnu, in Estonia. Conoscevo il paese solo di nome, per via di quell’elenco imparato a scuola: Estonia, Lettonia e Lituania. Una filastrocca impossibile da dimenticare.
Aristides, il cuoco di Capoverde che da una vita navigava al Nord per conto di armatori olandesi, era già stato una volta in Estonia, quando il paese faceva ancora parte dell’impero sovietico. All’ultimo momento tre poliziotte erano venute a piantonare la nave, una alla passerella e le altre due vicino alle cime d’ormeggio. Le tre virago russe si erano fatte portare una seggiola e avevano gridato in olandese: “Cuciniere, mangiare!” Ricevettero di che sfamarsi. Dopodiché gridarono: “Cuciniere, scopare!” Sapevano queste frasi in tutte le lingue.
Quattro giorni dopo avvistammo le coste della Curlandia. Le dune erano talmente bianche che le scambiai per scogli di gesso. Più a est la spiaggia si allungava come una larga striscia di luce accecante.
Sotto la punta dell’isola di Saaremaa la nave imboccò lo stretto che dà accesso al golfo di Riga. Boschi di conifere si profilarono all’orizzonte, infiammati dagli ultimi raggi del sole.
Il capitano, vecchio e prudente, mise Huig, Melle e me di vedetta. Secondo Huig era arteriosclerotico:arteriosclerotico: erano secoli che nessun capitano gli ordinava più di scrutare il mare a occhio nudo. Dalla scoperta delle onde radio, ci si affidava al radar. Ma il capitano aveva visto sulla carta nautica così tanti punti esclamativi che non si sentiva affatto a suo agio. Il golfo di Riga era un campo minato. I sovietici avevano piazzato le mine quando le acque del golfo erano ancora vietate alle navi straniere, e lì erano rimaste.

