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domenica 2 giugno 2013

Recensione Oliver Twist

Dopo secoli torno a scrivere un post veramente libresco! Scusate, ma questo è un periodo pieno, ma proprio pieno pieno. Ho cominciato a frequentare un corso in correzione bozze (oddio!) e quindi tra il lavoro, lo studio e le lezioni da seguire non riesco a stare dietro a niente altro. Sob.
Ad ogni modo, ho finalmente terminato la lettura di Oliver Twist che mi ha fatta penare non poco. Complice, credo, il fatto che mi sia alzata alle 6 stamattina senza alcun motivo apparente. Odio profondamente la mia insonnia, che viene proprio quando non serve.

Autore: Charles Dickens
Titolo: Oliver Twist
Prezzo: 7 €
Editore: Newton Compton
Pagine: 402
Il mio voto: 4 piume

Trama

In Oliver Twist Dickens dà veste immaginativa alla sua dura infanzia di “orfano” e di operaio nella turbolenta Londra dei primi decenni del XIX secolo e la trascende in una dimensione più universale. Perciò, come dato strutturale profondo, troviamo la semplicità e la potenza della lotta dell’Innocenza contro il Male; e l’ottica infantile che sottopone a radicale critica l’incomprensibile mondo adulto. Oliver però è anche lo strumento per esplorare un mondo storico quanto mai problematico, di cui abbiamo intensissime e quasi visionarie immagini tanto nei primi capitoli, in cui è satiricamente rappresentato il concreto e inumano funzionamento delle “workhouse” (sorta di ospizi e case di lavoro per poveri e disoccupati), quanto nella parte centrale, e conclusiva, dove percorriamo una Londra terribile: la metropoli non del progresso borghese ma del crimine e della degradazione. Oliver Twist – conosciuto a volte attraverso le versioni ridotte per ragazzi – va riscoperto nella integrità di testo letterario, come lo ha riscoperto il cinema nella versione di Polanski, ultimo dei grandi maestri, tra cui Eisenstein e Lean, che ne sono stati conquistati. 

La mia recensione

Letto in netto ritardo rispetto alla media delle persone comuni. Perché sì, questo tipo di classici va letto quando si è ancora giovani e io, invece, non lo sono più. Al liceo la mia inutile insegnante di inglese ci aveva fatto leggere alcuni sprazzi del romanzo per riallacciarsi al discorso del lavoro minorile, molto in voga nel XIX secolo in Inghilterra. Quegli spezzoni, in verità, non mi erano apparsi difficili o pesanti, anzi. Forse, appunto, era l'età giusta per leggere questo libro. Nel frattempo sono passati più di dieci anni e io, Oliver Twist, l'ho acquistato solo un anno e mezzo fa senza avere mai il coraggio, o la voglia, di affrontarlo.
E non so nemmeno io come mai mi sono imbarcata nella lettura circa 20 giorni fa. Me lo aspettavo meno, come dire, articolato. Più fluido, ecco. Non so, probabilmente dipende dall'arzigogolata traduzione italiana di questa edizione ma, dato lo stile, non mi sentirei di dire che si tratta di un romanzo per ragazzi. Non per tutti i ragazzi, ecco. Sarebbe meglio dire che, erroneamente, si pensa che Oliver Twist possa leggerlo chiunque, anche quel giovine ragazzo che legge un paio di libri l'anno. No, ecco, proprio no. Forse io al liceo l'avrei letto in un paio di giorni, ma questa è un'altra storia. Perché un giovine abituato a leggere i romanzi di oggi, dove la parola più difficile che incontra è “calderone”, non resiste fino a pagina dieci.
La storia, comunque, è di una semplicità mostruosa e, forse, Dickens ci avrebbe potuto risparmiare anche un'ottantina di pagine che, onestamente, sono in più. È vero, un tempo la “velocità” narrativa alla quale si era abituati era diversa (ho forse, per caso, inventato il concetto di “velocità narrativa”?!), ma alcune parti sono davvero poco utili ai fini della storia della vita sfortunata di Oliver.
La storia, senza bisogno che la si riassuma, la conoscono anche i muri. Ciò che mi ha stupito, infatti, non è esattamente la trama, ma come questa viene raccontata. 
Non c'è poesia, non c'è romanticismo nelle pagine che narrano di un bambino al quale accadono una serie di disgrazie, una dietro l'altra. L'animo umano viene presentato in tutta la sua brutalità. I cattivi di Dickens, forse un po' sopra le righe ve lo concedo, sono davvero cattivi. Sono persone orribili e non solo per il lavoro che svolgono, ma per i sentimenti che provano. Di contro i buoni sono rappresentati forse un po' troppo buoni. A volte, infatti, le reazioni di Oliver non corrispondono alle azioni che avrebbe avuto un bambino di 12 anni, ma lo fanno apparire più piccolo. Probabilmente, ma potrei dire una cretinata, è una scelta voluta, per far sì che il divario tra la bontà e la cattiveria fosse ancora più evidente. Non esiste nemmeno una vera e propria redenzione perché colei che prova a fare del bene (poveretta, quanta pena ho provato per lei!) viene, infatti, uccisa in malo modo e senza pietà.
Insomma, che dire? La lettura di questo romanzo, se siete in tremendo ritardo come lo ero io, vi consiglio di farla, se non altro per mettere alla prova non solo il vostro dizionario, ma anche il vostro cervello.

mercoledì 24 ottobre 2012

Recensione: Jane Eyre

Questa non sarà una vera e propria recensione. Perché per recensire un libro come questo bisogna avere molta più esperienza con le parole di quella che possa avere io. E, soprattutto, bisogna riuscire a non essere coinvolti come lo sono io. Quanto segue, dunque, non è una recensione, ma una dichiarazione d'amore. Amo questo romanzo, lo amo troppo per riuscire a esprimere a parole cosa provo quando lo leggo.

Autore: Charlotte Brontë
Titolo: Jane Eyre
Prezzo: 8,50 €
Editore: Giunti
Pagine: 720
Il mio voto: 5 segnalibri

Trama 

Dopo un'infanzia difficile, di povertà e di privazioni, la giovane Jane trova la via del riscatto: si procura un lavoro come istitutrice presso la casa di un ricco gentiluomo, il signor Rochester. I due iniziano a conoscersi, si parlano, si confrontano e imparano a rispettarsi. Dal rispetto nasce l'amore e la possibilità per Jane di una vita serena. Ma proprio quando un futuro meraviglioso appare vicino, viene alla luce una terribile verità, quasi a dimostrare che Jane non può essere felice, non può avere l'amore, non può sfuggire al suo destino. Rochester sembra celare un tremendo segreto: una presenza minacciosa si aggira infatti nele soffitte del suo tetro palazzo.

La mia recensione 

Lui e lei ridono umidi baciano parole lievi leggere le piume

È difficile recensire un capolavoro come questo che nella letteratura (almeno per me) non ha eguali. 
La veridicità delle emozioni, la profondità dei sentimenti, la sfrontatezza delle sensazioni, la semplicità della trama. Tutto, in questo romanzo, è trattato con una cura quasi maniacale, ossessiva. Nessun dettaglio, nessun particolare, nessun dialogo, è messo lì per caso. Ogni cosa, ogni parola, è pesata, pensata, ragionata per entrarti dentro. E quando la piccola Jane Eyre entra dentro all’anima del lettore, difficilmente la lascia andare senza creare un vuoto incolmabile. Un vuoto che può essere annientato solo rileggendo, di tanto in tanto, questo piccolo capolavoro lasciandosi incantare dalla magia delle atmosfere, dal calore delle parole, dal fascino dei personaggi. La penna di Charlotte Brontë, infatti, imprime su carta personaggi dalla psicologia ammaliante, quasi ipnotizzante. 
Jane Eyre è reale, piena di contraddizioni, completamente priva di stereotipi. Un personaggio forte, deciso, dal sapore intenso. 

mercoledì 9 maggio 2012

Recensione: La lettera scarlatta



Autore: Nathaniel Hawthorne
Titolo: La lettera scarlatta
Prezzo: 7,90 €
Editore: Dalai
Pagine: 293
Il mio voto: 3 segnalibri e mezzo

Trama

La lettera scarlatta, pubblicato nel 1850, ebbe una genesi complessa e tormentata. In questo libro, dall'impostazione classica e allo stesso tempo innovativa, Hawthorne, che qui rivela le sue capacità di analisi psicologica, non si limita a dare vita a una indimenticabile rappresentazione dello spirito puritano nell'epoca coloniale in America ma giunge a proporre una liberatoria concezione dell'amore come grande forza creatrice della natura. L'intensa storia della bella adultera Hester Prynne, bollata come peccatrice dai suoi freddi e intransigenti concittadini, si trasforma in vera e propria apologia degli istinti nella scoperta della gioia selvaggia e pura di vivere fino in fondo la propria esistenza, rivendicando il diritto alla passione.

La mia recensione
 

Il marchio scarlatto
 

04.08.2015. Per te che sei arrivato qui cercandone l'analisi perché devi consegnarla a settembre e non hai voglia di leggere il libro: mi dispiace, non troverai nulla che possa interessarti qui sotto perché non ho fatto un'analisi, avendo io smesso di fare le superiori diverso tempo fa. Mi dispiace molto, fai prima a leggerti il libro.

Non credo di poter scrivere una vera e propria recensione di questo libro. Diciamo che, più che altro, si tratterà di un commento personale, come se mi avessero chiesto di leggerlo per la scuola e, a fine lettura, la professoressa mi abbia chiesto una breve sintesi di ciò che le pagine del libro mi hanno trasmesso.
La lettera scarlatta non è una lettura semplice né tanto meno scorrevole. In altre parole, se mi avessero costretto a leggerlo per la scuola non solo non ne avrei terminato la lettura, l'avrei odiato con tutta me stessa. Lo stile narrativo è arzigogolato, complesso, a tratti appare forzato e troppo, troppo dettagliato.
Quando ne ho iniziato la lettura credevo si trattasse di un romanzo diverso. La storia, non solo grazie al film ma anche grazie alla scuola e alla mia innata curiosità, la conoscevo già, per cui sapevo perfettamente a cosa andavo incontro. Mi aspettavo, però, che la narrazione fosse meno artificiosa e più leggera, accattivante, appassionante.
Nathaniel Hawthorne scrive La lettera scarlatta nel 1850, a qualche anno di distanza dalla pubblicazione dei libri delle sorelle Brontë e diverso tempo dopo dalla morte di Jane Austen. È vero, è vero... non posso paragonare del tutto gli stili narrativi perché non solo si tratta di scrittori di sesso diverso, ma soprattutto perché Nathaniel Hawthorne non era inglese ma americano. Eppure il periodo è sostanzialmente lo stesso e la narrazione, invece, così diversa. 
Non mi riferisco solamente allo stile narrativo, ma anche e in particolar modo ai personaggi, alle loro caratteristiche di personalità, al loro spessore psicologico. L'autore delinea molto bene il carattere di Hester, una donna forte e coraggiosa, che si fa carico della lettera A, simbolo del peccato e che, da questa esperienza, riesce comunque a ricavarne un insegnamento per la piccola Pearl, frutto del peccato. È come se Hester e la sua lettera scarlatta fossero le uniche vere protagoniste del romanzo, non lasciando spazio a nessun altro, peccatore incluso. Pearl, il reverendo Dimmesdale e il medico Roger Chillingworth rimangono figure di contorno, poco influenti e appena abbozzate. Non a caso, infatti, si prova subito un senso di pena e tenerezza per Hester, costretta al patibolo davanti a tutta la città di Boston ma non si provano sentimenti, invece, per gli altri personaggi.
Dalle descrizioni dell'autore Pearl risulta, inoltre, un personaggio poco realistico, forse anche troppo costruito, perché agisce, parla e si muove come se non si trattasse di una bambina in tenera età. Ci ritroviamo, infatti, a leggere discorsi complessi e fin troppo articolati attribuiti ad una bambina di poco più di cinque anni (oltre ad averla trovata parecchio inquietante).
Un romanzo che non si fa leggere tutto d'un fiato, che non tiene incollati alle pagine e del quale, se non si vuole abbandonare prima di giungere alla fine dell'introduzione, la lettura va dosata: qualche pagina per volta, qualche giorno a settimana, senza fretta.