mercoledì 11 gennaio 2017

Questione di incipit #16



Buongiorno miei prodi!
Ebbene sì, mi sto impegnando moltissimo per cercare di far tornare questo spazio all'antico vigore – vabbè, mo' vigore non ci allarghiamo eh, però suonava un sacco bene.
Neanche il tempo di abituarmi a lavorare la mattina che sono subito passata – again! – a lavorare il pomeriggio. Certo, per andare nel nuovo posto di lavoro prendo il treno, ciò significa che leggo durante il viaggio di circa 40 minuti, ma significa anche che ritorno a casa completamente stravolta e mi abbiocco con la faccia sul kindle. Eh, mai stata l'anima della notte io. Probabilmente sono nata vecchia. Il treno, comunque, mi ha permesso di ritrovare la voglia di leggere e l'emozione di potermi estraniare dal mondo. La mia forma fisica ne risente, ovviamente, i 10 km al giorno che facevo a piedi un po' mi mancano, ma mi auguro di trovare un lavoro dentro Barcellona in tempi relativamente brevi, così potrò tornare a camminare.
Ho iniziato a leggere American Gods, libro di Neil Gaiman non certo scritto l'altro ieri, ma che ho sempre voluto leggere  (tant'è che stava a casa mia da tempi immemori). L'ho iniziato adesso, complice anche il fatto che quest'anno partirà la serie tv tratta dal libro con quel gran figo di Ricky Whittle e niente, insomma, dovevo leggerlo per forza.
Quindi, va bene ridere e scherzare, ma andiamo a vedere l'incipit di American Gods, pubblicato da Mondadori nella traduzione di Katia Bagnoli.

Lo so, lo so, Mondadori ha rifatto la copertina ma a noi ci piace più quella vecchia – che poi è l'edizione in mio possesso – e quindi mostriamo questa.
Di Gaiman ho già letto altri libri, tra cui I ragazzi di Anansi che mi era piaciuto un sacco, e sono una sua fan non dico sfegatata ma quasi.
L'ipotesi della trasposizione televisiva di qualunque cosa nerd mi emoziona moltissimo, ma la trasposizione di Gaiman? Wow, praticamente non sto più nella pelle.
Uscito dopo tre anni di carcere, Shadow si imbatte in uno strano individuo che si fa chiamare Wednsday e che gli offre di lavorare per lui. A cosa e come non ci è subito chiaro e non è chiaro neanche a Shadow che, per una serie di motivi che non sto qui a dirvi ché sennò vi riempio di spoiler, accetta.
Ci metterà un bel po' per capire chi è davvero Wedsney e io neanche ve lo voglio dire, perché credo che sia un super spoiler che, tra le altre cose, è riportato pure sulla quarta di copertina – non leggetevela, vi prego! Vi posso dire, invece, che tra personaggi bizzarri e divinità antiche – approdate in America – vi sarà un battaglia tra divinità con lo scopo di conquistare l'anima dell'America. Qui il trailer della serie che cioè ommmiodddio! E sarete d'accordo con me che questa copertina è meglio di quella nuova, soprattutto dopo la visione del trailer. 

I confini del nostro paese, signore? Ebbene, signore, a nord confiniamo con l'aurora boreale, a est con il sole nascente, a sud con la processione degli equinozi e a ovest con il Giorno del Giudizio.   
The American Joe Miller's Jest Book

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l'aria di uno da cui è me­glio stare alla larga, il suo problema era più che altro come am­mazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava.
L'aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui - forse l'unico aspetto positivo - era una certa sensazione di sollie­vo. Sollievo all'idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.
Non era importante, se si era davvero colpevoli del reato per cui ti avevano messo dentro. Gli uomini che aveva incontrato in quei tre anni non si davano pace: c'era sempre un particolare che le autorità avevano frainteso, pensavano, qualcosa che secondo lo­ro avevi fatto mentre tu non l'avevi fatto per niente, oppure non esattamente nel modo in cui dicevano. La sola cosa importante era che ti avevano beccato.
Se n'era accorto durante i primi giorni, quando tutto gli risulta­va nuovo, dal gergo al cibo, infimo. Sotto l'infelicità e l'orrore estremo della sua nuova condizione provava un senso di sollievo.

lunedì 9 gennaio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 9/15 gennaio


Bene, le feste sono del tutto finite, il 2017 è appena iniziato (e non parte bene eh, le cose assurde continuano a investirmi come se non ci fosse un domani, ma va bene lo stesso), il blog può tornare alla sua naturale programmazione. Spero solo di riuscire a star dietro a tutto. Con un po' di impegno e costanza – e un po' di auto-rimproveri – posso farcela. Giusto? Giusto. O meglio, mi piace pensare che sia così.
Pubblicherò sul blog più o meno tre volte a settimana, con picchi di quattro perché ci piace stare sul pezzo e perché, soprattutto, ci piace che questo spazio ritorni all'iniziale vigore (pare la quarta di copertina di un libro demmerda, ma vabbè). Comunque, insomma, tutto questo per dire che mi impegnerò – da oggi – a essere più presente nell'internet. Siete avvisati. Se vi sto sulle scatole è il momento buono per bloccarmi. Fuggite, sciocchi! (cit dovuta).
Andiamo invece a vedere cosa ci riserva la simpatica editoria italica, sebbene io è il caso che mi occupi dell'editoria ispanica ogni tanto, mo' che sto qua. Non è ancora giunto il momento, non mi sento del tutto pronta (le copertine so' davvero terribili, credetemi). Pronti per le uscite di questa settimana? Via!

Basta, porca paletta, basta! Questa donna è il mio nuovo incubo. Se, fino all'anno scorso, ero convinta che la cosa che mi spaventava più nella vita erano i ragni, oggi non sono poi così certa. Nereia, non sei aracnofobica, sei annatoddfobica, accetta la triste realtà.
E basta con la gente smarmellata a pene di segugio, basta! Il tale smarmellatissimo, senza occhi, con il mento sfuggente e con la testa galleggiante nel Crystal Ball: una prova di destrezza grafica che neanche il grafico meno bravo al mondo – impegnandosi – ci sarebbe riuscito, davvero.
La tizia c'ha pure l'orecchio mezzo umano e mezzo rosa, ma come se fa? Ragà, non è difficile stabilire la circonferenza dello strumento pennello su Photoshop, so' le basi, le basi! È proprio la prima domanda che te fa Photoshop "stabilire grandezza del pennello". Niente, non gliela possono fà.
Arancione e fucsia, comunque, fa schifo da tutti i punti di vista, pure dal punto di vista del fashion designer.
Dici, la copertina farà così schifo e pietà da far riacquistare la vista ai ciechi, ma almeno la trama sarà decente, no? No. La scheda dice che Landon vorrebbe continuare a essere il bravo ragazzo di sempre, impacciato e timido come sempre... Aspè, un bravo ragazzo è per forza impacciato e timido? Non può essere simpatico, intelligente e fare l'attore, per dire? No. Ok, va bene. 
Quindi, vorrebbe continuare a essere bravo e sfigato, ma ha un'erezione ogni volta che incontra lo sguardo (mo' se chiama sguardo) di Dakota e Nora e quindi niente, si spoglia della sua timidezza (e pure de qualcos'altro) e per un po' sta con un piede in due scarpe. Poi decide che forse è il caso di scegliere. Peccato che Dakota un giorno gli comunica che lo ama alla follia e poi sparisce, e Nora fa lo stesso. Landon, io me farei du domande, fossi in te. Una nuova puntata di Amore criminale misto a Chi l'ha visto? per la nostra autrice preferita. Impossibile perderselo!


Dall'autrice di Scommessa indecente, dal regista di Ti prego, basta co' 'ste cacate, dal grafico di C'era una volta Paint, dal correttore bozze de La settimana enigmistica del 1989, Ho scelto di amarti arriva in libreria con una copertina che supera le leggi della fisica e fa pure una pernacchia a Isaac Newton. 
Sorvolando sul senso di nausea che mi devasta al solo pensiero che nel mio bicchiere ci siano oggetti differenti da ghiaccio, olive, menta, zucchero e/o altri tipi di cibi consoni (frutta, gelato etc) e che trattengo a stento un conato di vomito alla vista di un dado e di un batuffolo di cotone esploso – perché è un batuffolo di cotone sporco, vero? – nel bicchiere che sto per avvicinare alle labbra... Davvero a questo bicchiere manca un pezzo? Cioè, o è rotto – e l'ipotesi anche di pezzi di vetro in questo cocktail mi sta per uccidere lentamente – oppure il grafico, smarmellando qui e lì, ha cancellato un pezzo di bicchiere. E se è rotto, perché il liquido resta lì dov'è? Scoprivatelo! Scoperte della fisica nel reparto grafico di Newton Compton!
La scheda ci dice che Griffin Verdi non può proprio mancare a questo evento mondano dove si beve il cocktail di vodka, cotone e dadi perché è un evento troppo importante: si tratta del matrimonio del secolo. Peccato che l'assistente di Griffin, che avrebbe dovuto accompagnarlo, c'ha la stessa resistenza fisica di un moscerino, per cui si ammala e tocca trovà un sostituto (??) – ma uno va ai matrimoni con l'assistente? Ma non c'hai n'amica, na segretaria, na sorella? 
Così, la scelta ricade – probabilmente dopo un'ardua ricerca su Infojobs – su una tizia che si chiama Maylee che però non sa nulla dell'alta società e sicuro un po' si schifa a bere cotone e vodka. Ma non preoccupatevi, uno sguardo ammaliante al momento giusto, una scollatura perfetta, uno spacco molto profondo e chi se ne frega dell'alta società. Prevedo una cosa tipo "la foresta dei tanga volanti".



Per questo lunedì, purtroppo, è tutto. Vi auguro una settimana piena di batuffoli di cotone nel vostro bicchiere! Al prossimo lunedì, folks!

venerdì 30 dicembre 2016

2016, addio


30 dicembre 2016. È ora di bilanci.

Questo è stato un anno difficile e, per certi versi, pesante e orribile.
È stato un anno di poche letture, alcune particolarmente belle e toccanti, altre brutte o poco significative. È stato l'anno dei cambiamenti per eccellenza, delle conferme e delle perdite.
Alla fine del 2017, guarderò al 2016 solo come a un ricordo neanche troppo piacevole.
Lo so, la gente normale e i blogger che parlano di libri veramente – e non come me, che ormai ne parlo poco – sono già pronti con la lista dei libri più belli letti durante l'anno, sbracciandosi per dare consigli o sconsigli letterari. Io, invece, ho intenzione di tirare un po' le somme, ma in maniera differente.

Comincio con il raccontarvi un po' di cose, che chi mi segue ha capito e intuito – perché siete tutti un sacco intelligenti – ma di cui non ha conferme.
A cavallo tra il 2015 e il 2016 sono successe, nella mia vita privata, delle cose che mi hanno portata poi a maturare delle scelte importanti.
Avevo instaurato un rapporto di collaborazione con una delle mie – fino ad allora – case editrici preferite che, però, è volto al termine decisamente non nel migliore dei modi: sebbene all'inizio apprezzassi molto i libri che mi venivano proposti, con il tempo la qualità degli stessi è andata scemando, raggiungendo livelli che, alle volte, reputavo davvero imbarazzanti.
Inoltre, al sollevamento di alcuni dubbi sui titoli e sulla piega che il catalogo della casa editrice stava prendendo, non è stato possibile instaurare un dialogo. Mi sono accorta, quindi, che la nostra collaborazione non poteva continuare e che ciò che io, e altre persone di mia conoscenza, non trovavamo di nostro gradimento era proprio ciò che la casa editrice, invece, considerava letteratura di alto livello.
A causa di questa collaborazione, mi sono trovata a leggere libri di cui francamente me ne sarei volentieri infischiata e ho cominciato ad accusare un blocco del lettore abbastanza forte che, per fortuna, ha visto la sua fine grazie alla lettura di Girl runner di Carrie Snyder e a Guida rapida agli addii di Anne Tyler.
Terminata la collaborazione ho, grazie al cielo!, avuto il piacere di imbattermi in alcuni libri di cui ho apprezzato la lettura e ho avuto anche il tempo – e ritrovato la voglia – di fare alcune riletture (è il caso di Cime tempestose di Emily Brontë e Ragione e sentimento di Jane Austen) che mi hanno fatta ritornare sulla retta via.
Nel frattempo, comunque, il 2016 continuava con le sue brutte sorprese, riservandomi momenti WTF? davvero degni di nota.

giovedì 22 dicembre 2016

For Whom The Jingle Bell Tolls – il Natale nei romance


Dopo Il Book Bloggers Blabbering, parte della ciurma torna per parlarvi del Natale con una nuova iniziativa. Vi presento For whom the jingle bell tolls.
Per una a cui non piace il Natale, ne parlo anche troppo spesso. Il 14 dicembre, sul blog Impression chosen from another time, vi ho parlato del Natale di Poirot e di Agatha Christie, esprimendo tutta la mia approvazione verso le parole di Poirot. Oggi, invece, ho deciso di parlarvi del Natale nei romance. 
Già me la vedo la vostra faccia a questa notizia: tranquilli, non mi sono impazzita, sto bene e sono completamente in me – e anche sobria, stranamente. 

Come dicevo già altrove, a costo di meritarmi occhiatacce furiose e espressioni di puro disgusto, il Natale non mi piace. Mi piaceva molto quando ero piccola, ma poi cosa è successo? È successa la vita, sono successe alcune cose, la famiglia s'è sgretolata e adesso, quando penso agli ultimi Natali vissuti bene, ci penso anche con un po' di rabbia. 
Non festeggio davvero da almeno cinque o sei anni e, devo ammettere, non mi manca per niente.
Il periodo natalizio, comunque, offre grandissime soddisfazioni anche per chi non ha piacere a festeggiarlo. Come? Semplice!
Per chi ama il Natale vi sono le lucine colorate, il rito dell'albero, il presepe, il panettone, le ghiotte mangiate, le allegre canzoncine, la neve, i regali e i folletti, Babbo Natale che scende giù dai balconi delle case della gente – mi ha sempre messo un po' d'ansia questo pupazzo, al buio mi sembra sempre una persona che sta cercando di arrampicarsi a casa di qualcuno oppure un amante che cerca di fuggire per non essere scoperto dal marito della donna amata. 
Per chi non ama il Natale, invece, si è sempre pensato che non ci sia nulla di buono in questo periodo dell'anno. Non v'è pensiero più sbagliato.
Vi assicuro: per ognuno di noi c'è qualcosa là fuori. Per me, infatti, ci sono i romance ambientati a Natale. Potete solo immaginare l'effetto che questa accoppiata micidiale ha sulla mia persona: non solo mi sanguinano gli occhi alla vista delle copertine – e questo, voi che mi leggete, lo sapete già –, ma esperisco anche strani stati confusionali quando mi accingo a leggerne le trame.

martedì 6 dicembre 2016

5 is megl che one #4 – ovvero 5 storie d'amore che considero più belle



Ok, fuori gli altarini: questo post doveva riguardare altro. Ebbene sì, lo ammetto senza problemi. Non avevo intenzione di scrivere di storie d'amore. Però, qualcuno ha cercato la mia opinione sulle storie d'amore che considero più belle e quindi, qualora dovessi essere un mio lettore: lo hai cercato, ti ho accontentato. Non dovessi essere un mio lettore, ma un pazzo (o pazza eh, sia chiaro), che cerca cose a caso per motivi a caso... Niente, non incapperai mai in questo post e mi dispiace.
Ovviamente non ho scelto questa cinquina solo per merito di chi la ha cercata su Google, ma anche perché mi sembrava un argomento interessante da affrontare. 
Nonostante il mio sdolcinato romanticismo, e chi mi conosce davvero sa che non dico così per dire, sono una persona realista, cinica e terribilmente sarcastica. Non so bene come queste cose possano andare di pari passo ma è così.
Possiedo una strana considerazione dell'amore. L'amore per me è rappresentato dalla violenza dei sentimenti e capirete meglio ciò che intendo dire più avanti. Oggi si parla delle 5 storie d'amore che io, con la mia strana concezione dell'amore, reputo più belle ever (ci saranno SPOILER, siete avvisati).

1. One day.
Il motivo per il quale io parli di One day non appena se ne presenta l'occasione consiste nel fatto che lo reputo davvero un gran bel libro (e un gran bel film). La storia d'amore di Emma è Dexter è ciò che io ho sempre desirato; le bambine comuni sognavano il principe di Cenerentola, un uomo pronto a salvare la sua donna dalla povertà e dalla miseria per elevarla a uno status sociale – e di vita – migliore. Al contrario, mai ho pensato che un uomo potesse salvarmi da qualcosa: gli uomini sono, semplicemente, esseri umani. E non salvano niente e nessuno, anzi. 
Dexter ed Emma mi piacciono per questo: nessuno dei due salva davvero l'altro. Emma è una persona meravigliosa che sì, avrebbe meritato un altro tipo di uomo al suo fianco: un uomo più presente, meno concentrato su sé stesso, meno superficiale anche. 

Ciò che conta in una storia d'amore, però, non è chi sia la persona della quale ci siamo innamorati ma ciò che il sentimento che nutriamo per questa persona fa di noi. Emma, infelice e imprigionata in una vita mediocre, si sente migliore insieme a Dexter. E non perché lui la salvi effettivamente da qualcosa, anzi. Dexter è anche la principale fonte di malessere di Emma: un amore che sembra non essere ricambiato, una dedizione verso la sofferenza altrui che fa quasi spavento. Eppure, la violenza e la profondità dei sentimenti di Emma verso Dexter la porteranno alla felicità, seppur breve. Gli anni di delusione, tristezza e malessere che Dexter causa a sé stesso e a tutti coloro che gli stanno intorno, Emma inclusa, sono in un certo senso necessari affinché il loro sentimento cresca e diventi la splendida storia d'amore della quale sono protagonisti. Una storia che nasce una notte, all'università, e che si protrae per venti lunghissimi anni. La storia d'amore di One day mi piace perché è reale, perché non è farcita di finto perbenismo, perché Emma e Dexter si fanno del male – consciamente e inconsciamente – proprio come le persone reali. E, nonostante il dolore inflitto e auto-inflitto, la potenza dei loro sentimenti è sempre presente e, soprattutto, duratura. Il motivo, credo, sta proprio nel non aver vissuto una storia d'amore tutta rose e fiori. 


2. Fine di una storia (The end of the affair).
Fine di una storia è un film, ma anche e soprattutto un libro di Graham Greene. Ho avuto il piacere di vedere il film senza sapere che si trattasse di un libro e, dopo così tanti anni, non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo. L'ho comprato, ma non sono riuscita ad aprirlo. 
La storia di Maurice e Sarah è ancora così vivida dentro di me che non so se riuscirò mai a leggere il libro senza pensare a Ralph Fiennes nei panni di Maurice. Forse no. 
Maurice è uno scrittore che, nella Londra del 1946, incontra casualmente i coniugi Sarah e Henry Miles. Sarah non è felice insieme a Henry e, per questo, si innamora perdutamente di Ralph, un uomo molto diverso da suo marito e che, in certo senso, la accompagna verso la scoperta della violenza dei sentimenti di cui io sono una così accanita sostenitrice. La loro storia, bellissima e molto profonda, però, volge a una fine inaspettata. Inaspettata per Maurice e anche per Henry, che per molto tempo non conosceranno le ragioni che hanno portato Sarah a troncare la loro relazione. Sì, perché Henry, marito devoto e forse anche molto innamorato, è a conoscenza della relazione extraconiugale della moglie. 
Una storia d'amore così forte e intensa che merita di essere vissuta, anche se questo vuol dire compromettere la propria esistenza e le radicate convinzioni religiose. Impossibile, credetemi, rimanere indifferenti alla forza d'animo di Sarah, impossibile non ammirare la sua incantevole dedizione, il suo carattere formidabile, il suo coraggio, la sua fermezza. Penso a Sarah come alla persona che mi piacerebbe essere, penso alla sua storia d'amore con Maurice come qualcosa da voler vivere, un giorno. La grandezza di Sarah si evince dalla sua scelta: l'importanza della vita dell'uomo che ama vale più di un qualsiasi atto di egoismo. Perché la felicità di Sarah, donna e persona a dir poco fantastica, è costituita dal tenere in vita la persona che ha amato più di ogni altra cosa al mondo. 

venerdì 2 dicembre 2016

Book Bloggers Blabbering || Intervista a Ophelinha di Impressions chosen from another time


Da un'idea di Clacca del blog A Clacca piace leggere, da una riunione ai confini della realtà nel gruppo segretissimo fondato su Facebook sempre da Clacca, da un'insieme di idee e domande di tutte, tratto da un libro mai scritto e da un'opera teatrale mai recitata, cucito a mano con finiture in oro, durante le riprese del quale nessun animale è stato maltrattato, vi presento il Book Bloggers Blabbering!

Undici settimane (praticamente siamo il vostro incubo), undici blogger, undici interviste, undici personalità sui generis. Pronti per questa avventura? (Lo so, lo conoscevate già, ma sognavo una presentazione come questa da almeno dieci anni)
Oggi è il mio turno – finalmente! – e ho deciso di porre le mie strampalate domande a Ophelinha di Impressions chosen from another time e l'ho scelta un po' perché le voglio un sacco bene, un po' perché scrive cose belle, un po' perché legge libri belli e un po' perché si chiama Ophelinha. E credo basti, come presentazione, no? Andiamo a incominciare!

Manuela mi piace pensarla così, in compagnia dei libri che mi hanno
accompagnata durante l'adolescenza e che per me hanno significato molto.
Anzi, moltissimo.

Ophelinha, benvenuta in casa mia! Ti offrirei un caffè se non fosse che siamo ubicate in due punti un po’ troppo distanti tra loro. Iniziamo subito con le domande serie, così poi posso lasciarmi andare con le domande idiote.

Com'è iniziata la tua avventura da lettrice?

Mia madre mi ha insegnato a leggere quand'ero all'asilo, probabilmente per mettere a tacere il mio continuo bisogno di storie. Il primo libro che ho letto – e che mi ha spaventato – è stato Il mago di Oz. Di lì il salto ai libri di Frances Burnett Hogson e Louisa May Alcott è stato breve, insieme all'ebbrezza dell'indipendenza: potevo essere finalmente la mia spacciatrice personale di storie, senza dover chiedere all'adulto di turno di smettere di fare qualsiasi cosa stesse facendo e leggere con me.


Per chi non lo sapesse, mentre io sono una Brontëana,
Ophelinha è una vera Janeite.

Com'è nata l'idea di aprire un blog e condividere le tue letture con un pubblico?

Il mio blog nasce in un brumoso pomeriggio del lontano novembre 2011. 
Avevo un numero imprecisato di quaderni pieni di appunti, poesie, racconti, e ho pensato – anche per smettere di perderli – di iniziare a ricopiarli in questa sorta di finestrella virtuale che mi era creata su blogger. Vorrei poter dire che la ragione per cui ho iniziato a scrivere sul blog è qualcosa di eroico, nobile ed elevato, ma non è così: era un pomeriggio di novembre, mi ero ri-trasferita da circa un annetto (dopo aver vissuto a Roma, Londra, di nuovo Roma, di nuovo Londra, di nuovo Roma e una prima volta a Bruxelles), c'era un sacco di nebbia e faceva freddissimo... 
Nel primo post ho copiato semplicemente una poesia che avevo scritto a Londra nel 2008, "Un altro finale", perché era quello che mi auguravo: di trovare il mio lieto fine, un posto in cui stare bene, un contesto socio-professionale (e climatico) che mi si confacesse di più. Il titolo del blog è tratto da una canzone di Brian Eno, By this river, colonna sonora de La stanza del figlio di Nanni Moretti.