giovedì 27 novembre 2014

Ciarlando allegramente di... #11

È il caso che ammetta di avere quasi trent'anni e di non essere più il giaguaro di una volta. Non che io sia mai stata ginnica o abbia mai avuto una prestanza fisica alla olio Cuore, sia chiaro. Potrei affermare, con quasi un po' d'orgoglio, di essere nata già vecchia dal punto di vista fisico. Certo, tra i diciotto e i venticinque anni ho fatto il mio mucchietto di ragazzate (ma 'sto termine lo usa qualcuno sotto i settant'anni, oltre a me s'intende?) che includevano notti brave, ore piccole e tanta altra roba di questo tipo, ma sempre nella giusta dose. Cioè, non che lo facessi ogni settimana, ecco. Poi, niente, raggiungi i ventinove anni e boh, il tracollo fisico ti sorprende così, da un giorno all'altro. E quindi vi scrivo dalla mia polverosa, semibuia e incasinata postazione in preda a un malessere generale che non so manco io da dove viene. Ma ho la tisana con me, un termometro (non so se serve ma lo tengo lì), un paio di bustine di Riopan Gel (eh, la gastrite è un regalo di quelle notti brave mi sa) e tantissime altre cose che si divertono a sostare sulla mia scrivania senza apparente motivo (penne, matite, un'agenda del 2013, quaderni, fazzoletti, una collana, cuffiette rotte, un elastico per capelli, mucchietti di polvere).
Quindi, sono qui per parlarvi di Manuale di danza del sonnambulo di Mira Jacob, di prossima pubblicazione per Neri Pozza (ormai lo sapete, lo dico sempre, ho pure messo l'immaginetta in basso a sinistra, faccio parte del Neri Pozza Bookclub ed è per questo che ricevo alcuni volumi di prossima pubblicazione da leggere e recensire in anteprima. Lo dico ché, insomma, non si sa mai).

Non sono certa di ciò che sto per scrivere, semplicemente perché Manuale di danza del sonnambulo è un libro strano. Strano in senso positivo però. 
Senza pensarci troppo, così su due piedi, mi verrebbe da dire che questo è un romanzo che parla di attaccamento. Attaccamento alle proprie radici, alla propria cultura, ai propri affetti, alla propria famiglia, alla vita. 
Scritto in maniera deliziosa, Manuale di danza del sonnambulo affronta temi molto attuali come la morte – presente fin dall'inizio del romanzo –, l'amore per la propria terra e le proprie origini, il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, la solitudine.
Protagonista del romanzo è la famiglia Eapen, che si trasferisce dall'India al New Mexico alla fine degli anni '70, portando con sé una buona dose di "indianità". Be', sulla carta la protagonista del romanzo è la famiglia Eapen perché, per me, è come se questo libro parlasse di "Amina e la sua famiglia". Non so spiegare bene perché, ma la sensazione che ho avuto fin dalle prime pagine e che mi sono portata dietro fin quando non ho letto l'ultima pagina, è che la storia sia narrata sì in terza persona, ma attraverso gli occhi di Amina. Amina è travolgente, apprensiva, dolce, a volte forse un po' insicura ma così ben delineata che l'unico aggettivo che mi viene in mente per descriverla è "bella". Amina è decisamente bella, e non nel mero senso del termine, lei è bella dentro ma non è consapevole di esserlo.
Mi scuso per l'entusiasmo che non mi permette di essere non solo oggettiva, ma anche capace di scrivere qualcosa dotato di senso ma devo essere onesta, credevo fosse un altro tipo di romanzo. Mi aspettavo di leggere un romanzo che trattasse le diversità culturali che condizionavano, nel bene e nel male, la vita dei protagonisti; mi aspettavo di trovare, forse, una sorta di romanzo di formazione, fortemente influenzato dalle difficoltà di sentirsi indiani in America. Mi aspettavo di trovarvi, all'interno, delle forti crisi d'identità che rendevano questo un libro sul fenomeno dell'immigrazione. Con mia grande e piacevole sorpresa, invece, non è stato così.   
Ho letto con piacere queste cinquecento pagine e il merito va soprattutto alla bravura della Jacob che ha saputo caratterizzare molto bene i personaggi, utilizzando una cura al dettaglio così minuziosa da sfiorare quasi l'ossessione. Ho trovato molto interessante e ben utilizzata la scelta di parlare del cibo per narrare dell'India e per descrivere Kamala, la madre di Amina. Kamala è il personaggio che, dopo Amina, mi ha colpito di più. Attraverso il cibo esprime se stessa e le proprie emozioni – letteralmente – utilizzandolo come offerta di pace dopo un litigio, cucinando sia nei momenti tristi che in quelli particolarmente felici, usufruendone per colpire qualcuno che l'ha fatta arrabbiare.
Una lettura piacevole e sorprendente, un libro che mi sento caldamente di consigliare.

E bon, basta, questo è un libro bello. Punto. E io i libri belli non li so recensire, lo sapete già. Non a caso sono specializzata in libri brutti.

martedì 11 novembre 2014

Francamente me ne infischio #6



E salve miei affezionati (??) lettori!
Ieri giornata intensa, sono stata a Milano alla Fiera del Franchising per constatare, con amarezza, che quasi tutto è fuori dalla mia portata. Be', c'è da dire che non c'erano proprio tutte le aziende che mi aspettavo ma vabbè, tralasciamo. E niente, ho finito già da qualche giorno il fantasticherrimo :ironia: secondo libro della serie Shadowhunters della nostra cara amica Cassandra Clare. 
Quindi, il primo volume (di cui vi avevo parlato qui), non mi aveva poi così tanto convinta e ci avevo messo anche diverso tempo a terminarlo, colta da improvvisi attacchi di sonno durante la lettura della parte centrale. Ma, tant'è, noi qui si è fan dei libri brutti e quindi, armandomi di coraggio e buona volontà, si è letto anche Shadowhunters. Città di cenere. E, se entro il 2020 riuscirò a trovare la stessa dose di coraggio, ma anche la metà eh, leggerò pure il terzo. Ché, si sa, una volta che inizio qualcosa devo portarla a termine. A meno che questa cosa non porti a evidenti problemi fisici e/o psichici.
Mi tocca dire che gli attacchi di sonno si sono ripresentati anche con questo volume, per cui qualche problema fisico l'ho riscontrato, ma è roba di poco conto. Ma basta cinciallegrare, andiamo a parlare di questo libro!
 
Autore: Cassandra Clare
Titolo: Shadowhunters. Città di cenere
Prezzo: 10 o 5 €
Editore: Mondadori
Pagine: 466
Il mio voto: 2 piume e, amica Clare, c'entri per un soffio

Dunque, la storia inizia lì dove l'avevamo lasciata. Clary e Jace sono fratelli, figli di Valentine. La madre di Clary, personaggio completamente inutile come tanti altri presenti nel romanzo, è ancora in coma. E vabbè, non è una grossa perdita. Avrei fatto cadere in coma altre due o tre persone del romanzo io, quindi figuriamoci. Luke niente, è ancora licantropo, inutilmente innamorato della madre di Clary e inutilmente nominato in questo romanzo. Che fa Luke? Niente, ogni tanto guida un furgone.
Il Consiglio o come diavolo si chiama, insomma gli Anziani tra gli angeli – quelli che governano, per capirci – sono convinti che Jace sta dalla parte del traditore suo padre, sì perché Valentine è cattivo cattivo cattivo, ma così cattivo che ammazza a destra e a manca per avere il potere. E poi per boh, fare cose cattive cattive cattive anche dopo, credo. Isabelle e Alec, niente, nominati tipo tre volte in tutto il romanzo, ci stanno o no è lo stesso. Simon c'è, gli succede una cosa brutta brutta ma è ancora vivo alla fine del libro, per cui è inutilmente inutile anche lui proprio come Luke. Con la differenza che nemmeno guida un furgone. Quindi, questo è più o meno il riassunto di ciò che succede ai personaggi. Per il resto, in questo libro, accade che Jace viene improgionato perché considerato traditore pure lui, Valentine si fa un esercito di demoni che stanno tutti concetrati attorno a una nave nel bel mezzo del fiume (una nave in un fiume? Ok.), c'è la guerra. Tutti quelli importanti (se fa pe' dì) vivono, di Valentine alla fine della guerra nessuna notizia. Fine. Per narrare il tutto alla nostra amica sono servite 466 pagine. Io ce l'ho fatta in circa venti righe. Va bene, ve lo concedo, non ho usato dialoghi. Facciamo che se riscrivo la storia ne utilizzo cento e ci metto anche due o tre descrizioni. Ma usare 466 pagine, credetemi, è violenza carnale – consapevole – verso il lettore.

martedì 4 novembre 2014

Gruppo di lettura #4 La briscola in cinque

Buongiorno!
Avrei dovuto scrivere questo post almeno una settimana fa, ma non ne ho trovato il coraggio (e la voglia, confesso). Il motivo è semplice, ma andiamo con ordine.
Per chi fosse approdato adesso e non sapesse dell'esistenza di questa cosa meravigliosa che è il gruppo di lettura di Scratchbook adesso ne è informato. Dunque, a cadenza completamente casuale e con regole mai fisse, su questo gruppo Facebook si organizzano dei Gruppi di lettura ai quali prendo più o meno sempre parte. È bello, fidatevi, lanciatevi, iscrivetevi, leggeteci, patecipateci e tutti gli evi e gli eci che volete.
L'ultimo gruppo di lettura al quale ho preso parte non richiedeva di leggere un libro specifico di un autore specifico, bensì si basava su delle caratteristiche. Mi spiego meglio. Il libro che avremmo dovuto leggere doveva essere scritto da un autore (o autrice) italiano, contemporaneo, vivente e sotto i cinquant'anni. Semplice, no? No, per me no. Per niente.
Quest'anno, come ho già detto praticamente ovunque, mi sono aperta agli scrittori italiani e, sebbene non mi siano capitati per le mani testi brutti (anzi!), sento comunque di non appartenere a questo genere di scrittori. Non so spiegarvi meglio, è a pelle: mi sento più affine a testi scritti da anglosassoni o, pradossalmente, da giapponesi. 
Ho comunque deciso di accogliere la sfida perché sono una lettrice "onnivora", mettiamola così. Trovo che lo snobismo di alcuni, blogger e non, verso cose che non conoscono e non hanno letto (a prescindere) sia sintomo di pochezza intellettuale. Sì, anche io sono sostenitrice del non l'ho letto e non mi piace (come dico sempre nel caso di Paolo Giordano e altri autori), ma con criterio. Nel senso che ho letto altri italiani prima di dire che non è una fetta di "letteratura" (passatemi il termine) che non mi piace. Quindi, senza nemmeno aver dato una possibilità a un libro, un autore, un genere, una nazionalità evito di giudicare, ergermi a mostro di intelligenza e sputare sentenze.
Ma non divaghiamo. Quindi, dicevo, visto che sono onnivora e prima di giudicare preferisco vedere, leggere o assaggiare, mi sono lanciata in questa sfida – e lo è davvero stata – e ho scelto Marco Malvaldi.
Malvaldi era perfetto, perché potevo piazzarlo anche nella Reading Bingo Challenge alla quale partecipo sul forum dei bookcrosser italiani. Dato il fioretto di non acquistare libri fino alla fine dei tempi, ho controllato nel catalogo della biblioteca vicino casa e si è aggiudicato il posto da vincitore La briscola in cinque. Ed è stato meglio averlo preso in prestito dalla biblioteca senza acquistarlo.

Titolo: La briscola in cinque
Autore: Marco Malvaldi
Editore: Sellerio editore Palermo
Pagine: 163
Il mio voto: 3 piume scarse

Ho sempre sentito parlare bene di Malvaldi, più o meno da chiunque conosca: lettori forti, lettori occasionali, blogger, persino non lettori (ossia gente da un libro l'anno). 
Uno scrittore apprezzato da una così ampia gamma di lettori credevo mi avrebbe lasciato qualcosa in più. Non è accaduto.
Non sto dicendo che La briscola in cinque sia un brutto libro, assolutamente. Anzi, trovo che sia molto scorrevole e che si legga con estrema facilità. La storia è carina e semplice da seguire, lo stile di Malvaldi divertente e leggero.
Ecco, è questo il punto. Questo libro ha un unico, grandissimo difetto: è arioso, inconsistente. Forse, paradossalmente, è più adatto a un pubblico di non lettori o di lettori occasionali. 
Non fraintendetemi, non sono tipa da facili snobismi – chi mi legge spesso lo sa – e non sono nemmeno quel tipo di persona che associa la lettura necessariamente a qualcosa di "culturale", per cui si fa del male leggendo solo Moravia, Pasolini, Joyce e se sei uno scrittore con meno pesantezza (passatemi il termine) di Tolstoj non meriti nemmeno di varcare la soglia di casa mia. 

lunedì 27 ottobre 2014

Recensione – in anteprima – Noi

Non è un periodo semplice questo. Non che abbia qualche problema eh, sto benissimo. Magari non proprio in forma, ma questo è un problema che ho sempre avuto. La chiapponaggine ha sempre la meglio sulla ginnicità e quindi, ecco, il fuori forma è la mia condizione naturale. Ma questa non è la sede adatta per parlare della mia precoce anzianità e dalla mia nota avversione per l'attività fisica (cioè, il divano mi trasmette emozioni migliori e decisamente più positive di quanto sia in grado di fare un tapis roulant).
Ma, appunto, dicevamo. Sto bene ma quest'anno ho provato per la prima volta quella brutta malattia che si chiama blocco del lettore. Ho letto pochissimo, senza un reale perché. E, di conseguenza, mi sono ammalata del blocco del blogger che mi fa recensire i libri, certo, ma con grandissima difficoltà. Non posso, però, non parlarvi di Noi di David Nicholls perché, insomma, voi lo sapete che io lo adoro alla follia e vengo presa da un raptus bimbominkiesco ogni volta che ne sento parlare.
Mi scuso in anticipo e in ginocchio su ceci e fagioli borlotti per quanto leggerete. Avrei potuto fare di meglio, lo so. Ma, ecco, i brutti periodi capitano a tutti. E quindi... Noi.

Titolo: Noi
Autore: David Nicholls
Editore: Neri Pozza
Pagine: 431
Prezzo: 18 € (disponibile dal 30 ottobre)
Il mio voto: 4 piume

Trama

Douglas e Connie si conoscono alla fine degli anni Ottanta, quando il muro di Berlino era ancora in piedi. Trent’anni e dottore in biochimica, Douglas trascorreva allora i giorni feriali e gran parte del weekend in laboratorio a studiare il moscerino della frutta, il drosophila melanogaster. Connie, invece, divideva il suo tempo con una «combriccola di artistoidi», come li chiamavano i genitori di Douglas: aspiranti attori, commediografi e poeti, musicisti e giovani brillanti che rincorrevano carriere improbabili, facevano tardi la sera e si radunavano a volte a casa di Karen, la sorella di Douglas piuttosto promiscua in fatto di amicizie, a bere e discutere animatamente. Ed è durante una festa nel minuscolo appartamento di Karen, in mezzo a sedici persone accalcate intorno a un asse da stiro, che Douglas si imbatte per la prima volta in Connie: capelli ben tagliati e lucenti, un viso stupendo, una voce sensuale, distinta ed elegante con i suoi vestiti vintage cuciti su misura, attillati e perfetti. Sono trascorsi piú di vent’anni da allora e Douglas e Connie sono sposati da decenni e hanno un figlio, Albie. Douglas ha cinquantaquattro anni e la sensazione di scivolare verso la vecchiaia come la neve che cade dal tetto. Connie è sempre attraente e Douglas la ama cosí tanto che non sa nemmeno come dirglielo, e dà per scontato che concluderanno le loro vite insieme. Una sera, però, a letto, Connie proferisce le parole che Douglas non avrebbe mai voluto sentire: «Il nostro matrimonio è arrivato al capolinea, Douglas. Penso che ti lascerò». Una storia finita, aggiunge Connie, con i diciassette anni di Albie che sta andando via di casa per proseguire i suoi studi d’arte altrove. Una storia da suggellare con un ultimo viaggio da fare insieme: il Grand Tour nelle maggiori città d’arte europee per preparare Albie a entrare nel mondo degli adulti, come facevano nel Settecento. Douglas, cui la vita sembra letteralmente inconcepibile senza Connie, decide che non può terminare tutto cosí, che l’amore non può svanire solo perché si è finito di occuparsi di un figlio. Accetta perciò di partire per quell’ultima vacanza insieme, un Grand Tour non per diventare piú colto, sofisticato e ricco d’esperienza come facevano nel Settecento, ma per riconquistare la moglie, e quel figlio che sembra scontento dell’uomo che sua madre ha scelto per metterlo al mondo. 

La mia recensione 

Potrei dirvi che Noi è la storia di Douglas, biochimico di trent'anni che si innamora di Connie, artista o, più propriamente, aspirante tale. La loro storia, tra alti e bassi, giungerà a quella notte in cui, circa vent'anni dopo, il libro ha inizio. Ma Noi, in realtà, non racconta solo l'evolversi di una storia d'amore. Noi, attraverso le parole del pedante, polemico e fastidiosamente intransigente Douglas, racconta il complesso groviglio di sentimenti che lega i componenti della famiglia Petersen.
Mi piace Nicholls, mi piace il suo modo di disegnare i personaggi, di renderli così reali e coerenti con le loro azioni da far sì che il lettore pensi di conoscerli davvero. Mi piace perché, seppur con una prosa fluida e leggera, riesce a trattare argomenti di un certo spessore. Mi piace perché i protagonisti dei suoi romanzi non sono mai eroi, non sono macchiette e non ci sono personaggi belli e personaggi brutti; ci sono invece fallimenti, malinconie, difetti, intensi sentimenti, amori incondizionati o finiti o appena nati, amori per altre persone, per i figli, per i luoghi, per i ricordi. Ma, soprattutto, ci sono persone. Sì, esatto, persone. Anzi, per essere più corretti dovrei utilizzare l'espressione "esseri umani", con le loro paure e con i loro difetti che rischiano di incrinare rapporti, di mettere a repentaglio la propria e l'altrui felicità.
Proprio per questo motivo ho trovato interessante la scelta dell'autore di narrare in prima persona; solitamente non apprezzo in particolar modo la prima persona perché molti autori non resistono alla tentazione di voler apparire forzatamente accattivanti, talvolta rivolgendosi al lettore e sforzandosi di apparire simpatici a ogni costo. Probabilmente, invece, questo romanzo non mi sarebbe piaciuto così tanto se l'autore avesse scelto di utilizzare la narrazione in terza persona.

venerdì 17 ottobre 2014

Ciarlando allegramente di... #10

Niente, non potete capire quanto mi costa scrivere questo post. Avete presente quelle volte in cui dovete fare qualcosa che, se da un lato vi va di fare, dall'altro no? Ecco, io da un lato vorrei (e potrei soprattutto) scrivere mille mila post, essere più presente su Facebook e Twitter e poi, invece, niente. Sfuma tutto così. Apro la pagina – una qualunque di queste – e la richiudo due o tre ore dopo senza aver scritto nulla. Non lo so, è così. Sarà che questo è il periodo in cui 3/4 degli animali si prepara al letargo e, pure io, in un certo senso, mi sento un po' in modalità semi-letargo attiva. 
Insomma alla fine, dopo una buona dose di violenza verso me stessa, eccomi qua. Basta vegetare e guardare il soffitto, basta arrendersi al blocco del blogger. Parliamo, piuttosto, di Le stanze buie di Francesca Diotallevi.

Il romanzo racconta la storia di Vittorio Fubini, maggiordomo presso la casa del conte e della contessa Flores a Neive, un piccolo comune in provincia di Cuneo, nel 1864.
Vittorio è un uomo tutto d'un pezzo, freddo, rigido e un po' troppo severo sia verso se stesso che e soprattutto verso gli altri. Un uomo che, si potrebbe dire, vive solo ed esclusivamente per il suo lavoro e che riversa in questo una dose importante di passione. Un pignolo, un inrtransigente, un perfettino. 
È la morte dello sconosciuto eppur sempre presente zio, Alfredo Musso, che segnerà un profondo cambiamento nella vita di Vittorio. 
Si ritroverà, infatti, a dover abbandonare Torino, la sua città, per ricoprire il ruolo del defunto zio presso la casa dei conti Flores.
Dimora che, però, nasconde un mistero che tutti i membri della servitù sembrano conoscere ma di cui nessuno è disposto a parlare. 
Strani rumori si palesano la notte, sbalzi di temperature improvvisi, singolari accadimenti confondono la mente di Vittorio che non si fermerà fino a quando non verrà a capo del misterioso segreto custodito dalle stanze di casa Flores. Di una stanza in particolare, chiusa ormai da tempo e che nessuno, in quella casa, è in grado di aprire perché, a possederne le chiavi, è solo Amedeo Flores.
La trama, che riportata in appena una manciata di righe da me che non sono una scrittrice e nemmeno una che si diletta a scrivere le quarte di copertina, sembra banale e tipica della peggior partita a Cluedo della vostra vita. Invece vi assicuro che non è affatto così. Perché l'ambientazione, i personaggi e la scrittura attenta e minuziosa dell'autrice rendono questo romanzo più vicino a Jane Eyre e Downton Abbey che a Cluedo. Sì, sebbene si tratti di un esordio –che mi auguro vada bene così da spingere Francesca a scrivere un altro romanzo– di un'autrice italiana, l'ambientazione e l'aria che si respira tra le pagine di questo libro è la stessa di un romanzo inglese d'altri tempi. Un po' cupo a volte, ma della stessa, identica e grigia cupezza di cui i romanzi inglesi del 1800 sono impregnati. 
Coinvolgente, oltre allo stile dell'autrice, anche il modo in cui Francesca decide di approfondire la figura di Vittorio, con un susseguirsi di flashback ben posizionati che coinvolgono così tanto il lettore che, a un certo punto, non ci si ricorda più se il romanzo è un grande flashback con salti nel futuro o viceversa. Ma, credetemi, non ha davvero alcuna importanza. 
Si vede, si percepisce, che l'autrice abbia fatto un lavoro di precisione quasi chirurgica nella stesura di questo romanzo e si avverte anche la forte passione che Franscesca nutre per gli intrecci tipici dei romanzi classici. O meglio, io l'ho percepita senza che però abbia chiesto all'autrice se la nutre davvero. Secondo me sì. Consigliato, senza mezzi termini. E affrettatevi, ché come Jane Eyre questo è un romanzo da gustare in autunno.


lunedì 22 settembre 2014

Recensione Un animo d'inverno

E salve!
Torno, finalmente in questo spazio, per parlare veramente di libri e non per farneticare su cose, situazioni, librai, club letterari e sciocchezzuole. Ieri sera ho terminato la lettura di Un animo d'inverno di Laura Kasischke, libro concessomi in anteprima da Neri Pozza perché partecipo al Neri Pozza Book Club (sì, l'ho detto un milione di volte ma metti che qualcuno arriva adesso e non lo sa? È bene precisare perché ero dotata di questo libro prima della sua uscita).
Quindi, dicevo, l'ho terminato e ho iniziato Le stanze buie di Francesca Diotallevi, copia invece concessa da La Leggivendola un trilione di anni fa (sì, vabbè, sono in ritarderrimo ma l'ho custodito bene, è stato in ottima compagnia con altri to be read, non s'è stropicciato, è stato anche al fresco).
Spero di finirlo in tempi brevi perché sono indietro con tutte le challenge alle quali partecipo e, ragazzi, Dicembre è alle porte (giusto per dire eh).
Dunque, parliamo di Un animo d'inverno.

Titolo: Un animo d'inverno
Autore: Laura Kasischke
Editore: Neri Pozza
Pagine: 288
Prezzo: 17 €
Il mio voto: 3 piume

Trama

Sono trascorsi tredici anni da quando Tatiana è con Holly ed Eric. Tredici anni da quando, in Russia, l'hanno raccolta in una coperta logora e, tremanti di gioia, l'hanno portata con loro in America. Tredici anni in cui la piccola Tatty è diventata una bellissima quindicenne, una ballerina russa dolcissima e vagabonda, l'amore della loro vita. Ora è la vigilia di Natale e fuori casa il vento fischia come un tendine teso tra gli alberi, e nevica. Eric si è avventurato nella tormenta per andare a prendere i suoi genitori e celebrare con tutta la famiglia il Natale. Holly dovrebbe essere felice in quel giorno di festa. E invece si dirige subito in cucina con i piedi nudi e uno strano pensiero in testa che non riesce a scacciare. Il pensiero che tredici anni prima qualcosa di terribile deve averli seguiti dalla Russia. È un'idea assurda, inammissibile, ma Holly ne percepisce, ne avverte chiaramente la verità da quando si è svegliata in quella mattina d'inverno. Come spiegarsi, infatti, gli eventi accaduti? La gatta che improvvisamente si trascina via le zampe posteriori e la coda? Il rigonfiamento sul dorso della mano di Eric, un minuscolo terzo pugno da omuncolo che i medici trascurano come cosa da niente, ma che non sparisce? La zia Rose, che si è messa a parlare in modo strano, in una lingua sconosciuta? E i dischi, tutti graffiati dall'oggi al domani, irrimediabilmente rovinati? Qualcosa li ha seguiti dalla Russia. Holly se lo sente dentro, come un dolore bruciante... 

La mia recensione

Mi riesce difficile parlare di Un animo d'inverno. Ancora adesso, dopo averlo finito e aver ragionato sulla storia, sui personaggi, sull'epilogo, sullo stile e sulla struttura narrativa non riesco a dire se mi sia piaciuto un po' oppure no. Certamente ci sono elementi che di questo romanzo ho apprezzato che, sebbene non mi abbiano convinta del tutto, non mi hanno lasciata completamente indifferente.
La storia narrata si svolge durante il giorno di Natale di un anno imprecisato in casa dei coniugi Holly ed Eric i quali, tredici anni prima hanno portato a casa con loro, dalla Siberia, una piccola e dolce bambina sottraendola alle violenze e alla malnutrizione dell'orfanotrofio Potrovka n.2.
Tredici anni in cui hanno amato, oltre ogni limite, quella bambina dai capelli lunghi e lucenti, dagli grandi e occhi profondi. Una vita come tante altre, simile a quella di tante altre famiglie fino a quel giorno. Della trama, purtroppo, non posso dire nulla più senza lasciarmi sfuggire qualche spoiler.
L'idea di base è buona e Laura Kasischke è di certo in grado di utilizzare bene le parole, creando immagini nitide e reali non solo di persone e situazioni, ma anche di stati d'animo ed emozioni.
L'unico vero grande neo di questo romanzo che non mi ha lasciata completamente soddisfatta della lettura, è costituito dalle ripetizioni e da una costante sensazione di dubbio non tanto sulla storia, quanto sull'aver compreso o meno quanto sta accadendo. Dubbio che, una volta terminata la lettura, non è stato comunque fugato. La domanda, la vera domanda su Holly, me la sono posta a pagina dieci ed è rimasta così, invariata, fino alla fine. Questo, mi rendo conto, è un mio limite e un mio difetto: odio leggere libri, ma anche guardare film e serie tv, che non mi forniscono una risposta chiara.
Ma, al di là della risposta più o meno chiara che fine lettura che non è arrivata – e sulla quale posso comunque continuare rimuginare da sola e che non deve necessariamente costituire il fine ultimo della storia narrata – e che può essere un problema magari per me ma per altri lettori no, il vero scoglio insormontabile è costituito dalle ripetizioni. Continue, inutili ripetizioni. Altre trenta pagine di Russia, Siberia, orfanotrofio Potrovka n.2 e Tatiana e avrei preso il muro a testate.