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lunedì 4 gennaio 2016

Ciarlando allegramente di... #13

Buongiorno!
Sì, vabbè, basta con questa allegria che non ci credo neanche io. Ho finito di guardare Sense8 – serie tv Netflix – che ho divorato in circa 24 ore e mi sento come un vuoto dentro. Bello Netflix, molto bello, però per colpa sua ho visto una miriade di altre serie che avrei fatto bene a non cominciare. Per fortuna vivo in un posto con un clima decente, fossi stata in Islanda sarei morta dentro casa, spaccandomi di serie tv e mangiando solo cibo spazzatura.
Dunque, ho diversi libri di cui parlare ma recensirli tutti era pressappoco inutile perché sono tanti e perché nessuno mi è piaciuto davvero per cui... Direi anche per fortuna, che qua sennò cominciavo a preoccuparmi, dovevo chiudere il 2015 con la maggioranza dei pochi libri letti che non mi era piaciuta, sennò non andava mica bene. Ne ho scelti tre, gli altri magari li nominerò in In my bookshelf, giusto per rendervi partecipe di ciò che ho letto nel periodo in cui non sono stata molto presente.
Andiamo con ordine e per fortuna che ci sta Anobii ad aiutarmi, sennò il rincoglionimento la faceva da padrone e stavamo qui a parlare delle tecniche di coltivazione del timo e degli involtini di pollo e porcini (che comunque vengono bene anche con il tacchino, giusto per dire).

Allora, ho letto Un segno invisibile e mio di Aimee Bender, soprannominata da me Aimeeh Bender, considerando che il suo romanzo è stato proprio un meh. Sia chiaro, non è affatto brutto, né mi è pesato leggerlo, anzi. Considerando che ci ho messo un tardo pomeriggio e una sera per terminarlo (si tratta di circa 300 pagine, forse qualcosa in meno), interrompendo la lettura solo per mangiare, significa che qualcosa deve avermela comunicata, altrimenti me lo sarei portato dietro per mesi.
È la storia di Mona, una ventenne con la passione per i numeri e la matematica che diventa insegnante della scuola elementare della sua città. Sarebbe tutto normale se non fosse che Mona, ogni tanto, si comporta in modo un po', come dire, strano e compie delle azioni che, mentre leggevo, mi hanno fatto seriamente pensare: WTF? (SPOILER: tipo mangiare il sapone – senza motivo apparente – fino a vomitare. Ragazzi, dico, seriously? Cioè, capisco l'autolesionismo – no, attenzione, non è che lo giustifico né penso sia normale ma purtroppo è una realtà che riguarda più persone di quanto crediamo – ma qui non viene approfondito, rimane tutto un po' come un comportamento fuori dagli schemi per boh, motivi generici). Insomma, più volte mi sono ritrovata a dire al libro "Seriously Aimeeh, seriously?" con quella faccia lì che vedete in diapositiva. Ho meno sopracciglia però io eh.
Ciò non toglie che alcune immagini che la Bender regala al lettore siano molto belle e toccanti tanto che, alcune volte, mi sono anche commossa (e commossa davvero, con la lacrimuccia!). Certamente alcune parti mi hanno portata a riflettere sulla natura delle relazioni umane, sulla qualità della vita che viviamo e se, in effetti, in questa vita ci sono mai dei momenti che meritano un numero superiore al 50. Su una scala che va da 0 a 100, quante volte ci siamo sentiti 99? Dei momenti che ricordo, in pochi ho superato il 50, in rarissimi casi ci aggiriamo attorno al 70. Interessante, anche, l'ingenua – che poi, sarà ingenua? – cattiveria dei bambini che più piccoli sono, più egoisti e crudeli sono. Per fortuna, poi, fanno i conti con gli altri esseri umani e imparano l'altruismo e la gentilezza – pure che spesso non è sentita ma solo di facciata.
È un libro che si lascia leggere, anzi la definirei anche una piacevole lettura, ma non l'ho trovato il capolavoro di cui tutti parlano. Forse, mi sorge il dubbio, ormai sono un po' io che non apprezzo più quello che leggo. Dopo un anno di libri meh o brutti sono così satura che qualunque cosa legga mi lascia indifferente o mi indispettisce. Chi lo sa?

La vita accanto di Mariapia Veladiano. Io dico che boh. C'è questa bimba bruttissima, ma così brutta che aiutateme a dì brutta, che non riceve affetto dalla madre e manco dal padre. Avrà un'unica amica e per fortuna suonerà il pianoforte sennò questo libro lo avevamo terminato di scrivere alla quarta riga. Boh. Resto proprio boh alle volte e non so proprio che dire. Solo boh.
Vincitore del Premio Calvino 2011 e addirittura finalista al premio Strega 2011. Perché?, ti viene da chiederti dopo averlo letto. E la risposta è sempre boh.
Sono le esperienze come questa (e quella con Malvaldi) che non mi fanno venire la curiosità di leggere molti autori italiani (a parte quelli che so già che mi piacciono, tipo Luca Tarenzi o gli autori Gorilla Sapiens) e che mi fanno sempre storcere il naso davanti a casi letterari senza eguali "il nuovo capolavoro di Margaret Mazzantini!". Te prego, no grazie.
La vita accanto, almeno, è scritto molto bene e il personaggio di Lucilla è adorabile nel suo essere paurosamente donna già da bambina. Molte aspetti, troppi, restano solo accennati e non approfonditi. Mariapia Veladiano ci ha provato, ma non abbastanza. Forse, in fase di stesura, ci ha ripensato e piuttosto che farne uscire fuori un libro, si è fermata al racconto lungo (saranno boh, 170 pagine in tutto?). Poi ha deciso pure di lasciarlo incompleto.

Arriviamo adesso alla più grande delusione di sempre. Quanto ci so' rimasta male? Quanto? Troppo. Non me lo aspettavo, con quella copertina, quell'argomento, quel periodo storico. Eppure niente, non è stato amore, ma profondo odio.
Mi riferisco a La melodia di Vienna di Ernst Lothar con votazioni su Anobii e Goodreads così alte che mi fa pensare che sia io ad avere qualche problema. Che non è da escludere, ovviamente.
C'è da puntualizzare una cosa importantissima intanto: Dowton Abbey – che io adoro! – non c'entra assolutamente nulla. Ma niente, credetemi, NULLA proprio. È la storia, questa, della famiglia Alt che produce pianoforti e che vive al numero 10 di Seilerstätte, a Vienna. La loro storia parte dalla prima guerra mondiale e arriva al nazismo di Hitler. Il tutto con una bella dose di noia e freddezza nei personaggi che non vi dico. Ho fatto una fatica enorme a terminarlo, lo leggevo così come avrei letto un saggio sulla gastroenterologia: senza curiosità. Nessun interesse neanche per un "mistero" che succederà circa a metà libro, il disinteresse totale per la vita di più della metà dei personaggi. Il coprotagonista – perché, essendo una saga famigliare il protagonista della prima parte del romanzo è Franz – Hans è praticamente la reincarnazione di #mainagioia, come in realtà tutta la famiglia lo è. In effetti anche quel poveraccio di Franz è un po' #mainagioia, considerando la sua devozione per la sua sposa, Henriette, per la quale io ho provato un solo sentimento: profonda pena. Pena perché incapace di essere non dico esattamente una bella persona, ma almeno passabile. Pena perché una persona che ha paura delle proprie azioni e dei propri sentimenti e che, per codardia, si nasconde dietro un'altra persona non può che farmi pena. Ecco, diciamo che dopo le prime 50 pagine in cui ho provato pena per questa donna, ho poi completamente perso interesse. Nella lotta Lothar versus Noia ha vinto Noia con un KO sensazionale. Di questo libro, però, vi linko anche la recensione di qualcuno (qui) che invece l'ha trovato bello, magari so' io che – appunto – ormai non trovo piacevole nulla.

E adesso insultatemi pure, dato che ho distrutto 3 dei libri con le votazioni più alte sulla faccia della Terra, io intanto vado subito a cercare un altro libro da leggere e da non farmi piacere.

sabato 17 gennaio 2015

Gruppo di lettura #5 Il commesso

E, con il mio solito ritardo, eccomi a parlare dell'ultimo appuntamento del gruppo di lettura organizzato da Scratchbook e al quale partecipo tutte le volte che posso. Per chi volesse prendere parte ai prossimi appuntamenti, è sufficiente che clicchi qui e chieda l'iscrizione al gruppo.
L'ultima puntata del gruppo di lettura, di cui faccio un resonconto con molto ritardo, è stata incentrata sulle vergogne. Non abbiamo letto tutti lo stesso libro, cosa che accade di frequente e che, forse, disorienta un po'. Ognuno ha letto il libro che reputava una vergogna non aver ancora letto.
C'è da dire che io ho una lista così lunga di vergogne che è stato davvero difficile sceglierne solo una. Ma tant'è... Il commesso di Bernard Malamud si è aggiudicato il podio. I motivi sono diversi, non tutti da considerarsi intelligenti: Malamud è americano e io adoro la letteratura americana, la copertina è stupenda, non ha tante pagine e quindi potevo leggerlo in breve tempo, lo possedevo in ebook, ne ho sentito parlare un gran bene, è considerato il capolavoro di Malamud.
Un consiglio: non leggete la prefazione di questo libro, o meglio. Leggetela alla fine, è piena di spoiler.

Titolo: Il commesso
Autore: Bernard Malamud
Editore: Minimum fax
Pagine: 327
Il mio voto: 4 piume

Terminato da qualche giorno, riesco a parlarne solo adesso – con decisamente molto ritardo.
Il commesso è uno di quei libri che ci si dice di dover leggere.
"Lo leggerò, prima o poi. Magari appena finisco questo. O magari  dopo quest'altro. Lo leggo sicuramente entro la fine dell'anno."
Più o meno è andata così, l'ho rimandato per diverso tempo senza trovare mai il coraggio di iniziarne la lettura. Avevo paura di Malamud, come ho paura ogni volta che mi approccio alla lettura di un Autore, con la a maiuscola. Mi è successo con Malamud, come mi è successo con Yates e come mi succederà un milione di altre volte.
È stato bello – come lo sarà sempre – chiudere il libro e rendersi conto che quella paura, la paura di non essere all'altezza, era inutile oltre che infondata.
La storia di Morris Bober, della sua triste e in un certo senso travagliata vita, mi ha letteralmente conquistata. Morris possiede un negozio di alimentari che, tra la crisi economica e il sorgere di negozi migliori nelle vicinanze, non se la passa poi così bene. È proprio grazie alla sua attività che la vita di Morris si intreccerà con la vita Frank Alpine, un goy (termine ebraico per indicare persone non appartenenti alla religione ebraica) di origini italiane che si offrirà di aiutare Morris a mandare avanti il negozio. Il commesso non racconta solo la storia di una bottega di alimentari che cerca, in tutti i modi, di sopravvivere alla crisi e alla concorrenza. Racconta anche e soprattutto della condizione umana di una famiglia sfortunata e in balia degli eventi e delle umili e tristi persone che la circondano.
Quando ho iniziato la lettura di questo romanzo non mi aspettavo che fosse triste. O meglio, triste sì ma non così triste. E mi viene da pensare, ma forse mi sbaglio, che della vita di queste persone Malamud se ne sia servito per raccontarci, in verità, le sfaccettature e le complessità dell'animo umano, per mostrarci la sottile linea che separa la fortuna dalla sfortuna, l'amore dall'ossessione, la tristezza dalla felicità. E il lento scorrere delle sue parole fa sì che la tristezza della quale è intriso il romanzo ti entri dentro, ti perfori così in profondità da raggiungere perfino le ossa. Come l'umidità. L'umidità è bastarda, c'è ma non si vede, la senti veramente solo quando ti trapassa e ti lascia spossato e con le ossa e i muscoli doloranti. E la tristezza di Malamud è bastarda tanto quanto può esserlo l'umidità della spiaggia la sera. Quando ti sdrai, incantato a guardare le stelle cadenti e, due ore dopo, hai dolori in tutto il corpo. "E però – ti dici – chi se ne frega", conscio dello spettacolo meraviglioso al quale hai assistito.

"Lo trovava spesso in biblioteca. Quasi ogni volta che vi si recava, Helen lo vedeva seduto a uno dei tavoli davanti a un libro aperto e si chiedeva se tutto quel che faceva durante il tempo libero fosse di venir lì a leggere. Lo rispettava per questo. Lei si recava in biblioteca in media due volte alla settimana, prendendo solo un libro o due per volta, perché ritornare per un altro libero era una delle sue poche gioie. Anche quando era più sola le piaceva trovarsi in mezzo ai libri, sebbene qualche volta fosse deprimente vedere il numero dei libri che non aveva letto. [...] Ma una biblioteca era una biblioteca, e lui ci veniva, come lei, per soddisfare certe esigenze".

martedì 22 luglio 2014

Ciarlando allegramente di... #8

Ho terminato la lettura di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas da eoni. E dire, poi, che l'ho praticamente divorato quindi non avrei dovuto riscontrare particolari problemi nel parlarvene. E invece... Invece la mia vita mi è sfuggita un attimo di mano ultimamente. In sostanza non ho più il tempo di fare nulla, nemmeno leggere. Ho iniziato Gli eroi imperfetti di Stefano Sgambati l'1 luglio e l'ho terminato da poco, vogliamo parlarne? Per non nominare nemmeno la tragica situazione del mio fegato se continuo a mangiare fuori con questa frequenza. E quindi, vabbè, questa non è certamente la sede giusta per parlare della mia giornata tipo.
Comunque, andiamo con ordine, parliamo di un libro per volta. Parto dal libro che mi ha scossa di meno, di cui è decisamente più semplice parlare.

Se ti abbraccio non aver paura è un diario che racconta il viaggio in America di Franco e Andrea, padre e
figlio. Non racconterebbe una storia veramente degna di nota se non fosse che Andrea è un ragazzo affetto da autismo. Il romanzo (ma si potrà poi considerare un romanzo?) racconta non solo il viaggio, intrapreso in parte a cavallo di una moto, dall'Italia agli Stati Uniti, ma anche e soprattutto di quali sentimenti e quali emozioni leghino l'animo puro di Andrea alla forte personalità di Franco. Una storia molto dolce la narrazione della quale è intervallata da alcune parti di conversazioni scritte realmente da Franco e Andrea.
Incredibile come il mondo sia visto attraverso gli occhi di un adolescente autistico che accosta l'aggettivo "bello" a situazioni e contesti realmente differenti tra loro. Incredibile perché mostra al lettore quanto l'autismo amplifichi le emozioni e le renda uniche, indimenticabili.
Il tema dell'autismo è trattato in maniera poco approfondita, probabilmente perché lo scopo del romanzo non è informare il lettore dei lati negativi della malattia, ma mostrarne invece i lati positivi, quelli che fanno di Andrea un ragazzo dolcissimo e a suo modo romantico. Un romanticismo e una purezza d'animo che, senza esagerare, definirei ottocentesca.
La vicenda è narrata con uno stile molto semplice, oserei dire colloquiale. Non ho letto altro di Ervas, quindi non posso esprimermi circa il suo modo di scrivere. Non so, in effetti, se lo stile così semplice ed elementare sia da considerarsi tipico dell'autore o semplicemente voluto per rendere questa meravigliosa storia alla portata di tutti. Certo è che, grazie a questo romanzo dalle tinte tenui e dai colori pastello, la Marcos y Marcos mi ha incuriosita: leggerò sicuramente altro di Ervas.
Un viaggio tenero e leggero, da leggere su una panchina al parco.

lunedì 10 ottobre 2011

Recensione: Revolutionary Road

Autore: Richard Yates
Prezzo: 18
Editore: Minimun Fax
Traduttore: Adriana Dell'Orto
Pagine: 450
Il mio voto: 5 piume

Trama

È il 1955; i Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: la loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l'inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano. 

Nominato dal Time tra i «100 Best Novels in English», Revolutionary Road è uno dei classici «dimenticati» della narrativa americana del secondo Novecento, che Minimum Fax ha riportato con successo nelle librerie italiane dopo più di trent’anni.

La recensione 

Come è possibile che io sia arrivata così tardi a conoscere Richard Yates?! Cosa ho letto in tutti questi anni?! E come ho fatto, per tutto questo tempo, a vivere bene senza aver letto nemmeno uno dei suoi romanzi?!
Ebbene, per fortuna, qualcuno tra i bookcrosser italiani mi ha dato la possibilità di leggere, ma soprattutto apprezzare, questo bravissimo scrittore.
L'autore racconta una storia semplice, lineare, praticamente priva di colpi di scena eppure mai scontata, banale o noiosa. Perché, se sai scrivere, riesci a rendere interessante qualunque cosa, anche gli oggetti inanimati. E Yates sapeva decisamente scrivere. E questo è bene sottolinearlo, anzi scriverlo in grassetto o, perché no, urlarlo ai quattro venti perché tutti possano sentirlo. Yates sapeva scrivere. 
In un panorama letterario che diventa di giorno in giorno sempre più imbarazzante è quasi necessario riscoprire gli autori del passato e i loro piccoli gioiellini che, probabilmente, non hanno ricevuto la giusta attenzione quando sono stati pubblicati. E' questo, infatti, il caso di Revolutionary Road, riscoperto solo diversi anni dopo la morte dell'autore e proclamato dal Time, nel 2005, uno dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 ad oggi.

Il romanzo si apre con una rappresentazione teatrale finita male che scatena un litigio tra i coniugi Wheeler, un litigio che, in verità, poco ha a che fare con il malumore di April legato allo spettacolo. Quel litigio, infatti, non è altro che un sintomo del malessere, dell'insoddisfazione e della tristezza che avvolge la vita coniugale dei due protagonisti principali. Ergendosi a narratore onnisciente, Yates ci trasporta indietro nel tempo, fino al primo incontro di Frank ed April e poi ancora più indietro, quando Frank non era che un bambino intimorito dal padre. In questo lungo e coinvolgente viaggio si ha la sensazione che i protagonisti siano come noi: persone comuni, con timori, pensieri, ideologie comuni. 
Perché, infatti, i Wheeler, i Campbell e perfino i Givings sono persone normali, comunissime persone ottenebrate dall'idea di dover, quasi forzatamente, vivere il sogno americano: una famiglia numerosa, un lavoro appagante, una bella casa in campagna, una matrimonio perfetto, un vialetto di pietre perfettamente posizionate nel terreno. Ma niente sembra mai andare per il verso giusto, c'è sempre qualcosa, un elemento, che si posiziona in maniera scomoda crepando profondamente la vita, solo apparentemente perfetta, delle famiglie di Revolutionary Road. Tutto viene fatto, agito, pensato in funzione di una ricerca, più o meno disperata, di un'ideologica perfezione, di una agognata "normalità".
E forse è proprio perché le azioni e le reazioni dei protagonisti a tutto ciò che succede loro non sono mai esagerate, fuori luogo o poco credibili, o forse perché i dialoghi presenti nel romanzo sono i dialoghi meglio riusciti che io abbia mai letto... Forse, proprio per questi due motivi, il primo aggettivo che mi viene in mente se penso a come descrivere questo libro è "vero".  
Un piccolo capolavoro che ci descrive, con fluida semplicità e sconvolgente intensità, una fetta della società americana degli anni '50. Uno di quei romanzi che, prima o poi, si devono leggere.