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mercoledì 25 novembre 2015

Recensione Le serenate del Ciclone

Buongiorno gente!
Oggi vi parlo de Le serenate del Ciclone, romanzo di Romana Petri che ho letto grazie al Book Club Neri Pozza e che ho apprezzato ma solo per metà.
Pensandoci bene, mi pare di aver capito che il 2015 è stato l'anno dedicato alle letture non entusiasmanti, brutte o fatte al momento sbagliato e quindi, ovviamente, Le serenate del Ciclone non poteva piacermi molto, sarebbe andato contro tutti i principi fisici che la mia sfiga ha creato.
Ne sto leggendo un altro di libro che, proprio come tutto il resto, non mi emoziona particolarmente e meno male ché cominciavo a preoccuparmi.
E quindi, andiamo alla recensione. Mi scuso in anticipo con chi invece ha amato alla follia questo romanzo e potrà trovare offensive le mie parole – perché è già successo quando ne ho parlato altrove. Sappiate che, come tutte le recensioni presenti su questo blog, il mio è un parere personale e che non intendo offendere nessuno. Conosco, frequento e voglio bene a persone che non leggono nessun libro in un anno e non per questo mi sento offesa da loro (o viceversa). Per cui, sappiate che se anche a me non è piaciuto e a voi sì, amici come prima.

Titolo: Le serenate del Ciclone
Autore: Romana Petri
Editore: Neri Pozza
Pagine: 590
Prezzo: 18 €
Il mio voto: 3 piume

Trama

I libri sui padri sono sempre una resa dei conti col morto che, in quanto tale, non parla. Non così questo libro, per metà puro romanzo e per l'altra metà memoir familiare, che parte invece dal giorno in cui il futuro padre nasce e ne reinventa la storia. Romana Petri racconta così i sessantatré anni di vita di un uomo, dal 1922 al 1985, ma anche quelli italiani, dal fascismo alla guerra alla ricostruzione al boom economico e oltre. C'è l'infanzia nell'Italia rurale nella campagna vicino a Perugia, e poi l'adolescenza condivisa con una banda di scavezzacollo in quella città allora poco più grande di un paese, tra serenate notturne al balcone della bella di turno ed esuberanti scazzottate coi soldati alleati giunti dopo la liberazione. E poi c'è una Roma carica di promesse, in anni in cui nessuna meta è preclusa: il benessere, le auto sportive, le villeggiature, le conquiste amorose, un successo che pare senza limiti. Infine, la realtà che cancella l'illusione di non poter mai più tornare indietro: la caduta, le crisi, le difficoltà da cui riemergere con la tenacia degli anni formativi. Mario Petri detto "Ciclone" è un padre ingombrante. È grande e grosso ma capace di coltivare una sua fine sensibilità. Ha l'animo di un cavaliere antico, e il suo futuro sarà quello di un uomo di spettacolo nato per vestire i panni di personaggi eroici tanto nell'opera lirica quanto nel cinema. Intorno a Mario e Lena e ai figli nati dal loro grande amore s'incontrano tanti personaggi famosi... 

La recensione 

Le serenate del Ciclone è l’ultimo romanzo di Romana Petri, già autrice di diverse storie pubblicate precedentemente da Longanesi, e direttrice della casa editrice Cavallo di Ferro (di cui non riesco a raccogliere notizie, non so è fallita o esiste ancora). Non avevo mai letto nulla di Romana Petri e dopo aver conosciuto la sua scrittura credo che leggerò altri suoi lavori perché credo che sia un’autrice molto brava a raccontare storie. Certamente lo è stata nel raccontare la storia di suo padre, Mario Petri, ne Le serenate del Ciclone

Mario Pezzetta, in arte Mario Petri è stato cantante lirico, attore teatrale e cinematografico, padre e marito ingombrante. Figlio di Terzilia, donna buona e dal cuore d’oro e Attilio, padre violento e alcolista, Mario nasce in Umbria e passa la sua infanzia e giovinezza tra Perugia e Cenerente, paese d’origine della madre. Grazie a un suo carissimo amico, Orlando, Mario si avvicinerà alla letteratura e al mondo dei libri, avvicinamento che Romana Petri esprime molto bene nei dialoghi: Mario è l’unico personaggio che quando parla lo fa in perfetto italiano, senza alcuna inflessione dialettale, in contrapposizione al dialetto prima umbro – durante l’adolescenza di Mario – e poi romanesco del resto dei personaggi. Finita la scuola, Mario decide di trasferirsi a Roma per prendere lezioni di canto e, a malincuore ma comunque con una certa fermezza, lascia dietro di sé gli amici più cari – tra cui il Kid, figura molto importante della sua vita – e la madre e il fratello minore – che lottano con la figura di Attilio, sempre più violento a seguito delle sue frequenti bevute. Una scelta difficile che Mario sente di dover comunque compiere, non senza aver chiesto alla madre di avvertirlo qualora Attilio dovesse far male e al fratello. Avvertimento che gli giungerà alle orecchie non per mano di Terzilia, desiderosa di lasciare che il figlio viva una vita migliore, ma per opera del fratello Paolo. 
A Roma conoscerà il maestro Cusmic che lo preparerà per il grande debutto, un’audizione alla Scala di Milano. Il successo non cambierà, però, i sentimenti e il carattere di Mario che rimarrà, per tutto il libro, l’uomo semplice e genuino che è sempre stato. 

 Il romanzo è diviso in due parti: la prima racconta la vita di Mario dalla sua nascita fino al giorno in cui Lena, la ragazza che diventerà la moglie, darà alla luce la primogenita di Mario che lui, in vista dell’amore che prova per Roma, deciderà di chiamare Romana; la seconda, invece, racconta la vita di Mario attraverso gli occhi della figlia, passando da un periodo di successo clamoroso – minacciato già in precedenza dal soprano Giulietta Simionato con la quale intrattiene una relazione della durata di due anni – alla decadenza dovuta in parte al carattere iroso e ingombrante di Mario e in parte all’inevitabile avanzamento dell’età. La prima e la seconda parte del romanzo si differenziano totalmente tra loro non solo per quanto riguarda il tipo di storia narrata in ognuno di essi, ma anche per il cambiamento del PoV – la giovinezza di Mario è narrata in terza persona mentre, nella seconda parte, il PoV diventa lo sguardo di Romana – e del registro stilistico. 
Sono dell’opinione che, in realtà, è come se si trattasse di due libri differenti e io, a lettura terminata, avrei preferito che fosse proprio così. 

mercoledì 22 luglio 2015

Recensione Storia della pioggia

Buongiorno!
Mi piace fare le cose senza una cadenza specifica, e quindi tipo recensire i libri dopo un mese che li ho letti. Certo, mi auguro che non diventi un'abitudine perché rischio di non recensire più niente. Ma, vabbè, è il caldo, è la casa non mia, è il fatto che devo scrivere in cucina perché nella camera dove sto al momento – a parte il caldo torrido – c'è una nube di magnetismo per la quale non prende una mazza, manco il wifi. Sarà felice la mia piantina a forma di cuore di Ikea, che per la prima volta nella storia della sua giovane vita (ha 3 anni) vive in una stanza dove non ci sono radiazioni dovute a cellulare e computer. Tra l'altro è viva e immobile da quando l'ho comprata, non si è allungata neanche di un paio di millimetri.
Comunque, oggi siamo qui per parlare di Storia della pioggia, scritto da Niall Williams e pubblicato da Neri Pozza, e non della mia adorabile piantina.
 
Titolo: Storia della pioggia
Autore: Niall Williams
Editore: Neri Pozza
Traduttore: Massimo Ortelio
Pagine: 384
Prezzo: 17,50 €
Il mio voto: 4 piume

Trama

Ruth Swain è malata. Ha soltanto diciannove anni, ma è costretta a trascorrere le sue giornate a letto, nella mansarda della fattoria di famiglia sperduta tra i campi irlandesi battuti incessantemente dal vento e dalla pioggia.Ruth ha però un tesoro inestimabile sparso attorno al suo letto: 3.500 volumi provenienti dalla libreria di suo padre: romanzi, racconti e versi attraverso i quali avventurarsi su sentieri sconosciuti, vivere vite altrui piene di amori e passioni travolgenti e, soprattutto,carpire segreti, svelare misteri, in primo luogo quello che avvolge l’esistenza di Virgil, suo padre. Divora perciò pagine e pagine di Dostoevskij, Dickens, García Marquez e altri grandi scrittori nella speranza di comprendere la propria storia, l’ossessione che ha segnato le vicende della sua famiglia, iniziata con la fallimentare ricerca da parte del bisnonno di una perfetta condotta morale e culminata con il tragico destino di suo padre che, la notte in cui nacque lei e Aeney, il fratello gemello, travolto da un’entusiasmante ispirazione, si scoprì poeta e, il giorno in cui Aeney annegò, realizzò di non essere più in grado di scrivere un solo verso.Mentre la pioggia batte sul tetto della mansarda, Ruth rovista tra i libri e legge e raduna tutto quello che può: la vecchia edizione arancione di Moby Dick della Penguin, le foto delle funzioni del reverendo suo bisnonno, e quelle di suo figlio Abraham; le raccolte di poesie del padre, le sue sgualcite riviste di pesca al salmone. E quando si imbatte nelle opere rimaste incompiute di Virgil, e comprende che si raccontano storie per rimanere in qualche modo vivi, sa di avere un ultimo compito da assolvere prima di morire: narrare in un libro la storia di suo padre, pescatore e poeta.Con una protagonista memorabile e una storia romantica permeata dello spirito vero dell’Irlanda, Niall Williams – finalista al Man Booker Prize 2014 – compone un inno alla letteratura e al potere curativo dei libri. 

La recensione

Niall Williams è un simpatico signore irlandese, nato a Dublino nel 1958 e laureato in letteratura americana. E si vede, mi tocca ammettere. Sia che è irlandese, basta dare una rapida occhiata alle sue foto, sia che ha studiato letteratura americana, basta leggere solo un paio di pagine del suo poetico e incantevole ultimo romanzo.
Nonostante sia stato già pubblicato in Italia da Mondadori e Dalai Editore, non ha mai avuto la pubblicità che, secondo me, merita e avrebbe meritato. Tant'è che io, come probabilmente metà dei lettori che conosco, non avevo idea che esistesse un Niall Williams sulla faccia della Terra, figurarsi che esistessero i suoi libri.
Passato completamente in sordina con i suoi lavori precedenti – che infatti sono fuori catalogo –, torna in libreria con Storia della pioggia, pubblicato da Neri Pozza e tradotto egregiamente da Massimo Ortelio.
Storia della pioggia è la storia di Ruth Swain, ma anche la storia di tutti gli Swain prima di lei e, volendo essere un po' pignoli, è una storia che narra storie.
Ruth ha diciannove anni e, a causa di una malattia, è costretta a passare le sue giornate a letto, nella mansarda di una fattoria perduta nelle piovose campagne irlandesi.
Da piccola ha perso il fratello e, qualche anno dopo, anche il padre è venuto a mancare, ma i due importanti lutti e, di conseguenza, la malattia non sono riusciti a piegare la sua forte personalità. Spinta dalla voglia di ritrovare il padre attraverso i ricordi, decide di raccontarne la storia e scrivere un libro. Partendo dall'inizio però, quando Virgil Swain non era ancora nato. Perché, come dice Ruth stessa:
«Questa è la storia di mio padre. La scrivo per ritrovarlo. Ma devi camminare a ritroso se vuoi arrivare alla meta. Funziona così in Irlanda, e anche in T.S. Eliot». 
Tra ciò che sembra realtà e ciò che invece possiede una punta di surreale, inizia il racconto della stirpe degli Swain iniziando con la narrazione della vita del nonno di Ruth, segnata dalle brutture che la guerra gli ha riservato.
Si tratta di un romanzo inizialmente un po' ostico da seguire a causa del linguaggio che Ruth utilizza per rivolgersi al lettore perché, proprio come una persona realmente affetta da logorrea, compie mentre parla repentini salti spazio temporali e bruschi cambiamenti di argomento che, se non si è abbastanza concentrati, rischiano di confondere le idee. Lo spaesamento iniziale, però, viene riccamente ricompensato dai riferimenti al mondo della letteratura che popolano la narrazione e che mi hanno fatta letteralmente innamorare del romanzo. 
Il corteggiamento è iniziato a pagina tredici, dove Niall Williams posiziona un aneddoto su Dickens che, su di me, ha causato lo stesso stato d'animo che si ha quando qualcuno ti dona un fiore.
«Una volta ho letto un saggio in cui Dickens veniva rimproverato perché i suoi personaggi avevano nomi avulsi alla realtà. Evidentemente l'autore non sapeva che Dickens soffriva d'insonnia e di notte passeggiava per i cimiteri. Non sapeva che Moses Pickwick era proprietario di carrozze a Bath, che nel registro della parrocchia di Chatham figura la famiglia dei Sowerberry, gestori di un'impresa di pompe funebri, che un Oliver Twiste nacque a Salford e che un signor Dorrett aveva condiviso la prigione di Maeshalsea con il padre di Dickens».
Piccoli regali posizionati sapientemente qua e là, alla giusta distanza tra loro, come cioccolatini offerti, lentamente, dalla stessa scatola per viziare e allo stesso tempo far innamorare l'oggetto del nostro desiderio. Riferimenti alla letteratura inglese e irlandese di cui Williams si serve per raccontare una storia che, in verità, nulla ha di straordinario se non la personalità di Ruth che, nonostante la malattia, brilla di luce propria attraverso un linguaggio ironico e sarcastico non solo verso la cultura irlandese, ma anche verso se stessa e la propria condizione.
Mi è piaciuta subito Ruth, mi è piaciuta soprattutto la sua tenacia, la sua forza nell'affrontare il mondo con una schiettezza e una durezza che, invece, nascondono una persona fragile, intelligente e che nutre un intenso amore nei confronti della vita.
Difficile, per questo, capire quando mi sono abbandonata all'innamoramento vero e proprio, ma mi piace pensare che la scintilla sia scattata intorno a pagina centoventinove, quando Ruth parlando dell'amore e del suo corteggiatore dice:
«Mi comportai come Estella e gli spezzai subito il cuore. Infatti, il cuore degli spasimanti, come i cracker, va spezzato a metà, per evitare che ti cadano addosso quelle briciole fastidiose».
La vita, Ruth, la vive e la vede a modo suo, dal profondo del suo letto dalla forma simile a quella  di una barca, e la trascrive con lo stesso impeto e la stessa passione della corrente di un fiume in piena.
Un romanzo molto dolce, che a tratti sfiora il poetico e che mi vien voglia di regalare a tutti i lettori forti che conosco perché possano venire avvolti dalle parole di Ruth e dal suo amore per la letteratura.

venerdì 29 maggio 2015

Recensione Non siamo più noi stessi

Ho rimandato la scrittura di questo post il più possibile. Non per un motivo in particolare, ma per una sorta di malessere generale che poco ha a che fare con il blog in verità, ma è piuttosto una situazione della vita reale che mi causa malumore e malessere. Malumore che mi fa essere apatica e veramente veramente ma veramente acida.
Il fatto è che il blog, ultimamente, mi sta stretto. Lo vivo come un peso insormontabile, tenerlo aggiornato equivale a una costrizione, non ho più l'entusiasmo che avevo prima. So che dipende da altro, questa mancanza di entusiasmo, complice anche il fatto che leggo libri imposti da settembre e che da dicembre ad adesso di belli ne ho letti davvero molto pochi. Passerà, mi auguro. E se non dovesse passare vorrà dire che mi prenderò una lunga pausa anche se so che le pause non portano quasi mai a niente di buono. Ma, siamo qui, mi sono fatta violenza, ecco la recensione di Non siamo più noi stessi di Matthew Thomas.

Titolo: Non siamo più noi stessi
Autore: Matthew Thomas
Editore: Neri Pozza
Pagine: 640
Prezzo: 19,50 €
Il mio voto: 4 piume

Trama 

Non siamo più noi stessi racconta la storia struggente di Eileen Tumulty, figlia di immigrati irlandesi del Queens, che da sempre sogna un futuro migliore, lontano dalla madre alcolista e dal padre operaio. Eileen sposa Ed Leary, uno scienziato serio e dai modi gentili che indaga gli effetti degli psicofarmaci sul cervello. Non le ci vuole molto per capire che Ed rinuncia volentieri a un lavoro meglio remunerato, a una casa più grande o a delle amicizie più stimolanti, per dedicarsi anima e corpo alla ricerca e all’insegnamento. Così, dopo la nascita del figlio Connell, Eileen decide che tocca a lei lottare per il benessere della famiglia. Risparmiando parte del suo salario da infermiera riesce ad aprire un mutuo per una casa a Bronxville, ma proprio quando finalmente il suo sogno sembra avverarsi, la famiglia viene messa a dura prova da un colpo del destino. Ed è qui che si aprono le pagine più straordinarie del romanzo di Matthew Thomas. Eileen Tumulty – come Olive Kitteridge – è un personaggio che il lettore non dimenticherà mai. Balzato subito ai primi posti della classifica dei bestseller del New York Times, il romanzo d’esordio di Matthew Thomas è un magnifico affresco che ripercorre la vita di una coppia alle prese, dapprima, con il Grande sogno americano e, poi, con una malattia crudele che sembra voler cancellare i loro anni felici.Incensato dalla critica come uno dei libri più belli dell’anno, è una storia epica, coinvolgente e magnificamente scritta che, mettendo insieme una documentazione sterminata e una scrittura impeccabile, ci parla dei sogni, delle promesse mantenute e di quelle accantonate, e della lotta che ognuno deve compiere ogni giorno per dare un significato alla propria vita.

La recensione 

Un romanzo la cui narrazione, malgrado il numero considerevole di pagine, parte come si trattasse di una raccolta di episodi della vita di Eileen, una bambina di origini irlandesi che, nell'America degli anni '50, vive un forte disagio: una famiglia debole e manchevole di affetto. 
Si fa le ossa, Eileen, con un padre più preoccupato di ciò che la gente pensa di lui e del suo "personaggio", amato e stimato da tutti e soprannominato Big Mike dalla comunità di irlandesi trapiantati negli Stati Uniti, e con una madre anaffettiva e, purtroppo, alcolizzata. 
Si fa le ossa, Eileen, combattendo con il forte desiderio di avere lei, un giorno, una famiglia normale composta da un marito che nutra per lei un amore onesto e sincero e  da un figlio, che lei amerebbe senza remore. Si fa le ossa, appunto, e affronta la vita di petto. 
Ormai una ragazza, incontra Ed – un docente universitario di origini irlandesi – e si innamora del suo modo di fare, del suo stare bene insieme a lui. Da quel momento in poi, fino alla fine, il romanzo di Matthew Thomas smette di somigliare a un racconto e assume le sembianze di un vero romanzo americano la cui protagonista non è, come possa sembrare, una famiglia ma la vita. Uno spaccato reale della vita di due persone, così diverse tra loro ma che, comunque, si impegnano a stare insieme e a far funzionare le cose. 
Coerentemente con quanto subito da piccola, Eileen si trasforma e, da ragazza irlandese di provincia, diventa una donna insoddisfatta appartenente alla middle-class americana: ossessionata dal sogno americano, dalla grande casa situata in un quartiere perbene, con una punta di razzismo misto a snobismo tipico delle donne di Wisteria Lane. Questa perenne insoddisfazione, questo correre dietro a qualcosa di "migliore" senza accontentarsi mai, mi ha indispettita e, alcune volte, profondamente infastidita. Un personaggio che, ammetto, non ho gradito in particolar modo anzi, in alcuni punti della narrazione l'ho quasi sofferto. 
Ed, di contro, mantiene un certo garbo e un aplomb da marito perfetto che, quando questo atteggiamento comincia a venir meno, si sospetta subito ci sia qualcosa che non va. Come, effettivamente, è. Un malessere che, se Ed vuole fingere di non scorgere, è invece palese sia a Connell, il loro figlio adolescente, che al lettore. Anche se non a Eileen. 
Il libro, però, a questo punto prende una direzione diversa e con esso lo fanno anche i personaggi. La protagonista non è più la vita di una famiglia, ma la malattia progressiva di Ed e l'effetto devastante che ha su Eileen e Connell. Questa è la parte, insieme all'inizio, che mi ha fatto rivalutare tutto il romanzo. Parole commoventi, scene che mi hanno riportato alla memoria qualcosa che ho vissuto quando ero più piccola e che credevo di aver dimenticato. 
Ho trovato diverse parti eccezionalmente toccanti e, delle volte, alcuni passaggi erano così dolorosi (come, ad esempio, la festa di Natale in casa di Eileen) che il mio cuore non ha retto e ho pianto. Credo che la parte iniziale, più o meno 150 pagine, e la parte finale (da poco più della metà in poi) siano ben raccontate, a dispetto di una parte centrale che invece è un po' povera, macchinosa e prolissa. Interessante e ben riuscito l'evolversi dei personaggi e la loro maturazione, in particolar modo di Eileen che, infatti, nell'ultima parte del romanzo si trasforma e riesce a scacciar via la sgradevolezza e l'antipatia che l'ha avvolta per tutta la parte centrale del romanzo. 
I dieci anni e le numerose correzioni di Thomas temo che abbiano creato qualche problema perché, ogni tanto durante la lettura si ha la sensazione che cambi il PoV che, in verità, non dovrebbe esserci considerando che la storia è narrata in terza persona. Nonostante tutto, comunque, è un libro che mi ha sorpresa e che, probabilmente, non dimenticherò facilmente.

venerdì 20 marzo 2015

Ciarlando allegramente di... #11

Ok, dunque. Mi è servito tanto coraggio per decidermi a scrivere questo post, ma sono riuscita a raccoglierne un po', l'ho messo insieme, ed eccomi qua. 
Ho una sfiga colossale. Non lo dico come le protagoniste degli young adult che dicono di essere sfigate e non lo sono, che dicono di essere dei sacchi di juta ambulanti e poi sono delle fighe impossibili, che dicono di essere imbranate solo perché inciampano a causa dei marciapiedi sconnessi di Roma. No, dico che ho una sfiga colossale perché è così. Ultimamente, almeno. 
Non che normalmente sia proprio la diretta discendente di Gastone Paperone, anzi. Però diciamo che in questo periodo la sfiga si è intensificata. 
Così, tra le altre cose di cui non sto qui a raccontarvi, da gennaio mi è capitato di leggere solo libri brutti o comunque da me considerati "meh", ad esclusione de Il commesso di Bernard Malamud – che però non vale perché l'ho iniziato a dicembre – e La strage dei congiuntivi di Massimo Roscia. Tutto il resto sarebbe stato meglio se non lo avessi letto. E con questo mi riferisco anche ai due libri di cui vi parlerò in questa puntata di Ciarlando allegramente di...
Sapete della storia del barattolo dei to be read, no? Un'abitudine tanto in voga nella parte anglosassone del mondo. Sebbene in molti mi abbiano detto che è un'idiozia, io la trovo invece un'ottima occasione per leggere libri che, magari, campeggiano nella mia libreria da diversi anni e che, per un motivo o per un altro, non mi viene mai in mente di leggere – copertina poco invitante, dimenticanza, altro. Non sono stata particolamente fortunata nemmeno con la bottiglia/barattolo dei to be read dato che il primo bigliettino estratto è stato Library of the dead di Glenn Cooper, libro ottenuto attraverso uno scambio su Bookmooch – per chi sono sapesse cosa è, s'informasse – qualche mese fa. Manco c'era arrivato al lusso di uno scaffale, s'era fermato al tavolinetto basso. Vabbè.

La domanda, com'è legittimo, sorge spontanea: perché ho deciso di leggere questo libro? Ho deciso, sarò onesta, dopo averci molto pensato. Diverse persone me ne hanno parlato discretamente, sebbene si tratti di un bestseller. Così, spinta dalla curiosità, ho deciso che lo avrei letto solo se lo avessi trovato al mercatino o in biblioteca. Pare, però, che sia ancora uno dei libri più letti anche dopo diversi anni – ridendo è scherzando si tratta di un libro del 2009 – e, quindi, difficile da reperire nella biblioteca vicino casa senza mettersi in fila. E io, con la cosa che non inseguo i libri che mi interessano ma non troppo, sapevo che mai lo avrei prenotato. Così, lo vedo in lingua in scambio su Bookmooch e taaac, preso. 
Vuoi che si trattasse del primo libro per adulti che ho letto in inglese (gli altri erano più che altro per adolescenti), vuoi che il thriller storico mi interessi relativamente, vuoi che nutrissi un certo scetticismo verso il fatto che si tratta pur sempre di un bestseller ma... A me non è che sia proprio piaciuto.
Trovo l'idea di base, quella della biblioteca appunto, molto interessante e anche lo svolgersi della vicenda abbastanza intelligente. Il problema è che, purtroppo, Glenn Cooper non è riuscito a farmi incuriosire. Non ho trovato alcuna traccia del thriller, né del giallo in verità. Non avevo alcuna curiosità, né mi domandavo come mai le persone morissero né perché, prima di lasciarci le penne, ricevessero una cartolina con la loro data di morte. Verso la metà del romanzo ho intuito chi potesse essere responsabile anche se non ho centrato il modo – ma, d'altronde, mica l'ho scritto io 'sto libro (SPOILER avevo capito che Mark e la sua Area 51 c'entrassero in qualche modo, semplicemente però credevo che, nei sotterranei dell'Area 51, ci tenessero altri ammanuensi a fare lo stesso mestiere, magari dotati di Ipad, così da non morire sfiniti dopo aver scritto h 24 per tutta la loro vita). Quando l'avanzare delle pagine mi ha confermato che avevo ragione – troppe puntate di CSI viste durante l'adolescenza – ho perso quel minimo di interesse che mi aveva spinta fino a lì. Di tutto il resto non mi è fregato nulla, ho solo contato le pagine per arrivare alla fine. Interessante, anche, che Glenn Cooper abbia scelto di mostrarci l'America del 2009 – con tutti i suoi personaggi – e il prima dell'anno 1000 in Britannia per metterci al corrente della nascita e, in un certo senso, dell'evolversi della biblioteca. Ho trovato superflue, invece, le parentesi sul passato che includevano Churchill, ad esempio, e avrei cercato di rendere il tutto leggermente più dinamico ma, lo ribadisco, di thriller storici non ne capisco una fava, quindi la mia opinione è praticamente quella di una profana. Sappiate che con Idelfonso Falcones e il suo La cattedrale del mare – altro romanzo storico al quale mi sono approcciata – non è finita molto bene. Quindi, ecco, come dire... Probabilmente il problema sono io. 
A ogni modo, trovo che Library of the dead sia leggermente sopravvalutato, sebbene Will – il detective – sia un personaggio che ho trovato simpatico e, in un certo qual senso, accattivante. Peccato, però, per la presenza di un paio di cliché che io ho di certo notato perché leggevo il libro come se lo stessi analizzando al microscopio ma che, sono sicura, chi lo ha apprezzato non ha notato. Will è un po' il prototipo del belloccio di mezza età, con matrimonio fallito alle spalle, dalla scorza dura ma animo alla fin fine tenero che, infatti, trova attraente Nancy, la partner dell'età della figlia (primo cliché). Ma vabbè, direte voi, mo' uno in un libro non può mai mettere uno di cinquant'anni che si innamora della venti/trentenne? Eh, c'avete ragione. Diventa un cliché, però, quando si svolge proprio come il cliché, soprattutto se lui comincia a trovarla attraente quando lei si mette a dieta. Essù, dai eh. Insomma, niente altro da dire. Un romanzo da ombrellone, tralasciabile. 

martedì 10 marzo 2015

Recensione – in anteprima – Ritratto di un matrimonio

Salve gente!
Finalmente sono tornata per parlarvi di Ritratto di un matrimonio di Robin Black. Libro che ho letto in due puntate perché mi faceva arrabbiare. Comunque ieri ho iniziato Suite francese, prima di realizzare che ho tipo altri tre libri in attesa e quindi, forse, devo rivalutare la mia tabella di marcia. Oppure fare una full immersion e in questo periodo non mi è esattamente possibile. Vediamo cosa riesco a combinare, mi lascerò stupire da me stessa (e, voglio dire, non è che è propriamente un affare). Ma, via, posso farcela.


Titolo: Ritratto di un matrimonio
Autore: Robin Black
Editore: Neri Pozza
Pagine: 256
Prezzo: 16,50 € (disponibile dal 19 marzo)
Il mio voto: 3 piume

Trama 

Gus e Owen hanno scelto di lasciare Filadelfia per condurre una vita più tranquilla in campagna. Vogliono dedicarsi alla loro arte, la pittura per Gus e la scrittura per Owen. Sentono il bisogno di lasciarsi alle spalle un periodo difficile e di recuperare l’amore di un tempo. Ma non è facile trovare un nuovo equilibrio. E quando nella casa accanto si stabilisce Alison Hemmings, Gus sente l’istintivo bisogno di farsi un’amica. Owen è restio a relazionarsi con la nuova arrivata, ma Gus non ci mette molto a fidarsi di quella vicina spontanea e sincera, e a confessarle non solo il vero motivo che li ha spinti a cambiare vita – dopo aver cercato invano di restare incinta, Gus ha avuto una relazione con il padre di un’alunna –, ma anche tutta la sua frustrazione per il rapporto logorato con un marito ossessionato dal blocco dello scrittore. Alison sembra capirla al volo e le rivela a sua volta un segreto: si è trasferita lì per fuggire da un marito violento. È così tra le due donne nasce una grande complicità. Ma quando in paese arriva Nora, la bella figlia di Alison, che non si preoccupa di nascondere il proprio debole per Owen, gli eventi volgono improvvisamente al peggio. E tra confessioni scioccanti, fughe in auto e nuovi arrivi imprevisti, la vita delle due famiglie si intreccia fino a implicare emozioni così forti, che un minimo passo falso rischia di far precipitare nell’abisso l’esistenza di ciascuno. Robin Black ci regala il ritratto commovente di un matrimonio esemplare alle prese col tradimento. Con una scrittura tesa e precisa, in grado di portare a galla i risentimenti e le gelosie più nascoste di una coppia, il romanzo è un intensissimo affresco domestico dei sogni infranti e di quei segreti che alimentano e, nello stesso tempo, minacciano di distruggere l’amore.

La recensione

Un inizio molto delicato e al contempo coinvolgente, una parte centrale intensa – e non solo di belle sensazioni – e un finale un po' deludente. 
Molti i temi trattati da Robin Black in questo romanzo. Molti, ma soprattutto maledettamente umani. Con uno stile asciutto ma comunque elegante, Ritratto di un matrimonio ci parla di sentimenti profondi e complessi, di relazioni umane contorte e mai banali.
Gus e Owen, dopo una crisi matrimoniale a seguito del tradimento di Gus, decidono di trasferirsi fuori città, in campagna. Per isolarsi, forse, o semplicemente per ritrovare un amore che, piuttosto che esser svanito, sembra solo essersi arrugginito. In campagna, Gus e Owen troveranno la loro dimensione, senza intrusi a curiosare nella loro vita famigliare, senza sconosciuti con cui doversi rapportare, lontano da tutti e da tutto. Fino a quando, a scombussolare la loro routine, arriverà Alison, la nuova vicina. Gus, anaffettiva e un po' burbera, si lascerà subito avvolgere dall'entusiasmo di Alison che porterà nella sua vita il calore e l'affetto che le sono sempre mancati, a causa di un padre distante e la morte della madre quando era appena una bambina.
Sia Gus che Owen, la accoglieranno felicemente nella loro vita, sebbene all'inizio sentissero minacciato il loro isolamento – non solo fisico ma anche in un certo qual modo emotivo. Isolamento che, credono entrambi, abbia loro offerto un equilibrio perfetto. Equilibrio, invece, che perfetto proprio non è, considerando che è talmente alta la quantità di non detti e di argomenti che non si possono affrontare per non turbare questa "pace" che a me, più che una coppia che funziona e si ama, è sembrata una coppia che sta insieme perché non sa dove altro andare.
Owen, ex docente e scrittore fallito, acclamato dalla critica ma misconosciuto dal pubblico è quanto di più abitudinario e anonimo si possa immaginare.
Gus, ex docente di pittura e pittrice, ha una personalità molto forte ma è sostanzialmente una donna triste alla quale è stata negata la possibilità di essere madre perché Owen è sterile e che porta con sé, come un macigno, la colpa del tradimento. Colpa che è presente per tutto il romanzo, alternata alla colpa (latente) che lei appioppa al marito. Gus non fa che ripetere che, dopo la sua breve relazione con Bill, ha scelto comunque di rimanere con il marito, sebbene lui non potesse renderla madre; non fa che ripetere che non lo incolpa della sterilità; non fa che dire che essere madre sarebbe stato un regalo stupendo ma che non può per la sterilità di Owen, di cui comunque lui non ha colpa.

mercoledì 4 febbraio 2015

Recensione – in anteprima – Il libro dell'amore perduto

E buongiorno!
Finalmente posto una recensione da queste parti ché, sì è bello anche cinciallegrare di libri in senso trasversale, ma recensirli ogni tanto non è male.
Oggi vi parlo de Il libro dell'amore perduto di Lucy Foley, di prossima pubblicazione per Neri Pozza (lo troverete in libreria per la fine di questo mese).
Ne approfitto per dirvi che ho iniziato la lettura di La strage dei congiuntivi di Massimo Roscia, di cui sono venuta a conoscenza a Più libri più liberi che mi garba non poco e, in teoria, dovrei anche far parte del gruppo di lettura con DeLillo ma temo non sia il suo momento.
Questo per dire che dal mese prossimo mi prendo una pausa dai seicento gruppi di lettura ai quali partecipo perché, praticamente, da quando è iniziato l'anno ho letto solo libri in un certo senso "imposti". E, onestamente? Non fa per me. Non so come facciano quei blogger che ricevono vagonate di libri dalle case editrici da recensire entro un certo periodo. A parte che questo ti obbliga, in un certo qual modo, a leggere solo libri di recente pubblicazione... E poi se non è il periodo adatto per leggersi, che so io, un giallo? Che si fa? No no, non potrei mai. 
Mi sentirei come da Blockbuster, dove il film più vecchio che trovavi risaliva a quattro anni prima. Desolante. In tutto questo il fioretto procede bene, con un'unica sbandata però necessaria (poi, quando vi parlerò del libro in questione vi spiegherò perché). Comunque devo dire che il fioretto certamente mi evita di accumulare altri libri da leggere oltre agli ottocentomila che possiedo già, ma non contribuisce allo smaltimento dato che partecipo ai gruppi di lettura o leggo libri presi in biblioteca. Me lo sentivo che c'era qualcosa che non andava in questo fioretto, dovrei gestirlo meglio. Non acquistare comunque, se non per gli altri – il mio vecchio, nello specifico –, sicuramente fa bene alle finanze. E ai to be read presenti in casa che non diminuiscono ma nemmeno aumentano. Ma veniamo a noi, ché io sono logorroica e ogni volta faccio un'introduzione di un secolo e mezzo. Il libro dell'amore perduto di Lucy Foley.

Titolo: Il libro dell'amore perduto
Autore: Lucy Foley
Editore: Neri Pozza
Pagine: 368
Prezzo: 18 € (disponibile dal 26 febbraio)
Il mio voto: 3 piume

Trama

Kate è una giovane fotografa che ha appena perso la madre, la famosa ballerina June Darling. Come se quel dolore non fosse già abbastanza, sua nonna Evie le rivela che June non era figlia sua, ma le era stata affidata da una signora che voleva restare anonima. Kate è sconvolta: deve assolutamente saperne di più. Partendo da una serie di lettere che la madre biologica aveva scritto a June fingendosi un’ammiratrice, e da un disegno firmato dal celebre artista Tom Stafford che ritrae una donna misteriosa, Kate decide di rintracciare Tom e chiedergli se la donna del ritratto è la sua vera nonna. Tom Stafford, però, è uno degli artisti più famosi d’America, mettersi in contatto con lui non è una cosa da poco. Quando Kate, però, mostra il ritratto alla sorella di Tom, lei decide di aiutarla e le dà l’indirizzo di una casa in Corsica, dove il fratello le svelerà la verità. Tom e Alice (così si chiama la protagonista del ritratto) erano stati vicini di casa da bambini, ma si erano persi ed erano tornati a incontrarsi prima nel 1928, a Londra, e poi di nuovo nel 1939, a Parigi. Il mondo è molto diverso da quello della loro infanzia. Il crollo delle borse ha ridotto alla fame molte famiglie e per le strade c’è chi parla di una Seconda Guerra mondiale alle porte. Eppure loro si sentono ancora innamorati come allora. Allora perché, come racconta Tom, Alice lo ha lasciato senza una spiegazione? Serviranno altre ricerche, per scoprire che Alice se n’era andata per occuparsi della figlia che portava in grembo (June), e lasciare a Tom la possibilità di diventare il grande artista che aveva sempre sognato. Il libro dell’amore perduto – i cui diritti sono già stati acquistati in più di dieci paesi – è un romanzo straordinario, pieno di poesia, che segue le vite di due innamorati attraverso l’Europa del Novecento. Ricostruendo epoche e atmosfere con l’abilità di una storica, e consegnandoci una delle più belle storie d’amore scritte negli ultimi anni, Lucy Foley ci parla di quelle esistenze che continuano a sfiorarsi, ma sono destinate a perdersi; e dell’amore più puro e infinito che esista: quello che poteva essere e non è stato.

La recensione

Il libro dell'amore perduto, in inglese The book of lost & found, viene presentato come un romanzo avvincente e selvaggiamente romantico. Ammetto di essere, in parte, in disaccordo con questa definizione lanciata dal Daily Mail e riportata in copertina.
Si tratta, senza ombra di dubbio, di un libro molto romantico e, forse, la scelta di definirlo "selvaggiamente" romantico è più che azzeccata. Purtroppo, però, Lucy Foley non ci narra una storia che io definirei avvincente.
Kate, fotografa rimasta orfana di madre da pochissimo tempo a causa di un incedente, viene a conoscenza di un segreto che riguarda la sua famiglia d'origine. Evie, nonna adottiva, in punto di morte le confessa di aver tenuto nascosto a June – madre di Kate e famosissima ballerina classica – di essere stata un tempo contattata da una donna, Célia, la quale sosteneva di essere la madre biologica di June. Evie, però, non ha mai avuto il coraggio di ricontattare quella donna, per paura che June ne rimanesse ferita e che Célia non fosse altro che un'arrivista, intenzionata a servirsi dell'enorme successo ottenuto da June fino a quel momento.
Kate, quindi, decide di indagare nel passato di della madre e, rovistando tra vecchie lettere, entra in possesso di un disegno che ritrae una donna che somiglia in modo incredibile alla madre.
Quel ritratto, scoprirà successivamente la nostra Kate, è stato fatto da Tom Stafford, famoso pittore, agli inizi della sua carriera. Kate, decisa più che mai a scoprire la verità, si imbarcherà in un viaggio che la porterà a scoprire la Corsica, Parigi e, infine, New York e che si rivelerà essere non solo un viaggio attraverso diversi Paesi ma, soprattutto, un viaggio attraverso il tempo e i forti sentimenti.
Fin qui tutto bene, la storia presentata dall'autrice – sebbene non si possa dire sia particolarmente orginale – è interessante e si pressuppone, già dalle prime pagine del romanzo, che verrà raccontata una storia d'amore a dir poco travagliata. D'altronde, la scelta del titolo non è casuale.
Qualcosa, però, nella costruzione del romanzo non ha funzionato. Non si tratta dello stile dell'autrice, molto semplice e che non si lascia andare a inutili descrizioni di luoghi o paesaggi non strettamente necessari. Non si tratta nemmeno dell'intreccio narrativo, seppure un po' troppo lineare per i miei gusti. Purtroppo, e mi dispiace davvero tanto dirlo perché volevo che questo libro mi piacesse più di "così-così", ho trovato tutto troppo scontato e prevedibile.

domenica 28 dicembre 2014

Recensione Confessions

Ok, mi sono presa di giorni di tempo per matabolizzare Confessions di Kanae Minato. Se attendo altri due giorni per scriverne non lo farò più. Il motivo è semplice: è stata una lettura toccante, ma al contempo dolorosa e molto triste e ciò rende difficoltoso parlarne. 
Poi, per farmi ancora più male, ho deciso di guardare anche il film che, sebbene sia molto bello, non riesce – secondo me – a trasmettere le stesse scioccanti emozioni del libro. Interessante, molto interessante, ciò che la Minato racconta della società giapponese che mi porta a dire che ho letto troppi pochi libri sul Giappone e devo quindi, necessariamente, recuperare.
Un consiglio: leggete giusto un paio di righe della trama, senza andare troppo oltre. Io ho fatto così e scoprire il nome del colpevole attraverso il libro e non attraverso la quarta di copertina è stato davvero moooolto meglio.

Titolo: Confessions
Autore: Kanae Minato
Editore: Giano (Neri Pozza)
Pagine: 270
Prezzo: 14,90 €
Il mio voto: 4 piume e mezzo

Trama

La rivelazione è di quelle agghiaccianti, soprattutto se a farla è una giovane professoressa che ha da poco perso la sua bambina e ad ascoltarla sono i suoi alunni, la classe alla quale Moriguchi Yuko rivolge un discorso di addio: "La mia Manami non è morta accidentalmente; è stata uccisa da qualcuno di voi". La figlia dell'insegnante di scienze aveva quattro anni quando, un mese prima della fine dell'anno scolastico alla scuola media, in una cittadina del Giappone, è stata trovata morta nella piscina dell'istituto. A causa di quello che tutti hanno ritenuto un incidente, la madre ha deciso di abbandonare per sempre il suo lavoro. Freddamente, quasi scientificamente definendoli A e B, la professoressa rende identificabili ai compagni i due ragazzi e rivela la sua scoperta di come essi abbiano premeditato e compiuto l'omicidio di una bambina indifesa. Inoltre, con altrettanta freddezza, l'insegnante comunica la sua decisione: non ha intenzione di denunciare i due assassini alla polizia. Ha invece già messo in atto una personale vendetta, atroce e immediata ma escogitata in modo che le devastanti conseguenze si manifestino lentamente, affinché i giovani criminali abbiano il tempo di pentirsi e trascorrere il resto dei loro giorni sopportando il fardello della colpa di cui si sono macchiati. Nelle settimane successive, attraverso un diario, un blog, una lettera, appare in tutta la sua spaventosa portata il perché del gesto compiuto da Nao e Shuya.  


La recensione

Riesce difficile parlare di un libro così, gli spunti di rilfessione sono numerosi e strazianti e, tra le altre cose, offre uno spaccato della società nipponica così crudo e, mi tocca ammettere, reale che scuote incredibilmente e fa accapponare la pelle.
Chi conosce il mondo giapponese, anche solo in parte, è anche a conoscenza dei tristi fenomeni che lo riguardano e che includono, purtroppo, la scarsa presenza delle figure genitoriali nella vita degli adolescenti, il rigido sistema scolastico e della scoietà e l'elevato tasso di depressione e suicidi adolescenziali. Kanae Minato racconta una tragedia e lo fa senza tralasciare una forte denuncia verso un sistema – quello giapponese, appunto – malato, guasto e perverso, fortemente volto all'individualità e quasi del tutto privo di empatia.
Confessions racconta la storia dell'omicidio di Manami, una bambina di appena quattro anni figlia della professoressa Moriguchi. La trama è molto semplice: già nel corso del primo capitolo, infatti, Kanae Minato rende noti il movente dell'omicidio, il modo in cui si è consumata la tragedia e il colpevole. È interessante che l'autrice abbia scelto di raccontare la vicenda ogni volta da un punto di vista differente, narrando gli stessi fatti – naturalmente con delle aggiunte – ora attraverso le parole di Moriguchi, ora attraverso quelle delle altre persone coinvolte nella tragedia. 
Interessante perché, insieme al punto di vista, cambia l'opinione che il lettore si è costruito di quel personaggio. Leggendo la storia vista gli occhi della madre di Manami si ha l'impressione che i fatti si siano susseguiti in un certo modo e ci si lascia influenzare dall'idea che la professoressa ha dei colpevoli. Passando al punto di vista successivo, ciò che si era immaginato cambia del tutto, insieme all'opinione che ci si era costruiti di un personaggio, colpevole incluso.
Un romanzo complesso che lancia un messaggio per certi versi allarmante. Pesante e difficile da metabolizzare, oltre che assurdamente doloroso, colpisce dritto al cuore ma anche e soprattutto alla mente. 
Al cuore perché la morte di una bambina e il dolore che prova una madre dopo una simile tragedia non è nemmeno immaginabile, soprattutto se il movente di tale tragedia risiede in un freddo e spaventosamente razionale desiderio di individualismo. E alla mente, più del cuore, perché il pensiero che tali atrocità vengano commesse da degli adolescenti scuote persino le ossa di chi legge. 
Ancor più agghiacciante e, in un certo senso, straziante è constatare quanto disastrosa sia la situazione psicologica dei giovani giapponesi. Leggendo alcuni tratti si resta interdetti, storditi come se qualcuno ci avesse appena sferzato un pungo in faccia e riesce quasi impossibile comprendere appieno come sia possibile che ragazzi di tredici anni ragionino già sulla possibilità non solo di togliere la vita ad altri, ma di toglierla a loro stessi. 
La struttura narrativa, inoltre, merita particolare attenzione non solo perché costituisce una piccola finestra sul punto di vista di ognuno dei personaggi rilevanti, ma anche perché l'intero romanzo è composto da sei lunghi monologhi. E, per ogni monologo, l'autrice utilizza un mezzo diverso: una lettera, un diario personale, una telefonata.
Bella e straziante al contempo, è certamente una lettura che fa riflettere e, per questo, mi sento di consigliarla soprattutto agli amanti della letteratura giapponese.

giovedì 27 novembre 2014

Ciarlando allegramente di... #11

È il caso che ammetta di avere quasi trent'anni e di non essere più il giaguaro di una volta. Non che io sia mai stata ginnica o abbia mai avuto una prestanza fisica alla olio Cuore, sia chiaro. Potrei affermare, con quasi un po' d'orgoglio, di essere nata già vecchia dal punto di vista fisico. Certo, tra i diciotto e i venticinque anni ho fatto il mio mucchietto di ragazzate (ma 'sto termine lo usa qualcuno sotto i settant'anni, oltre a me s'intende?) che includevano notti brave, ore piccole e tanta altra roba di questo tipo, ma sempre nella giusta dose. Cioè, non che lo facessi ogni settimana, ecco. Poi, niente, raggiungi i ventinove anni e boh, il tracollo fisico ti sorprende così, da un giorno all'altro. E quindi vi scrivo dalla mia polverosa, semibuia e incasinata postazione in preda a un malessere generale che non so manco io da dove viene. Ma ho la tisana con me, un termometro (non so se serve ma lo tengo lì), un paio di bustine di Riopan Gel (eh, la gastrite è un regalo di quelle notti brave mi sa) e tantissime altre cose che si divertono a sostare sulla mia scrivania senza apparente motivo (penne, matite, un'agenda del 2013, quaderni, fazzoletti, una collana, cuffiette rotte, un elastico per capelli, mucchietti di polvere).
Quindi, sono qui per parlarvi di Manuale di danza del sonnambulo di Mira Jacob, di prossima pubblicazione per Neri Pozza (ormai lo sapete, lo dico sempre, ho pure messo l'immaginetta in basso a sinistra, faccio parte del Neri Pozza Bookclub ed è per questo che ricevo alcuni volumi di prossima pubblicazione da leggere e recensire in anteprima. Lo dico ché, insomma, non si sa mai).

Non sono certa di ciò che sto per scrivere, semplicemente perché Manuale di danza del sonnambulo è un libro strano. Strano in senso positivo però. 
Senza pensarci troppo, così su due piedi, mi verrebbe da dire che questo è un romanzo che parla di attaccamento. Attaccamento alle proprie radici, alla propria cultura, ai propri affetti, alla propria famiglia, alla vita. 
Scritto in maniera deliziosa, Manuale di danza del sonnambulo affronta temi molto attuali come la morte – presente fin dall'inizio del romanzo –, l'amore per la propria terra e le proprie origini, il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, la solitudine.
Protagonista del romanzo è la famiglia Eapen, che si trasferisce dall'India al New Mexico alla fine degli anni '70, portando con sé una buona dose di "indianità". Be', sulla carta la protagonista del romanzo è la famiglia Eapen perché, per me, è come se questo libro parlasse di "Amina e la sua famiglia". Non so spiegare bene perché, ma la sensazione che ho avuto fin dalle prime pagine e che mi sono portata dietro fin quando non ho letto l'ultima pagina, è che la storia sia narrata sì in terza persona, ma attraverso gli occhi di Amina. Amina è travolgente, apprensiva, dolce, a volte forse un po' insicura ma così ben delineata che l'unico aggettivo che mi viene in mente per descriverla è "bella". Amina è decisamente bella, e non nel mero senso del termine, lei è bella dentro ma non è consapevole di esserlo.
Mi scuso per l'entusiasmo che non mi permette di essere non solo oggettiva, ma anche capace di scrivere qualcosa dotato di senso ma devo essere onesta, credevo fosse un altro tipo di romanzo. Mi aspettavo di leggere un romanzo che trattasse le diversità culturali che condizionavano, nel bene e nel male, la vita dei protagonisti; mi aspettavo di trovare, forse, una sorta di romanzo di formazione, fortemente influenzato dalle difficoltà di sentirsi indiani in America. Mi aspettavo di trovarvi, all'interno, delle forti crisi d'identità che rendevano questo un libro sul fenomeno dell'immigrazione. Con mia grande e piacevole sorpresa, invece, non è stato così.   
Ho letto con piacere queste cinquecento pagine e il merito va soprattutto alla bravura della Jacob che ha saputo caratterizzare molto bene i personaggi, utilizzando una cura al dettaglio così minuziosa da sfiorare quasi l'ossessione. Ho trovato molto interessante e ben utilizzata la scelta di parlare del cibo per narrare dell'India e per descrivere Kamala, la madre di Amina. Kamala è il personaggio che, dopo Amina, mi ha colpito di più. Attraverso il cibo esprime se stessa e le proprie emozioni – letteralmente – utilizzandolo come offerta di pace dopo un litigio, cucinando sia nei momenti tristi che in quelli particolarmente felici, usufruendone per colpire qualcuno che l'ha fatta arrabbiare.
Una lettura piacevole e sorprendente, un libro che mi sento caldamente di consigliare.

E bon, basta, questo è un libro bello. Punto. E io i libri belli non li so recensire, lo sapete già. Non a caso sono specializzata in libri brutti.

lunedì 27 ottobre 2014

Recensione – in anteprima – Noi

Non è un periodo semplice questo. Non che abbia qualche problema eh, sto benissimo. Magari non proprio in forma, ma questo è un problema che ho sempre avuto. La chiapponaggine ha sempre la meglio sulla ginnicità e quindi, ecco, il fuori forma è la mia condizione naturale. Ma questa non è la sede adatta per parlare della mia precoce anzianità e dalla mia nota avversione per l'attività fisica (cioè, il divano mi trasmette emozioni migliori e decisamente più positive di quanto sia in grado di fare un tapis roulant).
Ma, appunto, dicevamo. Sto bene ma quest'anno ho provato per la prima volta quella brutta malattia che si chiama blocco del lettore. Ho letto pochissimo, senza un reale perché. E, di conseguenza, mi sono ammalata del blocco del blogger che mi fa recensire i libri, certo, ma con grandissima difficoltà. Non posso, però, non parlarvi di Noi di David Nicholls perché, insomma, voi lo sapete che io lo adoro alla follia e vengo presa da un raptus bimbominkiesco ogni volta che ne sento parlare.
Mi scuso in anticipo e in ginocchio su ceci e fagioli borlotti per quanto leggerete. Avrei potuto fare di meglio, lo so. Ma, ecco, i brutti periodi capitano a tutti. E quindi... Noi.

Titolo: Noi
Autore: David Nicholls
Editore: Neri Pozza
Pagine: 431
Prezzo: 18 € (disponibile dal 30 ottobre)
Il mio voto: 4 piume

Trama

Douglas e Connie si conoscono alla fine degli anni Ottanta, quando il muro di Berlino era ancora in piedi. Trent’anni e dottore in biochimica, Douglas trascorreva allora i giorni feriali e gran parte del weekend in laboratorio a studiare il moscerino della frutta, il drosophila melanogaster. Connie, invece, divideva il suo tempo con una «combriccola di artistoidi», come li chiamavano i genitori di Douglas: aspiranti attori, commediografi e poeti, musicisti e giovani brillanti che rincorrevano carriere improbabili, facevano tardi la sera e si radunavano a volte a casa di Karen, la sorella di Douglas piuttosto promiscua in fatto di amicizie, a bere e discutere animatamente. Ed è durante una festa nel minuscolo appartamento di Karen, in mezzo a sedici persone accalcate intorno a un asse da stiro, che Douglas si imbatte per la prima volta in Connie: capelli ben tagliati e lucenti, un viso stupendo, una voce sensuale, distinta ed elegante con i suoi vestiti vintage cuciti su misura, attillati e perfetti. Sono trascorsi piú di vent’anni da allora e Douglas e Connie sono sposati da decenni e hanno un figlio, Albie. Douglas ha cinquantaquattro anni e la sensazione di scivolare verso la vecchiaia come la neve che cade dal tetto. Connie è sempre attraente e Douglas la ama cosí tanto che non sa nemmeno come dirglielo, e dà per scontato che concluderanno le loro vite insieme. Una sera, però, a letto, Connie proferisce le parole che Douglas non avrebbe mai voluto sentire: «Il nostro matrimonio è arrivato al capolinea, Douglas. Penso che ti lascerò». Una storia finita, aggiunge Connie, con i diciassette anni di Albie che sta andando via di casa per proseguire i suoi studi d’arte altrove. Una storia da suggellare con un ultimo viaggio da fare insieme: il Grand Tour nelle maggiori città d’arte europee per preparare Albie a entrare nel mondo degli adulti, come facevano nel Settecento. Douglas, cui la vita sembra letteralmente inconcepibile senza Connie, decide che non può terminare tutto cosí, che l’amore non può svanire solo perché si è finito di occuparsi di un figlio. Accetta perciò di partire per quell’ultima vacanza insieme, un Grand Tour non per diventare piú colto, sofisticato e ricco d’esperienza come facevano nel Settecento, ma per riconquistare la moglie, e quel figlio che sembra scontento dell’uomo che sua madre ha scelto per metterlo al mondo. 

La mia recensione 

Potrei dirvi che Noi è la storia di Douglas, biochimico di trent'anni che si innamora di Connie, artista o, più propriamente, aspirante tale. La loro storia, tra alti e bassi, giungerà a quella notte in cui, circa vent'anni dopo, il libro ha inizio. Ma Noi, in realtà, non racconta solo l'evolversi di una storia d'amore. Noi, attraverso le parole del pedante, polemico e fastidiosamente intransigente Douglas, racconta il complesso groviglio di sentimenti che lega i componenti della famiglia Petersen.
Mi piace Nicholls, mi piace il suo modo di disegnare i personaggi, di renderli così reali e coerenti con le loro azioni da far sì che il lettore pensi di conoscerli davvero. Mi piace perché, seppur con una prosa fluida e leggera, riesce a trattare argomenti di un certo spessore. Mi piace perché i protagonisti dei suoi romanzi non sono mai eroi, non sono macchiette e non ci sono personaggi belli e personaggi brutti; ci sono invece fallimenti, malinconie, difetti, intensi sentimenti, amori incondizionati o finiti o appena nati, amori per altre persone, per i figli, per i luoghi, per i ricordi. Ma, soprattutto, ci sono persone. Sì, esatto, persone. Anzi, per essere più corretti dovrei utilizzare l'espressione "esseri umani", con le loro paure e con i loro difetti che rischiano di incrinare rapporti, di mettere a repentaglio la propria e l'altrui felicità.
Proprio per questo motivo ho trovato interessante la scelta dell'autore di narrare in prima persona; solitamente non apprezzo in particolar modo la prima persona perché molti autori non resistono alla tentazione di voler apparire forzatamente accattivanti, talvolta rivolgendosi al lettore e sforzandosi di apparire simpatici a ogni costo. Probabilmente, invece, questo romanzo non mi sarebbe piaciuto così tanto se l'autore avesse scelto di utilizzare la narrazione in terza persona.

lunedì 22 settembre 2014

Recensione Un animo d'inverno

E salve!
Torno, finalmente in questo spazio, per parlare veramente di libri e non per farneticare su cose, situazioni, librai, club letterari e sciocchezzuole. Ieri sera ho terminato la lettura di Un animo d'inverno di Laura Kasischke, libro concessomi in anteprima da Neri Pozza perché partecipo al Neri Pozza Book Club (sì, l'ho detto un milione di volte ma metti che qualcuno arriva adesso e non lo sa? È bene precisare perché ero dotata di questo libro prima della sua uscita).
Quindi, dicevo, l'ho terminato e ho iniziato Le stanze buie di Francesca Diotallevi, copia invece concessa da La Leggivendola un trilione di anni fa (sì, vabbè, sono in ritarderrimo ma l'ho custodito bene, è stato in ottima compagnia con altri to be read, non s'è stropicciato, è stato anche al fresco).
Spero di finirlo in tempi brevi perché sono indietro con tutte le challenge alle quali partecipo e, ragazzi, Dicembre è alle porte (giusto per dire eh).
Dunque, parliamo di Un animo d'inverno.

Titolo: Un animo d'inverno
Autore: Laura Kasischke
Editore: Neri Pozza
Pagine: 288
Prezzo: 17 €
Il mio voto: 3 piume

Trama

Sono trascorsi tredici anni da quando Tatiana è con Holly ed Eric. Tredici anni da quando, in Russia, l'hanno raccolta in una coperta logora e, tremanti di gioia, l'hanno portata con loro in America. Tredici anni in cui la piccola Tatty è diventata una bellissima quindicenne, una ballerina russa dolcissima e vagabonda, l'amore della loro vita. Ora è la vigilia di Natale e fuori casa il vento fischia come un tendine teso tra gli alberi, e nevica. Eric si è avventurato nella tormenta per andare a prendere i suoi genitori e celebrare con tutta la famiglia il Natale. Holly dovrebbe essere felice in quel giorno di festa. E invece si dirige subito in cucina con i piedi nudi e uno strano pensiero in testa che non riesce a scacciare. Il pensiero che tredici anni prima qualcosa di terribile deve averli seguiti dalla Russia. È un'idea assurda, inammissibile, ma Holly ne percepisce, ne avverte chiaramente la verità da quando si è svegliata in quella mattina d'inverno. Come spiegarsi, infatti, gli eventi accaduti? La gatta che improvvisamente si trascina via le zampe posteriori e la coda? Il rigonfiamento sul dorso della mano di Eric, un minuscolo terzo pugno da omuncolo che i medici trascurano come cosa da niente, ma che non sparisce? La zia Rose, che si è messa a parlare in modo strano, in una lingua sconosciuta? E i dischi, tutti graffiati dall'oggi al domani, irrimediabilmente rovinati? Qualcosa li ha seguiti dalla Russia. Holly se lo sente dentro, come un dolore bruciante... 

La mia recensione

Mi riesce difficile parlare di Un animo d'inverno. Ancora adesso, dopo averlo finito e aver ragionato sulla storia, sui personaggi, sull'epilogo, sullo stile e sulla struttura narrativa non riesco a dire se mi sia piaciuto un po' oppure no. Certamente ci sono elementi che di questo romanzo ho apprezzato che, sebbene non mi abbiano convinta del tutto, non mi hanno lasciata completamente indifferente.
La storia narrata si svolge durante il giorno di Natale di un anno imprecisato in casa dei coniugi Holly ed Eric i quali, tredici anni prima hanno portato a casa con loro, dalla Siberia, una piccola e dolce bambina sottraendola alle violenze e alla malnutrizione dell'orfanotrofio Potrovka n.2.
Tredici anni in cui hanno amato, oltre ogni limite, quella bambina dai capelli lunghi e lucenti, dagli grandi e occhi profondi. Una vita come tante altre, simile a quella di tante altre famiglie fino a quel giorno. Della trama, purtroppo, non posso dire nulla più senza lasciarmi sfuggire qualche spoiler.
L'idea di base è buona e Laura Kasischke è di certo in grado di utilizzare bene le parole, creando immagini nitide e reali non solo di persone e situazioni, ma anche di stati d'animo ed emozioni.
L'unico vero grande neo di questo romanzo che non mi ha lasciata completamente soddisfatta della lettura, è costituito dalle ripetizioni e da una costante sensazione di dubbio non tanto sulla storia, quanto sull'aver compreso o meno quanto sta accadendo. Dubbio che, una volta terminata la lettura, non è stato comunque fugato. La domanda, la vera domanda su Holly, me la sono posta a pagina dieci ed è rimasta così, invariata, fino alla fine. Questo, mi rendo conto, è un mio limite e un mio difetto: odio leggere libri, ma anche guardare film e serie tv, che non mi forniscono una risposta chiara.
Ma, al di là della risposta più o meno chiara che fine lettura che non è arrivata – e sulla quale posso comunque continuare rimuginare da sola e che non deve necessariamente costituire il fine ultimo della storia narrata – e che può essere un problema magari per me ma per altri lettori no, il vero scoglio insormontabile è costituito dalle ripetizioni. Continue, inutili ripetizioni. Altre trenta pagine di Russia, Siberia, orfanotrofio Potrovka n.2 e Tatiana e avrei preso il muro a testate.