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lunedì 15 aprile 2013

Recensione L'ultimo chef cinese

Oh, finalmente un libro che mi è piaciuto molto leggere e, soprattutto, un libro che ho letto proprio nella sua stagione di appartenenza. Lo sapevo, Neri Pozza non mente! Spero che anche il prossimo libro che recensirò sia all'altezza delle aspettative e sia coinvolgente come questo. Ho bisogno di cose belle in questo momento, solo cose belle. E poi, ormai, vivo in funzione del Salone del libro di Torino, sapevatelo! 
L'ultimo chef cinese, ad ogni modo, apprendo solo in questo momento che attualmente è fuori catalogo, ma forse è solo in ristampa. Se lo trovate in biblioteca dategli una chance, è un libro di una dolcezza unica e rara.  E poi, non lo so, sono una romanticona ultimamente. Sarà mica la primavera, il sole, la bellezza di Roma baciata dal sole? 

Autore: Nicole Mones
Titolo: L'ultimo chef cinese
Prezzo: 17,50 € (fuori catalogo)
Editore: Neri Pozza
Pagine: 336
Il mio voto: 4 piume



Trama

Maggie è appena arrivata a Pechino, davanti alla casa del giovane chef che ha deciso di intervistare per la rivista di gastronomia con la quale collabora. La casa ha il tipico aspetto degli edifici cinesi in stile antico: una costruzione bassa, con un portone rosso di legno massiccio, che dà su un lago lungo e stretto. Un paesaggio completamente diverso dal porto di Marina, in California, dove Maggie è andata a vivere su una barca, e dove è riuscita a ritrovare un suo equilibrio, dopo il tragico incidente che è costato la vita a Matt, suo marito. Un equilibrio, tuttavia, decisamente turbato dalla telefonata di qualche giorno fa di Carey, ex collaboratore di Matt nel suo studio legale a Pechino, che le comunica che nelle aule del tribunale della capitale cinese giace un'istanza legale in cui una donna sostiene che Matt è il padre della sua bambina. Maggie ha impiegato del tempo per riaversi dalla sorpresa, poi ha deciso di prendere il primo volo per Pechino per appurare la verità. Una volta in terra cinese, per non macerarsi nell'attesa del test di paternità, ha pensato che non c'era niente di meglio che offrire ai lettori un servizio su Sam Liang, giovane chef emergente, per metà americano e per l'altra metà cinese. Quando Maggie bussa al portone di casa Liang, si trova al cospetto di un giovane uomo affascinante, dagli zigomi pronunciati e dai capelli neri e lisci. Ma quello che le toglie il fiato è il regno di quell'antica casa: una cucina organizzata in modo stupefacente.

La mia recensione

Un romanzo al sapore di salsa agrodolce

L'ultimo chef cinese è un romanzo leggero, da leggere al parco, seduti su una panchina, con il tiepido sole primaverile che ci accarezza dolcemente. 
Maggie, rimasta vedova da poco, per motivi personali e, successivamente, anche lavorativi, si reca in Cina e ne rimane piacevolmente sorpresa. Per la prima volta, infatti, visita Pechino senza il suo Matt, morto in un tragico incidente stradale, e si lascia incantare dai paesaggi, dai luoghi ma, soprattutto, dalla cucina locale. Sì, perché L'ultimo chef cinese è fondamentalmente un romanzo sul cibo, come già lascia intuire il titolo. 
La vacanza di Maggie, però, non è soltanto di piacere. Infatti, il motivo principale per cui si reca in Cina non è, purtroppo, molto piacevole, anzi. Una donna sostiene che Matt sia il padre della sua bambina e ha presentato un'istanza legale con la quale ne richiede il riconoscimento. Un duro colpo per Maggie, ancora innamorata di Matt che, si rende conto giunta in terra cinese, non conosceva poi così bene. 
Come ha potuto Matt tradirla con un'altra donna e, soprattutto, tenerle nascosto per così tanto tempo la possibilità che questa donna fosse rimasta incinta? Fortunatamente, a distrarla dai brutti pensieri, ci penserà Sam Liang, un giovane chef emergente, che Maggie deve intervistare per la rivista di gastronomia per la quale lavora.

mercoledì 27 febbraio 2013

Ciarlando allegramente di... #1

Oh, ma quante piccole rubrichette sto inventando, eh? Certo, sono tutte inerenti alle recensioni ma, in fondo, parlo praticamente solo di libri e quindi c'era da aspettarselo. Ciarlando allegramente di..., in realtà, è semplicemente un nuovo tipo di recensione, così come lo è Francamente me ne infischio. Solo che, mentre con Francamente me ne infischio do spazio all'acidità che mi caratterizza, Ciarlando di... riguarderà quei libri che, per un motivo o per un altro, non riesco a recensire in modo approfondito. Le puntate potranno riguardare un solo libro oppure più di uno, a seconda di quanto ho letto (ormai tristemente poco, sob).
Oggi voglio parlarvi di di La morte del cuore di Elizabeth Bowen e di Charlie and the Chocolate Factory di Roald Dahl.

La morte del cuore, romanzo scritto da Elizabeth Bowen nel 1938, è edito da Neri Pozza che ne ha pubblicato la ristampa ad Ottobre del 2012. Il libro si aggiudica l'etichetta di Perduti & Ritrovati perché, oltre ad essere sconosciuto ai più, è stato prima pubblicato da Le Tartarughe e abbandonato al suo triste destino di libro a cui non è stata dedicata attenzione. Si tratta della storia di Portia, figlia di un uomo al suo secondo matrimonio, che rimasta orfana si ritrova a dover vivere insieme al fratellastro, Thomas, e a sua moglie, Anna. Sebbene, inizialmente, il lettore avrà l'impressione che quella sia la storia di Anna e Thomas, costretti a ospitare una persona poco gradita nella loro casa, passate le prime cento pagine, l'attenzione della Bowen si sposta per concentrarsi sulle vicende che riguardano Portia in prima persona.
All'inizio del romanzo odiavo Portia. Sul serio, un odio profondo e viscerale giustificato dalle sue azioni e dalla povertà dei suoi sentimenti. Dannazione, cara, esprimiti! Arrabbiati, piangi, ridi, fai qualcosa! Invece no. Portia si adagia sulle situazioni con una mancanza di carattere da far rabbrividire perfino i passanti. Cribbio, hai sedici anni, d'accordo, hai perso la mamma e il papà e d'accordo anche qui. Ma tutto ciò non giustifica la completa alessitimia (dicesi alessitimia l'incapacità di provare emozioni). C'è da dire che la Bowen si serve del narratore onnisciente in maniera un po', passatemi il termine, "accademica". Sta lì e guarda tutti dall'alto, spesso descrivendo esclusivamente le azioni senza condirle di sentimento, passione. Poi, ad un certo punto, tutto cambia quando Portia si reca in vacanza a Waikiki. Lì ecco che, finalmente, i suoi sentimenti per Eddie (imparerete a odiare anche lui) si palesano e il lettore comincerà a provare una sorta di tenerezza per Portia, per la sua ingenuità, per la sua immaturità. In alcuni punti del romanzo sono stata salvata solo dalla consapevolezza di trovarmi in metropolitana rendendomi conto che, forse, la scelta di gettare il libro per terra, saltarci sopra con veemenza riempiendo Eddie di osceni turpiloqui, non era poi così saggia. Qualche parolaccia, però, mi è sfuggita comunque. Non so dare un voto preciso a questo libro perché è un romanzo freddo, distaccato, riflessivo. Le descrizioni, che rasentano l'ossessività, appesantiscono il testo ma non la storia. Suvvia, facciamo un 3 e mezzo su 5. Ad ogni modo, scritto e tradotto con immensa maestria. Chepeau.

martedì 8 gennaio 2013

Recensione: Casa di foglie

Casa di foglie è un libro complesso, non solo per quanto riguarda la sua struttura narrativa, ma anche complesso da leggere. Ho conosciuto questo romanzo attraverso aNobii. Tanti utenti ne parlavano, molti lo cercavano disperatamente, alcuni lo osannavano. Ho letto recensioni entusiastiche e recensioni estremamente negative. Trattandosi di un libro ormai fuori catalogo da un po' (voi, miei lettori affezionati, lo sapete bene che io "adoro" scovare libri introvabili e leggerli d'un fiato per poi parlarne a voi) mi sono informata qua e là e ho scoperto dell'esistenza di un tipo particolare di letteratura: la letteratura ergodica. "C'è addirittura un filone a cui appartiene questo libro?" mi son chiesta. "Devo averlo!" è stato il pensiero successivo. Così, dopo aver richiesto il tomo in biblioteca mi sono un po' informata su che cosa effettivamente si intenda per "letteratura ergodica". Il termine ergodico, apprendo tramite internet, deriva dal greco "ergon" (lavoro) e "hodos" (percorso). Si tratta di un testo la cui fruizione richiede un lavoro fisico superiore rispetto a quello solito perché chi lo legge arrivi alla fine. Per capire ciò che intendo dire vi rimando al post de L'accademia della Fuffa che mostra anche alcune pagine di questo libro: qui.
E così eccomi qui a parlarvi di Casa di foglie, scritto da Mark Z. Danielewski, edito (un tempo) da Mondadori per la collana Strade blu (ho deciso di approfondire la conoscenza di questa collana) a un prezzo un po' proibitivo: 22 euro. Mi scuso con tutti voi, comunque, per la "lunghità" di questo post. Perdonatemi, il dono della sintesi ultimamente non è tra le mie doti. 

Autore: Mark Z. Danielewski 
Titolo: Casa di foglie
Prezzo: fuori catalogo
Editore: Mondadori
Pagine: 815
Il mio voto: 3 segnalibri e mezzo

Trama

Un libro-labirinto, a metà strada tra horror e thriller psicologico, ma anche un trattato postmoderno di critica letteraria. Johnny Truant è ossessionato da un manoscritto trovato nell'appartamento del vecchio Zampanò, morto da poco. Si tratta dell'analisi e della ricostruzione di un film documentario intitolato "The Navidson Record". In esso un famoso fotografo racconta della sua vita in una misteriosa casa di campagna. Una casa più grande dall'interno che all'esterno, con un muro nel quale compare all'improvviso una porta. Il fotografo, la sua famiglia, i suoi amici si avventurano nei corridoi infiniti che si aprono dietro la soglia, in un crescendo di traversie fisiche e psicologiche, che finiranno per riflettersi anche su chi legge... 

La mia recensione

Genio o follia?

La recensione di questo libro non potrebbe che essere strutturata per punti perché, trattandosi di un volume di un certo spessore (anche fisico, tra l'altro), merita un'attenzione un po' particolare.

L'idea. 

L'idea di base è geniale. Johnny Truant, un ragazzo che per guadagnarsi da vivere lavora presso un tatuatore, entra in possesso di un manoscritto trovato all'interno dell'appartamento di un anziano signore, Zampanò, che viveva nello stesso palazzo di un carissimo amico di Truant. Il manoscritto, intitolato The Navidson Record, è sostanzialmente il resoconto di un documentario girato da un fotografo, Will Navidson, e che si chiama, appunto, The Navidson Record. Il documentario girato da Will Navidson raccontava, sostanzialmente, la vita di Will e della sua famiglia. Egli, infatti, dopo essersi trasferito in una bella villa in campagna, aveva collocato delle telecamere in ogni stanza per filmare ciò che gli succedeva e trarne un film. Truant decide di mettere insieme i pezzi del manoscritto di Zampanò, spesso confusionario, e implementare le parti che l'anziano aveva lasciato incomplete. Si tratta, quindi, di un manoscritto del manoscritto del lungometraggio, farcito di lunghe e dettagliate note che, con l'ingresso di Truant, riguarderanno anche la sua storia. Una storia nella storia. Geniale, semplicemente. Danielewski non risparmia nulla al lettore: inventa personaggi, cortometraggi, film, interviste, titoli di libri, nomi di autori, ipotetici quadri, bozzetti, appunti, studi e spiega tutto minuziosamente, elencando luoghi esistenti o inventati, inventando teorie o riferendosi a teorie vere, scomodando la fisica o la psichiatria. Ho temuto, per un po', che l'autore si fosse ucciso per depressione dopo aver scritto questo libro perché, dannazione, un uomo con cotanto genio deve per forza avere qualcosa che non va. E invece no, sono lieta di informarvi che Danielewski è vivo e vegeto e scrive ancora. 

domenica 19 agosto 2012

Recensione: Il castello errante di Howl

Qualche post fa, precisamente qui, vi avevo detto che avrei passato l'estate sul mio letto a leggere e rilassare il cervello. Ebbene, l'ho fatto. Non faccio altro che stare china sui libri, sia di studio (leggo Gardner e una buona grammatica di lingua italiana per lo stage da coprecarywriter) sia di puro piacere. Oggi sono contenta di recensire Il castello errante di Howl, un libro che conosceranno tutti per via del film di animazione che ne è stato tratto qualche anno fa. Purtroppo (argh, dannate piccole case editrici!) il libro è fuori catalogo e non posso che dispiacermi molto di questo perché, credetemi, se vi piace il genere fantasy Il castello errante di Howl è un libro da leggere assolutamente.


Autore: Diana Wynne Jones
Titolo: Il castello errante di Howl
Prezzo: 15 € (fuori catalogo)
Editore: Kappa Edizioni
Pagine: 245
Il mio voto: 5 segnalibri

Trama

Il castello volante di Howl è una vera minaccia per tutte le giovani di Market Chipping: il potente Mago si diverte infatti a collezionare ragazze dai dintorni, alle quali succhia l'anima e mangia il cuore. Sophie, Lettie e Martha sono state avvisate del pericolo e per questo non possono uscire da sole. Un giorno Sophie s'imbatte in Howl, e si ritrova nel suo castello, le cui porte conducono tutti a mondi paralleli....

La mia recensione

Una porta per ognidove
  
Prendete una donna, più o meno della mia età (2 coff coff 7 anni), chiudetela in casa per via del caldo torrido e datele questo libro in mano: vedrete nascere un mostro. Per rendere l'idea dico solo che, a causa della non comodità della mia stanza (ma queste sono faccende personali) mi sono costretta a leggere nei posti più assurdi e nelle posizioni più impensabili. Adesso, a causa dell'ingordigia che questo libro mi ha fatto sviluppare, ho la stessa identica postura del Gobbo di Notre Dame. 
Ok, non ho la stessa bruttura, ma solo perché sono una donna e quindi, per ovvie ragioni, ho meno peli in corpo. Ma il mal di schiena lancinante credo sia più o meno della stessa intensità di quello provato da Quasimodo. La postura, garantisco, è identica.
Sono rimasta letteralmente estasiata da questo romanzo. E non esagero, affatto. Non appena ho letto l'ultima pagina ho subito pensato "Dannazione, devo subito procurarmi il secondo!". Brutto, bruttissimo segno per la mia povera schiena.
Il castello errante di Howl è una porta per ognidove, un passaggio diretto per i nostri sogni. 
Se giriamo la maniglia e oltrepassiamo la soglia ci ritroveremo su un sentiero che ci condurrà in un mondo parallelo. Con questo libro stretto tra le mani si può andare dovunque, basta solo volerlo intensamente. 
Gli elementi che compongono la storia, il castello sempre in movimento, il demone del fuoco, le tre sorelle, la matrigna, un misterioso mago, una strega cattiva, suggeriscono un'ambientazione simile a quella delle fiabe dei fratelli Grimm. Anche la struttura stessa del romanzo, in realtà, è molto fiabesca.

giovedì 16 agosto 2012

Recensione: Il congresso di futurologia

Autore: Stanislaw Lem
Titolo: Il congresso di futurologia
Prezzo: 12 € (fuori catalogo)
Editore: Marcos y Marcos
Pagine: 157
Il mio voto: 3 segnalibri

Trama

Ijon Tichy, intrepido pilota protagonista di tante avventure spaziali, partecipa all'ottavo congresso di futurologia. Siamo in Costa Rica nell'anno 2006. La popolazione vive in preda alle droghe, non esistono più turisti, né mercanti, né artigiani. Esistono solo congressi. La gente non produce, non consuma: parla e basta. Ijgon Tichy si mescola per puro caso ai partecipanti al 'Congresso per il libero sesso nella letteratura liberata', ma fugge disgustato. Dopo qualche tempo, comincia a rendersi conto di essere vittima di strane allucinazioni. Non ha assunto alcuna droga, l'acqua che ha appena bevuto dal rubinetto di camera sua gli sembra normale. Ma quando finalmente entra in possesso di alcuni antidoti in grado di combattere le sue allucinazioni, si rende conto che qualcosa è cambiato attorno a lui. 

La mia recensione

Aldol Darkene Triptizol. Noan Anasclerol. Aggresium Frustrandol, Flagellina e Furiasol

Più giù più giù, sto precipitando forse sto volando più giù più giù.
Non so dire, in realtà, se questo libro mi sia piaciuto o meno.
L'idea di base, quella di un'astronauta che partecipa all'ottavo congresso mondiale di futurologia in Costaricana, durante il quale succede davvero di tutto (sfiorando l'assurdo), è un'idea molto originale.
La prima metà del romanzo, sebbene leggermente caotica, è la parte che più ho preferito. Non tanto per come sia strutturata la narrazione, quasi totalmente priva di dialoghi e di informazioni chiare circa cosa stia succedendo, quanto piuttosto per ciò che l'autore narra, rendendolo visionario a tal punto da sembrare quasi plausibile, almeno nel mondo in cui ci troviamo.
Lem, infatti, inventa un mondo nel quale è possibile controllare le emozioni grazie a delle sostanze chimiche; assumendo una pasticca di Felicitol e una di Euforiasol è possibile passare, in brevissimo tempo, da uno stato emotivo negativo al rasentare l'euforia. Un mondo in cui le guerriglie urbane si gestiscono non attraverso il lancio di lacrimogeni ma tramite le BAP, bombe d'amore per il prossimo. Così chi ha dato inizio allo scontro, mosso da un impetuoso slancio d'affetto, cercherà di abbracciare e baciare il nemico.
Alcuni aspetti di questo romanzo mi hanno ricordato Philip K. Dick (le emozioni controllate, ad esempio, sono presenti in "Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?", sebbene nel romanzo di Dick il controllo non avvenga tramite psicofarmaci ma attraverso dei codici); non so bene se si tratta di scopiazzature (chi ha copiato da chi?), di semplici tributi o di somiglianze dovute al fatto che gli autori siano praticamente contemporanei. Il visionario mondo di Lem, comunque, non è neanche lontanamente simile a quello di Dick che risulta più complesso, diversamente strutturato.

venerdì 20 luglio 2012

Recensione: Echo

Francesca Lia Block è un'autrice che ho scoperto grazie alla grafica della copertina di questo libro. La Elliot è una casa editrice piccola, relativamente nuova, che pubblica titoli che reputo molto interessanti. Echo rientra, perfettamente, nei libri Perduti & Ritrovati: pubblicato qualche tempo fa è passato quasi inosservato in libreria. 

Autore: Francesca Lia Block
Titolo: Echo
Prezzo: 14 €
Editore: Elliot
Pagine: 144
Il mio voto: 3 piume

Trama

Echo è giovane. Ha un nome da ninfa eppure non si sente a suo agio: un brutto anatroccolo. Ha una madre troppo bella, un angelo o una dea, e un padre troppo intelligente, un artista maledetto. Quando il padre si ammala gravemente e la madre si dedica soltanto a lui, troncando qualsiasi legame con il mondo esterno, Echo esplode. Va in pezzi. Si tinge i capelli di verde, dimagrisce, si fascia in abiti punitivi. Inizia a vagabondare pericolosa e pericolante tra i rischi e le facili attrattive di una città che sembra uscita dal mito ed è invece fin troppo reale, "una città di maghi, stelle del cinema e pagliacci innamorati". Fantasmi e vampiri e fate e sirene e scheletri, ma anche ragazzi e ragazze alla disperata ricerca di dolcezza e verità, la accompagnano o le sbarrano il cammino. Echo vuole essere vista, considerata. Vuole essere amata, e per questo è disposta a rinunciare a tutto. Anche a se stessa, con il rischio di non rimettere a posto i tanti pezzi in cui si è rotta, con il rischio di rimandare un lieto fine nel quale inconsapevolmente spera. 

La mia recensione

Il viaggio di Echo

Echo non è un romanzo, è un viaggio introspettivo verso la maturità interiore. Non è un fantasy, non è un urban fantasy e non è un romanzo. Francesca Lia Block sconfina da ogni genere narrativo e, attraverso un linguaggio molto dolce e delicato, invita il lettore a fare lo stesso. Se, per il tempo necessario a leggere 144 pagine, riusciamo a mettere da parte, sul lato opposto del nostro letto, i nostri schemi mentali la lettura di questo piccolo libriccino scivolerà via in un soffio. Questo è forse il difetto più grande: è corto. Il viaggio attraverso il mondo di Echo è troppo breve. Non facciamo neanche in tempo a rilassarci all'interno dei suoi pensieri, a barcamenarci tra i suoi ricordi che, subito, siamo costretti a scendere dalla mongolfiera che ci ha portati fin lì. L'estrema brevità, purtroppo, lascia i personaggi sospesi nell'etere, senza che questi riescano a comunicarci davvero qualcosa. L'autrice non entra nel dettaglio della vita dei personaggi secondari, ne traccia solo un bozzetto. Così Thorn, Smoke, Valentine sono poco delineati, quasi sfuggenti. Rimangono disegni appena accenati, profili sbiaditi. Perfino Echo, che è la protagonista principale, è fluida e inconsistente, polverosa. Sembra quasi che, con un soffio, tutto possa svanire come sabbia al vento.

sabato 5 novembre 2011

Recensione: Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati

Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati è un libro particolare, forse anche un po' strano, e sono davvero felice di averlo scoperto su aNobii. Non è un libro, infatti, che hanno letto in molti ed è per questo che, anche se è stato pubblicato nel 2007, è già fuori catalogo. Io ho avuto l'opportunità di leggerlo grazie ad una delle biblioteche della mia città, Roma. Questo libro, senza dubbio, merita l'etichetta di "Perduti e Ritrovati" perché fa parte di quelle pubblicazioni passate quasi inosservate poiché sepolte da finti best seller e libri con copertine più invitanti.

Autore: Xiaolu Guo
Prezzo: 17,00 (fuori catalogo ma acquistabile scontato del 60% su Amazon.it)
Editore: Rizzoli
Pagine: 331
Il mio voto: 4 segnalibri

Trama

Quante parole servono per non perdersi nel groviglio di un paese (e di un cuore) stranieri? Z. sbarca a Heathrow dalla Cina. Nulla è come aveva immaginato. Pensa: "Sto in mezzo alla stanza, sono strana. Questo è l'Occidente". Ma il viaggio è cominciato, e fuori c'è Londra da vedere, davivere, da esplorare parola per parola. Il vecchio mondo si specchia e si deforma nei suoi occhi, nei suoi pensieri saggi e stralunati. Si incontrano al cinema, una sera. Lui è inglese e ha 20 anni più di lei. Nella sua casa e nel suo letto Z. scopre l'amore: un tormento sottile che le insegna le parole e al tempo stesso gliele toglie. È come partire un'altra volta, senza mappa e senza dizionario. Romanzo rivelazione di una delle voci più fresche e originali della narrativa contemporanea, "Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati" parla di noi e degli altri, dell'amore e di quanto sia difficile, e inevitabile, incontrarsi.

La mia recensione 

Delicate: agg. [features, fabric, touch, health, moment, situation, subject] delicato; [perfume] delicato, tenue; [china] fragile; [mechanism] sensibile.

La struttura di questo romanzo, un ben riuscito miscuglio tra un diario personale e una serie di appunti sulla lingua, è interessante, originale e costituisce la forza del libro intero. Ogni capitolo, infatti, si apre prendendo spunto da una nuova parola della lingua inglese che Z., la protagonista principale del libro, scopre ed impara. La lingua, in particolar modo la lingua inglese, è l'elemento cardine della storia raccontata dall'autrice: unisce due mondi distanti tra loro, l'oriente e l'occidente, ma li separa anche. Z., infatti, è un'aliena, una piccola ragazza cinese intimorita da una fredda e dispersiva Londra nella quale si è recata, quasi costretta dai genitori, per imparare l'inglese. La solitudine iniziale che accompagna Z. nel suo viaggio alla scoperta della città sparisce quando incontra l'uomo con il quale intraprenderà una storia. Lui, di vent'anni più grande di lei, è l'unica cosa che la incuoriosisce, che la scuote dal torpore, dalla solitudine e che la spinge a migliorare il suo inglese. Ma quest'uomo, allo stesso tempo, limita la sua voglia di conoscere il mondo occidentale che lei comprende così poco. Perché i verbi della lingua inglese cambiano? Perché gli inglesi usano due parole per indicare me?! Possibile che ci siano due persone all'interno della nostra persona: io e me?
Così, spaesata e triste, Z. si aggrappa con tutte le sue forze alla sua concezione dell'amore, al sentimento così profondo e devastante che prova per quest'uomo, il "tu" del romanzo, e si rifiuta di guardare oltre, di far entrare altre persone nella sua vita perché lui, sostiene, rappresenta il suo amore, l'unica ragione della sua vita aliena a Londra.
"<<Il mio corpo urla di desiderio per te>> hai detto.
La frase più bella che ho sentito nella mia vita. Il mio cattivo inglese non è degno del tuo bellissimo linguaggio. Penso che mi sono innamorata di te, ma il mio amore non è degno della tua bellezza."

Ma più Z. padroneggia l'inglese più si accorge di provare nostalgia per il suo Paese d'origine, per la sua cucina, le abitudini e la lingua. Si ritrova a scrivere intere pagine in cinese, tradotte dall'editore, e a confrontare alcune parole con i termini corrispettivi nella sua lingua madre per sentire più vicina a lei la sua casa, così lontana non solo fisicamente, ma anche e soprattutto mentalmente. Con il passare dei mesi, infatti, il senso di estraneità, il sentirsi aliena e incompresa svanisce e lei entra a far parte, sempre più, del mondo occidentale.
"Nel tuo mondo sto perdendo il mio mondo. Nel tuo dolore sto perdendo me stessa. Ogni cosa mi fa pensare a te, solo a te e al tuo mondo. Sono come una tappezzeria incollata al muro della tua casa: ti guardo e abbellisco la tua vita."
Un romanzo delicato che ci apre una finestra sulla cultura cinese, ma soprattutto sui sentimenti, profondi e contrastanti, che i cinesi, strappati brutalmente dalla loro terra, provano nel rapportarsi con noi occidentali.