martedì 16 dicembre 2014

Recensione Portami a casa

Rieccomi, con un post che non sia random (strano, ma ultimamente parlo a vanvera troppo spesso). Dunque, rieccoci qui riuniti per disquisire di Portami a casa di Jonathan Tropper, edito da Garzanti e dal quale è stato tratto un film. C'è da dire che avevo immaginato tutti molto diversi da così come appaiono in carne e ossa nel trailer ma, cioè, sono i rischi del lettore. 
Terminato da qualche giorno ormai, ve ne parlo solo adesso perché... Non lo so perché. Il romanzo è carino, si legge velocemente e regala qualche sorriso, ma. Sì, c'è un punto dopo il ma. Fa Baricco in Oceano mare, avete ragione (o forse fa Baricco sempre? Non so, ho letto solo Oceano mare), è che è proprio così. È una lettura carina, leggera e simpatica ma. Come se mancasse un quid, ecco. E quel ma seguito da un punto esprime appieno la mia opinione. 
Vi spiego meglio perché.

Titolo: Portami a casa
Autore: Jonathan Tropper
Editore: Garzanti
Pagine: 364
Prezzo: 9,90 € (la cover accanto è quella del formato ebook)
Il mio voto: 4 piume meno

Trama  

Alcune famiglie possono diventare tossiche, se ci si sottopone a prolungata esposizione. E la famiglia Foxman, in particolare, può raggiungere un livello di tossicità letale. Ecco cosa sta pensando il trentenne Judd Foxman mentre, di fronte al suo piatto di salmone e patate, cerca di estraniarsi dalle urla dei nipotini. Il telefono del cognato non smette mai di squillare, la sorella non fa che scoccargli frecciatine acide, in combutta con il fratello minore, mentre la madre, stretta in un vestito troppo provocante, gli rivolge solo sguardi di commiserazione. L'unico desiderio di Judd è scappare lontano e non pensare più a tutti i guai della sua vita. Perché Judd è senza casa, senza moglie, che l'ha appena tradito con il suo capo, e ora anche senza più un padre, morto all'improvviso. Per questo è dovuto tornare a casa e non può fuggire. Le ultime volontà del padre richiedono che venga celebrata la Shiva, il periodo di lutto prescritto dalla religione ebraica: per sette giorni consecutivi tutta la famiglia dovrà riunirsi sotto lo stesso tetto. E sette giorni possono essere un tempo infinito, soprattutto se i componenti della famiglia sono tutti fuori di testa e non riescono a stare per più di ventiquattr'ore insieme senza scannarsi. Ne bastano molte meno perché la casa diventi una polveriera pronta per esplodere a causa di vecchi rancori, passioni mai sopite e segreti inconfessabili.  
La recensione 

Portami a casa, il cui titolo per l'edizione italiana poteva essere scelto in modo migliore, racconta la storia della famiglia Foxman attraverso la voce di Judd che, negli ultimi mesi, sembra aver perso tutto ciò che gli è più caro: la moglie – la quale ha intrapreso una relazione extraconiugale con il capo di Judd –, il padre – che dopo una lunga malattia è finalmente passato a miglior vita – e il lavoro (per evidenti problemi logistici).
Si ritrova così, a trent'anni suonati, non solo a non possedere più nulla ma anche a pagare l'affitto per vivere, da solo, in una casa ridicola e fatiscente.  
In occasione dei funerali del padre, Judd si reca nella casa nella quale è cresciuto e si ritrova a dover rispettare la Shiv'a, così come indicavano le utlime volontà del defunto padre.
Grazie alla Shiv'a, della durata di una settimana, la famiglia Foxman sarà costretta a riunirsi sotto lo stesso tetto e ad affrontare vecchi dissapori, a superare stupidi conflitti adolescenziali e a ricordare i bei tempi andati.
È il primo libro di Tropper che leggo e probabilmente non sarà l'ultimo. Ho molto apprezzato la semplicità con cui l'autore racconta un lutto e una vita fatta di perdite e privazioni (quella di Judd, appunto, protagonista sfigato della storia), trasformando le brutte esperienze in motivo di rinascita. 
Sui generis, ma non surreali e improbabili – come invece mi è capitato di leggoere qua e là su internet – le vicende della famiglia, i rapporti ambigui che legano un componente a un altro.
Non so la gente comune, il lettore medio, a quali famiglie è abituato ma se gli raccontassi la storia della mia di famiglia – che non ha un happy ending come in molte saghe famigliari perché, voglio dire, un romanzo deve anche intrattenere non deprimere all'ennesima potenza – direbbe anche a me che le vicende vissute sono surreali. Peccato che, nel mio caso, non possono essere improbabili.
Questo semplicemente per dire che no, le vicende narrate da Tropper non sono affatto improbabili ma sono, se vogliamo, tipiche delle famiglie numerose. Ammetto che, però, probabilmente la sensazione di improbabilità e assurdità deriva dal linguaggio utilizzato dall'autore e dalla struttura narrativa; è palese già dalle prime pagine che Tropper strizza l'occhio al cinema e, infatti, il film tratto dal libro uscirà a breve in Italia – è uscito negli Stati Uniti a settembre. A me questo aspetto, piuttosto che far apparire le situazioni strane e inverosimili, ha disturbato perché ha reso tutto meno introspettivo di quanto invece avrebbe potuto essere. Ecco il quid di cui si sente la mancanza. Un romanzo leggero, divertente e scorrevole ma che manca della profondità giusta in alcuni punti che, invece, vengono risolti frettolosamente e senza dar spazio a riflessioni più complesse.
Questo perché con l'ausilio fornito dalle immagini e dall'espressività degli attori, molti aspetti  possono non essere resi evidenti necessariamente attraverso i dialoghi o le riflessioni. Peccato, però, che per dare spazio al linguaggio e alla struttura cinematografica, Tropper si sia dimenticato che stava scrivendo un romanzo e non una scenografia e che, quindi, il lettore non avrebbe potuto rifarsi alle espressioni del volto dei personaggi.
Insomma, una lettura interessante per certi aspetti, leggera e coinvolgente ma, detto tra noi, mi aspettavo qualcosa di più che, però, non è mai arrivato. 

mercoledì 10 dicembre 2014

Sopravvivere a Più libri più liberi 2014 senza macchiarsi di omicidio ed esperire sdoppiamenti di personalità

E salve!
Sono sopravvissuta a Più libri più liberi, sebbene l'esperienza mi abbia messo a dura prova. Quest'anno mi sono recata in fiera praticamente tutti i giorni, una roba che nemmeno i più duri e i più atletici riuscirebbero a superare senza riscontrare qualche problema fisico e, credetemi, anche psichico. Fisico perché in fiera, se vuoi sederti, devi occupare abusivamente delle seggiole durante presentazioni e dibattiti ai quali magari non sei manco interessato ma, hey, è una sedia vuota quella?!
Oppure devi andare al bar, dove puoi sederti per cinque minuti esatti – prima che qualcuno ti si sieda in braccio – per consumare un orrido e bruciato caffè in barattolino (sì, esatto, sembra proprio un barattolino) di plastica.  Passare, tra l'altro, più di un paio d'ore in un luogo artificialmente illuminato, affollato e caldo crea, secondo me, una serie di problemi alla vista che causano allucinazioni, come minimo. È il motivo per cui la gente si perde dentro Ikea, pensateci. A un certo punto, probabilmente, si è convinti di essere da un'altra parte, di aver intravisto un cerbiatto sulla neve o, ancora meglio, una passaporta e invece... Invece niente, sei sempre al Palazzo dei Congressi e non riesci più a trovare il Caffè Letterario. Succede anche ai migliori. Succede anche al Lingotto, ovviamente, anche se lì le allucinazioni sono rese più pericolose dalla temperatura desertica che causa anche una forte disidratazione. 
Ma, dicevamo, un resoconto. Ho notato, con dispiacere, che rispetto agli altri anni il numero di persone che si è recata in fiera è diminuito drasticamente. Mentre le altre volte non ci si riusciva nemmeno a muovere per i corridoi, quest'anno non ho nemmeno fatto la fila per andare al bagno (e questo rappresenta forse il dato più indicativo. C'è più fila all'autogrill e il numero di bagni è pressappoco lo stesso). Questo, da un certo punto di vista, ha i suoi vantaggi ovviamente. Se c'è meno gente che sgomita e non si lava – credetemi, è pratica piuttosto comune non lavarsi e andare in giro a provocare conati di vomito alla gente – c'è meno rischio di esperire stati allucinatori e si ha più tempo per chiacchierare con gli editori. Che è, più o meno, quello che ho fatto io. Per questo è stato piacevole girare tra i banchetti, smontare completamente quello di Sur sotto lo sguardo vigile e un po' troppo attento del Sur-dipendente che, ecco, non voglio sapere cosa ha pensato (qualcosa di brutto, sono sicura, ma è stato educato e – sebbene il suo sguardo parlasse chiaro – non ha proferito parola); è stato bello saccheggiare il banchetto delle Edizioni Spartaco, dove ho prima acquistato un libro e poi, non contenta, ci son tornata per prenderne altri due; è stato interessante venire a conoscenza di un nuovo modo per gestire una fila di persone che cercano di farsi autografare il libro da Zerocalcare: nessun metodo.

mercoledì 3 dicembre 2014

A Natale in libreria, ovvero tutto ciò che non vorresti trovare sotto l'albero

È dicembre, quindi da adesso in poi verremo sommersi di post, articoli, email sui libri da acquistare a Natale e i libri da regalare. Noi, qui in casa Nereia, francamente ce ne infischiamo dei 101 libri da regalare a Natale, del miglior romance di sempre che scalda il cuore mentre fuori nevica (fa molto Natale, ammettiamolo), della ricetta dei biscotti allo zenzero a forma di fiocchi di neve, delle palle ecologiche da attaccare all'albero, del modo più natalizio che c'è per confezionare i regali, delle decorazioni bianche e rosse fai da te utilizzando solo ed esclusivamente tubetti di Rio Mare Paté e la sabbietta per lettiera.
A me del Natale non frega poi molto, l'alberello sarà un decennio che non lo faccio, il presepe ancor di più. Mia madre decise di non imbarcarsi più nell'impresa quando capì che sostituire i Re Magi con i mini sofficini e le Micro Machines per me non costituiva solo una sfida all'autorità religiosa, ma lo facevo anche perché trovavo in quel modo il presepe più colorato, originale e divertente.
Detto tra noi, preferisco la Pasqua e solo perché posso uccidermi di cioccolata senza sentirmi in colpa. Coff, dicevamo, il Natale.
Del Natale mi importa il giusto, mi piace piuttosto quello che vedo in giro. Mi piacciono le luci che colorano Roma, che è bella da mozzare il fiato sempre, ma che sotto Natale diventa incantevole. Mi piace il cielo su Roma nel mese di Dicembre che è così blu che si ha l'impressione di camminare con sopra il vuoto. Lo so che è una di quelle frasi da romanzetto alla Clare ma, credetemi, è proprio così.
Del mese di Dicembre e dell'arrivo del Natale imminente, comunque, mi piace soprattutto una cosa: le uscite in libreria. Sì sì, proprio quelle che poi vi consigliano di comprare o regalare.  Mi piacciono perché, dannazione, sono veramente oscene. Sono così oscene da rimanere impresse nella mia memoria fino al Dicembre successivo.
Perché, vedete, a Natale si cerca di sfornare quanto più è possibile per potersi accaparrare più lettori/non lettori possibili e, quindi, ci si butta in mezzo chiunque nella mischia pur di alzare qualche soldo che serva, almeno, per pagare la tipografia. Tipo questo libro qui che ci consiglia di lasciarci andare all'ammmmore e tutto verrà da sé (certo certo). E poi, va' che copertina! Lo regalerei per Natale solo per le pallette a forma di cuore made in Ikea. 
Ma non si possono vomitare sugli scaffali delle librerie solo libri ambientati a Natale con protagoniste persone che amano il Natale e che trovano l'amore solo a Natale. C'è sempre bisogno del nome grosso, quello che ti piazzo in enormi, traballanti pile all'ingresso, con un bel cartello con su scritto "NOVITÀ" in cima... Quel libro di cui, davvero, nessuno sentiva la mancanza ma che, invece, puntuale come i treni in Germania e piacevole come l'influenza gastrointestinale si palesa in libreria tra novembre e dicembre.

giovedì 27 novembre 2014

Ciarlando allegramente di... #11

È il caso che ammetta di avere quasi trent'anni e di non essere più il giaguaro di una volta. Non che io sia mai stata ginnica o abbia mai avuto una prestanza fisica alla olio Cuore, sia chiaro. Potrei affermare, con quasi un po' d'orgoglio, di essere nata già vecchia dal punto di vista fisico. Certo, tra i diciotto e i venticinque anni ho fatto il mio mucchietto di ragazzate (ma 'sto termine lo usa qualcuno sotto i settant'anni, oltre a me s'intende?) che includevano notti brave, ore piccole e tanta altra roba di questo tipo, ma sempre nella giusta dose. Cioè, non che lo facessi ogni settimana, ecco. Poi, niente, raggiungi i ventinove anni e boh, il tracollo fisico ti sorprende così, da un giorno all'altro. E quindi vi scrivo dalla mia polverosa, semibuia e incasinata postazione in preda a un malessere generale che non so manco io da dove viene. Ma ho la tisana con me, un termometro (non so se serve ma lo tengo lì), un paio di bustine di Riopan Gel (eh, la gastrite è un regalo di quelle notti brave mi sa) e tantissime altre cose che si divertono a sostare sulla mia scrivania senza apparente motivo (penne, matite, un'agenda del 2013, quaderni, fazzoletti, una collana, cuffiette rotte, un elastico per capelli, mucchietti di polvere).
Quindi, sono qui per parlarvi di Manuale di danza del sonnambulo di Mira Jacob, di prossima pubblicazione per Neri Pozza (ormai lo sapete, lo dico sempre, ho pure messo l'immaginetta in basso a sinistra, faccio parte del Neri Pozza Bookclub ed è per questo che ricevo alcuni volumi di prossima pubblicazione da leggere e recensire in anteprima. Lo dico ché, insomma, non si sa mai).

Non sono certa di ciò che sto per scrivere, semplicemente perché Manuale di danza del sonnambulo è un libro strano. Strano in senso positivo però. 
Senza pensarci troppo, così su due piedi, mi verrebbe da dire che questo è un romanzo che parla di attaccamento. Attaccamento alle proprie radici, alla propria cultura, ai propri affetti, alla propria famiglia, alla vita. 
Scritto in maniera deliziosa, Manuale di danza del sonnambulo affronta temi molto attuali come la morte – presente fin dall'inizio del romanzo –, l'amore per la propria terra e le proprie origini, il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, la solitudine.
Protagonista del romanzo è la famiglia Eapen, che si trasferisce dall'India al New Mexico alla fine degli anni '70, portando con sé una buona dose di "indianità". Be', sulla carta la protagonista del romanzo è la famiglia Eapen perché, per me, è come se questo libro parlasse di "Amina e la sua famiglia". Non so spiegare bene perché, ma la sensazione che ho avuto fin dalle prime pagine e che mi sono portata dietro fin quando non ho letto l'ultima pagina, è che la storia sia narrata sì in terza persona, ma attraverso gli occhi di Amina. Amina è travolgente, apprensiva, dolce, a volte forse un po' insicura ma così ben delineata che l'unico aggettivo che mi viene in mente per descriverla è "bella". Amina è decisamente bella, e non nel mero senso del termine, lei è bella dentro ma non è consapevole di esserlo.
Mi scuso per l'entusiasmo che non mi permette di essere non solo oggettiva, ma anche capace di scrivere qualcosa dotato di senso ma devo essere onesta, credevo fosse un altro tipo di romanzo. Mi aspettavo di leggere un romanzo che trattasse le diversità culturali che condizionavano, nel bene e nel male, la vita dei protagonisti; mi aspettavo di trovare, forse, una sorta di romanzo di formazione, fortemente influenzato dalle difficoltà di sentirsi indiani in America. Mi aspettavo di trovarvi, all'interno, delle forti crisi d'identità che rendevano questo un libro sul fenomeno dell'immigrazione. Con mia grande e piacevole sorpresa, invece, non è stato così.   
Ho letto con piacere queste cinquecento pagine e il merito va soprattutto alla bravura della Jacob che ha saputo caratterizzare molto bene i personaggi, utilizzando una cura al dettaglio così minuziosa da sfiorare quasi l'ossessione. Ho trovato molto interessante e ben utilizzata la scelta di parlare del cibo per narrare dell'India e per descrivere Kamala, la madre di Amina. Kamala è il personaggio che, dopo Amina, mi ha colpito di più. Attraverso il cibo esprime se stessa e le proprie emozioni – letteralmente – utilizzandolo come offerta di pace dopo un litigio, cucinando sia nei momenti tristi che in quelli particolarmente felici, usufruendone per colpire qualcuno che l'ha fatta arrabbiare.
Una lettura piacevole e sorprendente, un libro che mi sento caldamente di consigliare.

E bon, basta, questo è un libro bello. Punto. E io i libri belli non li so recensire, lo sapete già. Non a caso sono specializzata in libri brutti.

martedì 11 novembre 2014

Francamente me ne infischio #6



E salve miei affezionati (??) lettori!
Ieri giornata intensa, sono stata a Milano alla Fiera del Franchising per constatare, con amarezza, che quasi tutto è fuori dalla mia portata. Be', c'è da dire che non c'erano proprio tutte le aziende che mi aspettavo ma vabbè, tralasciamo. E niente, ho finito già da qualche giorno il fantasticherrimo :ironia: secondo libro della serie Shadowhunters della nostra cara amica Cassandra Clare. 
Quindi, il primo volume (di cui vi avevo parlato qui), non mi aveva poi così tanto convinta e ci avevo messo anche diverso tempo a terminarlo, colta da improvvisi attacchi di sonno durante la lettura della parte centrale. Ma, tant'è, noi qui si è fan dei libri brutti e quindi, armandomi di coraggio e buona volontà, si è letto anche Shadowhunters. Città di cenere. E, se entro il 2020 riuscirò a trovare la stessa dose di coraggio, ma anche la metà eh, leggerò pure il terzo. Ché, si sa, una volta che inizio qualcosa devo portarla a termine. A meno che questa cosa non porti a evidenti problemi fisici e/o psichici.
Mi tocca dire che gli attacchi di sonno si sono ripresentati anche con questo volume, per cui qualche problema fisico l'ho riscontrato, ma è roba di poco conto. Ma basta cinciallegrare, andiamo a parlare di questo libro!
 
Autore: Cassandra Clare
Titolo: Shadowhunters. Città di cenere
Prezzo: 10 o 5 €
Editore: Mondadori
Pagine: 466
Il mio voto: 2 piume e, amica Clare, c'entri per un soffio

Dunque, la storia inizia lì dove l'avevamo lasciata. Clary e Jace sono fratelli, figli di Valentine. La madre di Clary, personaggio completamente inutile come tanti altri presenti nel romanzo, è ancora in coma. E vabbè, non è una grossa perdita. Avrei fatto cadere in coma altre due o tre persone del romanzo io, quindi figuriamoci. Luke niente, è ancora licantropo, inutilmente innamorato della madre di Clary e inutilmente nominato in questo romanzo. Che fa Luke? Niente, ogni tanto guida un furgone.
Il Consiglio o come diavolo si chiama, insomma gli Anziani tra gli angeli – quelli che governano, per capirci – sono convinti che Jace sta dalla parte del traditore suo padre, sì perché Valentine è cattivo cattivo cattivo, ma così cattivo che ammazza a destra e a manca per avere il potere. E poi per boh, fare cose cattive cattive cattive anche dopo, credo. Isabelle e Alec, niente, nominati tipo tre volte in tutto il romanzo, ci stanno o no è lo stesso. Simon c'è, gli succede una cosa brutta brutta ma è ancora vivo alla fine del libro, per cui è inutilmente inutile anche lui proprio come Luke. Con la differenza che nemmeno guida un furgone. Quindi, questo è più o meno il riassunto di ciò che succede ai personaggi. Per il resto, in questo libro, accade che Jace viene improgionato perché considerato traditore pure lui, Valentine si fa un esercito di demoni che stanno tutti concetrati attorno a una nave nel bel mezzo del fiume (una nave in un fiume? Ok.), c'è la guerra. Tutti quelli importanti (se fa pe' dì) vivono, di Valentine alla fine della guerra nessuna notizia. Fine. Per narrare il tutto alla nostra amica sono servite 466 pagine. Io ce l'ho fatta in circa venti righe. Va bene, ve lo concedo, non ho usato dialoghi. Facciamo che se riscrivo la storia ne utilizzo cento e ci metto anche due o tre descrizioni. Ma usare 466 pagine, credetemi, è violenza carnale – consapevole – verso il lettore.

martedì 4 novembre 2014

Gruppo di lettura #4 La briscola in cinque

Buongiorno!
Avrei dovuto scrivere questo post almeno una settimana fa, ma non ne ho trovato il coraggio (e la voglia, confesso). Il motivo è semplice, ma andiamo con ordine.
Per chi fosse approdato adesso e non sapesse dell'esistenza di questa cosa meravigliosa che è il gruppo di lettura di Scratchbook adesso ne è informato. Dunque, a cadenza completamente casuale e con regole mai fisse, su questo gruppo Facebook si organizzano dei Gruppi di lettura ai quali prendo più o meno sempre parte. È bello, fidatevi, lanciatevi, iscrivetevi, leggeteci, patecipateci e tutti gli evi e gli eci che volete.
L'ultimo gruppo di lettura al quale ho preso parte non richiedeva di leggere un libro specifico di un autore specifico, bensì si basava su delle caratteristiche. Mi spiego meglio. Il libro che avremmo dovuto leggere doveva essere scritto da un autore (o autrice) italiano, contemporaneo, vivente e sotto i cinquant'anni. Semplice, no? No, per me no. Per niente.
Quest'anno, come ho già detto praticamente ovunque, mi sono aperta agli scrittori italiani e, sebbene non mi siano capitati per le mani testi brutti (anzi!), sento comunque di non appartenere a questo genere di scrittori. Non so spiegarvi meglio, è a pelle: mi sento più affine a testi scritti da anglosassoni o, pradossalmente, da giapponesi. 
Ho comunque deciso di accogliere la sfida perché sono una lettrice "onnivora", mettiamola così. Trovo che lo snobismo di alcuni, blogger e non, verso cose che non conoscono e non hanno letto (a prescindere) sia sintomo di pochezza intellettuale. Sì, anche io sono sostenitrice del non l'ho letto e non mi piace (come dico sempre nel caso di Paolo Giordano e altri autori), ma con criterio. Nel senso che ho letto altri italiani prima di dire che non è una fetta di "letteratura" (passatemi il termine) che non mi piace. Quindi, senza nemmeno aver dato una possibilità a un libro, un autore, un genere, una nazionalità evito di giudicare, ergermi a mostro di intelligenza e sputare sentenze.
Ma non divaghiamo. Quindi, dicevo, visto che sono onnivora e prima di giudicare preferisco vedere, leggere o assaggiare, mi sono lanciata in questa sfida – e lo è davvero stata – e ho scelto Marco Malvaldi.
Malvaldi era perfetto, perché potevo piazzarlo anche nella Reading Bingo Challenge alla quale partecipo sul forum dei bookcrosser italiani. Dato il fioretto di non acquistare libri fino alla fine dei tempi, ho controllato nel catalogo della biblioteca vicino casa e si è aggiudicato il posto da vincitore La briscola in cinque. Ed è stato meglio averlo preso in prestito dalla biblioteca senza acquistarlo.

Titolo: La briscola in cinque
Autore: Marco Malvaldi
Editore: Sellerio editore Palermo
Pagine: 163
Il mio voto: 3 piume scarse

Ho sempre sentito parlare bene di Malvaldi, più o meno da chiunque conosca: lettori forti, lettori occasionali, blogger, persino non lettori (ossia gente da un libro l'anno). 
Uno scrittore apprezzato da una così ampia gamma di lettori credevo mi avrebbe lasciato qualcosa in più. Non è accaduto.
Non sto dicendo che La briscola in cinque sia un brutto libro, assolutamente. Anzi, trovo che sia molto scorrevole e che si legga con estrema facilità. La storia è carina e semplice da seguire, lo stile di Malvaldi divertente e leggero.
Ecco, è questo il punto. Questo libro ha un unico, grandissimo difetto: è arioso, inconsistente. Forse, paradossalmente, è più adatto a un pubblico di non lettori o di lettori occasionali. 
Non fraintendetemi, non sono tipa da facili snobismi – chi mi legge spesso lo sa – e non sono nemmeno quel tipo di persona che associa la lettura necessariamente a qualcosa di "culturale", per cui si fa del male leggendo solo Moravia, Pasolini, Joyce e se sei uno scrittore con meno pesantezza (passatemi il termine) di Tolstoj non meriti nemmeno di varcare la soglia di casa mia.