lunedì 3 agosto 2020

La sposa di sangue (La novia gitana) + La red púrpura, Carmen Mola - recensione

Avete presente quelle cose (libri, serie tv o film) che riescono a battere qualunque record di vendite, download o visioni, nonostante i buchi di trama o alcune incongruenze-imprecisioni?
Succede con La casa de papel: nonostante buchi di trama, scene poco realistiche e punti un po' forzati, riesce sempre a battere i record di visione (in tutto il mondo eh, mica solo in Spagna o in Italia).
I libri non sono immuni a questo fenomeno, anzi. Ma perché? Succede perché va benissimo essere sempre attenti alla virgola messa male, alla frase che poteva essere scritta in maniera differente, all'evoluzione (o più spesso involuzione) dei personaggi, al lessico ricercato e potremmo stare qui a elencare una miriade di altre cose da aggiungere alla lista di aspetti da tenere in considerazione, posto sempre che siamo dalla parte dei fruitori e non dalla parte del "dietro le quinte" (sceneggiatori, editor, registi etc).

Sì, tutto deve essere coerente, credibile, stupendevolmente accattivante, costruito bene, aspetta che se non sei Torquato Tasso 'nsei nessuno, leva quella virgola, metti quel punto e virgola che ce sta meglio, non lesinare sui trattini. Tutto giusto, giustissimo. Ma le storie, qualunque storia, non sono solo questo. Non sono solo parole, lettere, trattini e precisione chirurgica che hey, un cardiologo lo fa meglio di te, vai a vendere patate.
Ci sono storie che nonostante tutto funzionano. E funzionano perché ti tengono attaccato allo schermo o alle pagine (come in questo caso). Non serve a niente opporsi, ergendosi a critici improvvisati "io La casa de papel non la vedo perché il signor Mereghetti sarebbe infuriatissimo". Ci sta pure che ogni tanto uno poggi sul comodino il Mastro Don Gesualdo e legga un fumetto di Topolino, senza per questo sentirsi in colpa. Ci sta che ogni tanto, oltre a Le 120 giornate di Sodoma uno guardi una puntata di Supernatural, senza sentirsi uno sfigato o vergognandosi di dire agli amici che lo si è guardato e ci è pure piaciuto.

Con questo stesso spirito guardo La casa de papel (e beneficio di un'ora di visione senza impegno) e leggo libri "normali". La gente in vacanza se legge gli harmony, mo' io non me posso legge un libro normale, un libro di grande consumo? Eccheccazzo.

Mi sono avvicinata a Carmen Mola, la Elena Ferrante spagnola – ma solo perché non si sa chi è, non perché abbiano qualcosa in comune – perché Maite, la mia vicina, mi ha appioppato La novia gitana (in italiano La sposa di sangue) e mi ha detto "Devi leggerlo perché voglio parlarne con qualcuno".
Che, non so a voi, ma a me sembra un'ottima motivazione per farsi convincere.
Raramente leggo thriller o polizieschi perché non sono esattamente il mio genere. Sono libri che leggo senza impegno, non mi lasciano nulla dentro e li reputo vera e propria lettura d'intrattenimento (cosa alla quale non mi dedico spesso). Però, come dicevo poche righe più su, non c'è nulla di male in cedere a questo tipo di narrativa, ogni tanto.
Copertina originale
Protagonista de La sposa di sangue e de La red púrpura – non ancora tradotto in Italia - è Elena Blanco, ispettrice della squadra speciale di polizia BAC, impegnata nella risoluzione di quei crimini troppo gravi o complicati per il corpo de la Policía Nacional. Della BAC fanno parte solo pochi eletti e anche all'interno del corpo di polizia molti non sanno se questo corpo speciale esiste davvero.
Elena è un personaggio controverso, già dalle prime pagine scopriamo che ha un evento traumatico alle spalle che l'ha segnata particolarmente e che la ossessiona ma che ci viene svelato poco a poco, capitolo dopo capitolo, lasciando il lettore sempre con la voglia di leggere un capitolo in più anche se sono le 3 di notte, anche se devi cominciare a lavorare, anche se la tua fermata metro è già arrivata.
Innamorata della grappa e delle canzoni di Mina, Elena si dedica a bere troppo, scopare molto e cantare spesso al karaoke. Ed è proprio quell'evento che la ossessiona a renderla maledettamente brava in quello che fa.

sabato 23 novembre 2019

5 is megl che one #9 – ovvero 5 tipologie di libri che leggo in base alle emozioni



Il mio ritorno nella blogosfera è quasi passato inosservato, e di questo mi dispiaccio un po', ma è vero anche che non potevo pensare andasse diversamente, visto che sono stata assente due anni. Molte delle persone che mi leggevano avranno perso le speranze e, probabilmente, un salto da queste parti non ce lo fanno proprio più. Nonostante questo, vorrei tornare di tanto in tanto, perché mi è mancato molto scrivere e quello che riesce a darmi non è spiegabile a parole.
Oggi voglio regalare un'altra puntata alla mia rubrica preferita di questo blog – se potrà dire che è preferita, visto che l'ho inventata io? – e parlarvi delle 5 tipologie di libri che leggo in base al mio stato emotivo. Sembra una stronzata, come quasi tutte le cose che mi riguardano d'altronde, ma negli anni ho notato che dietro le mie scelte si nasconde uno schema ben preciso. 

1. Sotto a un treno.
Quando emotivamente sembra che mi sia passato sopra un tir carico di letame non mi va di fare niente. Non ho voglia di uscire, di parlare con la gente, di utilizzare i social, di cucinare. Non mi va nemmeno di andare al lavoro. Una delle cose che mi fa stare meglio è camminare: km e km di
camminate in silenzio, durante le quali parlo con me stessa. Molte delle decisioni più importanti della mia vita le ho prese camminando. In questi periodi mi risulta più facile chiudermi in casa – magari dopo 10 chilometri percorsi a piedi – a guardare serie tv o film. Ed è quello che faccio, ma soprattutto leggo. Ovviamente, però, è necessario scegliere il libro adatto al momento altrimenti c'è il rischio che venga abbandonato a pagina 30 prima di subito. 
Il libro adatto a mio umore "sotto a un treno" è, incredibile ma vero, un libro dalle tinte tristi. Non che debba narrare la storia di gente che se more de peste bubbonica e fame, già so' mezza depressa... No, con libro dalle tinte tristi intendo un libro potente, realistico, che mi tenga incollata alle pagine, che mi faccia ridere e piangere, che mi faccia riflettere. Un Malamud o uno Yates, per esempio. O Jane Eyre, grande classico (ma questo solo se ci troviamo in autunno, ma questa ve la spiego un'altra volta). Un libro letto quando stavo sotto un treno che mi ha conquistata è Non abitiamo più qui di Andre Dubus (qui), pubblicato da Mattioli 1885. 

lunedì 18 novembre 2019

Nereia vs Barcelona – Capítulo 4. – La scuola.



Vi avevo parlato del NIE e di che cosa è nel capitolo numero 2 (che potete trovare qui). Non vi ho spiegato, però, come ho fatto a ottenerlo visto che per avere il NIE serve un lavoro e per avere un lavoro serve il NIE e io, ovviamente, un lavoro vero non ce lo avevo mica.
Ho passato mesi a candidarmi a qualunque cosa: cameriera al ristorante cinese, barista all'autogrill, comparsa vestita da bacarozzo nelle pubblicità dei pesticidi, call center di finte società di gestione del capitale umano, segretaria personale dei papponi... Tutto. Se c'era un annuncio, c'era la mia candidatura. Inutile dire, appunto, che senza il NIE – che devi mettere nella tua pagina personale di infojobs – 'nte chiamano manco pe' tenè corsi di bolle di sapone con Billy Bolla, quindi venivo scartata per fare anche l'apriporta negli ascensori degli ospedali.
Una delusione mista a depressione che fermati. Avevo cominciato a pensare seriamente a candidarmi persino come colf, visto che passavo le mie giornate a pulire ossessivamente qualunque angolo della casa e stavo cominciando a trovarlo un hobby interessante.
Poi un giorno, eccolo: receptionista in una scuola di lingue, part time. Vabbè, sticazzi dico, ce provo. Mai fatto, ma manco mai m'ero vestita da nutria per passeggiare a Trastevere, eppure stavo valutando l'idea di mascherarmi da bacarozzo per la Bayer...

Mando la candidatura, certa che non m'avrebbero cagata neanche di striscio. E invece succede: me chiama una certa Lucía da Valencia, per dirmi che il lavoro non è pagato perché è uno stage. Mi dice, però, che con quello stage posso ottenere il NIE. Brutta stronzetta, lei lo sapeva che stavo nella cacca fino al collo e che dovevo per forza dirle sì e s'è giocata la carta del NIE. E vabbè, mi dico, intanto da qualche parte bisogna pur cominciare e mi convinco ad andare a fare il colloquio. Incredibilmente, Cecilia – che adesso è una mia amica – rimane colpita dalla mia totale mancanza di esperienza in merito e decide di darmi un'opportunità. 
La scuola – che adesso non esiste più ma questa è un'altra storia – distava 40 minuti a piedi da casa, aspetto che in quel periodo mi sembrava vitale, per cui me facevo 8 km a piedi al giorno per andare e tornare – senza alcun motivo apparente, peraltro, dato che avevo la metro sotto casa (ma proprio sotto eh, mica dico pe' dì). Ma non divaghiamo. Dicevo, la scuola era vicino casa – nella mia idea di vicinanza di quel periodo – e mi sembrava un'ottima occasione anche per conoscere gente nuova (e in effetti così è stato), uscire di casa e smettere di pulire pure le fughe delle mattonelle del bagno. Peccato che, una volta installata dentro l'organico – se vede che ho fatto le scuole alte – hanno preso a succedere cose strane. E con strane intendo strane veramente, non è che invento. 

giovedì 10 ottobre 2019

Francamente me ne infischio #9 – Corruzione


Il grande, ma che dico, il grandissimo, ma che dico, l'incommentabile, ma cosa diavolo dico, l'insuperabile ritorno di Nereia.
No, vabbè, siamo onesti. A nessuno fregava una mazza, tranne che a me. Perché io, che ci crediate o meno, pensando al blog in tutti questi mesi ho pianto. 
Perché quando l'ho abbandonato non volevo veramente, è che ho vissuto – e continuo anche adesso – una sorta di blocco dello scrittore (ma Stephen King, ad esempio, come fa?) e rifiuto del blog che mi ha portata ad accantonarlo. 
Però non l'ho chiuso, ho voluto lasciarlo in penombra nella speranza di riprenderlo, un giorno. Perché io lo so, in cuor mio, che non ho smesso di dire tutte le idiozie che avevo da dire.
E voglio partire proprio da qui, da un Francamente me ne infischio, che magari non sarà esattamente il primo di un'infinità di post, ma è un inizio.

Ci sono giusto un paio di cose al mondo che mi fanno andare fuori di testa: la gente in metro affetta da labirintite per cui non sa mai dove sta andando e perché lo sta facendo, quelli che si comprano le scarpe più piccole di un numero – e cioè, si vede eh, con le scarpe aperte ancor di più e ti imbatti in questi alluci aggrappati al bordo della scarpa cercando di non cedere verso l'asfalto o i talloni sospesi nell'aria di almeno 1 cm –, la pubblicità su youtube, le persone che puzzano di sudore già alle 8 di mattina che dico io se non sei un fantino che ha appena staccato da lavoro non te lo puoi proprio permettere di puzzare appena uscito de casa, e i libri di merda che hanno la pretesa di non esserlo. Vabbè, erano più de un paio. Oggi, per fortuna vostra, non parliamo di nessuna di queste cose al di fuori dell'ultima.
Colonna sonora del momento (cosicché vi sentiate ancora più vicini a me): uno dei miei gatti che lecca il divano pensando sia la sua zampa – l'ho scelto per la sua intelligenza, d'altronde –, una patata che bolle sul fuoco in cucina e che forse è già cotta, Marina (la figlia cinquenne della mia vicina) che piange a squarciagola. 

Ora, io lo so che i criticoni si nascondono sempre dietro i più folti cespugli e saranno già pronti a tirarmi uova di quaglia marce per il libro di cui vi parlerò oggi ma, e dico ma, il mio motto del momento è "ma anche sticazzi" e quindi... Sticazzi.
Oggi – tema musicale da film di Dario Argento a vostra scelta – vi parlo di Corruzione di Don Winslow.

Letto perché proposto (e da me caldamente votato eh) al gruppo di lettura di CasaSirio Editore e perché, che fai, un Don Winslow non te lo leggi?, mi ha provata così nel profondo che io cioè veramente neanche la scena di Titanic in cui Jack muore con le stalattiti ai peli del naso.
Dici, provata come? Eh, raga, provata che vabbè che so' 542 pagine, ma ci ho messo tipo 2 mesi e mezzo per finirlo e ho sudato, ho sudato tantissimo, pure quando non c'era da sudà perché c'avevo l'aria condizionata in metro che forse non raggiungeva i 18 gradi.
Roba che, davvero eh, manco quando ho letto La Gerusalemme Liberata ho provato. 
Uno scompenso interiore che ho temuto, più volte, si trasformasse anche in scompenso ormonale oltre che intestinale. Ma andiamo con ordine.

La prima cosa che mi ha creato non pochi disagi è stato cercare in tutti i modi di leggere questo libro seriamente. E niente, non ce l'ho fatta. 542 pagine de risate (più o meno), circondata da gente – perché l'ho letto solo sui mezzi – che me guardava domandandosi che cazzo c'avessi da ridere così tanto. E infatti, ve lo confermo, non c'era veramente niente da ridere. O quasi.
La trama è più o meno questa: Denny Malone, il poliziotto dei poliziotti, il supereroe di New York, il cane da guardia della gente perbene, il Batman dei poveri, l'irlandese degli irlandesi, il marito di merda dei mariti di merda, è un figo. E fa cose da fighi. 
Lui entra nei locali e insulta la gente:
- Hey tu, culo basso, versami una cazzo di birra e cerca di non toccarmi con le tue grassocce dita mentre lo fai, brutto indiano di merda. 
Lui passa per le strade di New York e si bea della sua figaggine:
- Questo è il mio quartiere, cazzo, ci vive la mia gente, cazzo. Io proteggo questa gente, cazzo. E questa gente lo sa, cazzo. Sono un fottuto irlandese con le palle, cazzo.
Lui ha una ex moglie, dei figli e un'amante nera che fa l'infermiera ed è eroinomane:
- Sono un padre assente, cazzo, ma la mia gente è tutta New York. Se New York fosse più grande, la mia gente sarebbe tutta l'America, cazzo. Ma che dico, il mondo, cazzo. Anche i miei figli sono la mia gente. Mia moglie è ancora figa, cazzo, mi si fa un sacco duro quando la vedo. Ma Claudette è la mia negra preferita. Se i poliziotti sapessero che mi faccio una negra, cazzo, mi ucciderebbero.
E che è un figo non se lo dice da solo, glielo dicono anche gli altri, anche la voce narrante.
Don Winslow, infatti, ci tiene un sacco a farci sempre presente che Malone è figo anche quando dice cose non fighe:
- Mi sono starnutito sulla mano, cazzo.
- Ho pisciato senza mai andare sulla tavoletta, cazzo.

martedì 22 maggio 2018

Voglio leggere, i miei propositi dell'anno letterario 2018 - speciale #BlogNotesMaggio

Prosegue il #maggiodeilibri e, quindi, prosegue la mia partecipazione all'iniziativa grazie a Blog Notes. Il tema di questa settimana è Vogliamo Leggere che può essere interpretato in più modi. Io, ovviamente, l'ho interpretato alla Nereia maniera.
In questo post non parlerò di cosa i lettori – come entità astratta – vogliono leggere. Non lo farò perché non parlo mai di me al plurale, né di me come facente parte di una collettività. Non lo farò perché io sono io, con i miei gusti personali, le mie fissazioni, le mie passioni e gli altri facessero un po' come pare a loro.
Parlerò, piuttosto, di cosa io vorrei leggere, o meglio, di ciò che mi piacerebbe trovare in un libro quando lui – di sua sponte – decide che è giunto il momento di essere letto (per maggiori informazioni sulle personalità del libro, leggere qui).

Perché un determinato libro rientri tra le mie grazie e sia inserito nell'enorme lista dei to be read (o in lista desideri), non è necessario che abbia dei requisiti specifici. Se risponde alle mie voglie del momento, qualunque esse siano, può tranquillamente parcheggiarsi in coda insieme a tutti gli altri – che sono tanti eh, che vi credete!
Perché un libro venga letto – quando lui deciderà di essere letto, ovviamente – non è necessario che soddisfi particolari esigenze. Certo, se si tratta di un libro lungo – superiore alle 350 pagine – è meglio (questo dettaglio corrisponde alla soddisfazione di una mia fissazione ma non è una caratteristica fondamentale).
Perché un libro mi piaccia, invece, è necessario che possieda alcune caratteristiche (e non sono poi neanche una lettrice esigente, io, anzi).

Sono pienamente cosciente del fatto che la lista dei buoni propositi debba essere stilata il primo gennaio del nuovo anno, ma stilarla nel corso del mese dedicato ai libri e alla lettura non mi sembra una cosa tanto strana, o forse no?
E quindi, basta cinciallegrare, passiamo a parlare di quello che #voglioleggere durante questo 2018, ovvero di ciò che mi piacerebbe trovare nei libri che decideranno di farsi leggere.

martedì 15 maggio 2018

L'Europa nella narrazione, speciale #BlogNotesMaggio

È stato difficile, lo ammetto, pensare a un post sull'argomento della settimana del #maggiodeilibri.
Il 2018 è l'anno europeo del patrimonio culturale, ossia l'anno dedicato a celebrare, in tutta Europa, il nostro ricco e vasto patrimonio culturale.
È stato difficile, dicevo, cercare un modo per parlarvi dell'Europa come patrimonio di tutti attraverso la letteratura. Non perché non vi siano romanzi o racconti adatti, anzi, ma quanto perché, sebbene sia una persona appassionata di cinema europeo – ho, infatti, trovato dei cinema del circuito Europa Cinemas anche qui a Barcellona –, sono più propensa a leggere letteratura americana.
Ma se l'Europa è così oggi è merito delle persone: degli scrittori, dei lavoratori, dei minatori, delle donne che ne hanno costruito la storia e il patrimonio culturale.
Trovare un modo, però, per celebrare l'Europa attraverso i libri non è per me affatto semplice. Per questo ho deciso di arrivare alla letteratura partendo da un'altra delle cose che più mi appassionano oltre al cinema europeo e ai libri, appunto, e cioè le serie tv.

E così, dopo aver stabilito il punto di partenza, quando mi sono trovata a pensare a quali serie tv avrei potuto scegliere per parlare dell'Europa attraverso la letteratura non ho avuto alcun dubbio. La prima serie che celebra l'Europa – o meglio, una parte molto importante di essa – e la maestosità del suo patrimonio culturale è senza ombra di dubbio Versailles.

You dream about the paradise, but you have to build your own paradise. So, the world will witness the accession of “Louis The Great”.






Versailles è una serie tv franco-canadese andata in onda per la prima volta nel 2015 su Canal + (adesso potete trovarla anche su Netflix) e che parte proprio dal momento in cui Luigi XIV decide di lanciare la costruzione della reggia di Versailles con l'intenzione di spostarvi la propria dimora e, quindi, il suo potere. Un'impresa colossale e dai costi sproporzionati che, nonostante le insidie e le difficoltà, lo trasformerà nel Re Sole. Tra l'enorme sfarzo, le cospirazioni, le innumerevoli relazioni sessualmente promiscue, gli omicidi e i rapimenti, Versailles si aggiudica il podio tra le serie tv che meglio descrivono l'Europa e la sua storia. 
Certamente, come la quasi totalità della narrazione ricreativa, presenta delle imprecisioni storiche e delle inesattezze sui personaggi (sia realmente esistiti che totalmente inventati) e, ovviamente, prende spunto anche da vicende non accuratamente documentate per creare situazioni altamente cinematografiche. Ma, secondo me, non è questo l'aspetto che conta.
Ovviamente, in quanto lettrice, ho una forte passione per la narrazione in tutte le sue forme e credo seriamente di aver sviluppato una sorta di dipendenza dalla stessa. Per questo sono convinta che la narrazione sia un ottimo punto di partenza per permettere alla gente comune di incuriosirsi e, quindi, avvicinarsi ad argomenti, situazioni e, in questo caso, luoghi che mai aveva considerato prima.
Della Francia, prima di iniziare a guardare questa serie, mi era sempre importato il giusto – non a caso, infatti, non ci sono mai stata.
Non che non sapessi dell'esistenza delle bellezze presenti sul territorio francese, anzi, ma tra noi non era mai scattata la famosa scintilla. 
Pensavo, forse erroneamente, che io e la Francia ci trovassimo su due binari paralleli: quando mi trovavo a dover organizzare un viaggio, finivo sempre col preferirle altre mete. 
Versailles, invece, ha risvegliato un interesse dentro di me che credevo morto e sepolto dopo aver assistito alla triste fine di Lady Oscar (un lutto che credo di non aver mai superato).
E non parlo solo di interesse per quanto riguarda un luogo specifico – la reggia di Versailles, appunto – quanto piuttosto un interesse più ampio che riguarda il periodo storico e la letteratura prodotta in quel periodo o su quel periodo – il periodo dello sfarzo della reggia fino al 1789. 
Sarà merito dei costumi splendidi, degli intrighi e i sotterfugi, dalle bellissime inquadrature, ma Versailles mi ha fatto venire voglia di immergermi completamente nella Francia del '600 e mi ha fatto capire che è forse giunto il momento di affrontare Alexandre Dumas (padre) e iniziare la trilogia de I Tre Moschettieri.

mercoledì 2 maggio 2018

Lettura e libertà secondo Nereia: le 5 fasi, speciale #BlogNotesMaggio

Scrivere post legati a un tema non è impresa semplice. Per me, almeno. Scrivere post che abbiano a che fare con la lettura e la libertà senza cadere nel banale, poi, è davvero super difficile.
Il tema del #maggiodeilibri di questa settimana è #LettureLibertà, semplice no?
Sarebbe stato certamente più semplice se avessi deciso di parlare di quando la libertà di leggere i libri in generale – e alcuni libri in particolare – era pressapoco inesistente. Eppure no, non lo farò. Perché a me le cose semplici non piacciono, voi lo sapete forse meglio di me.
Affrontare le cose in maniera ardua è decisamente nel mio stile. Oggi, quindi, vi parlerò di lettura e libertà, certo, ma a modo mio.

Scegliere il libro giusto da leggere al momento giusto è difficile e nulla ha a che fare con la libertà. Nossignori. Quando si sceglie quale libro ci accompagnerà nei giorni a venire non è mai facile.
Si può certamente pensare di attuare alcuni semplici accorgimenti, soprattutto se la nostra libreria e il nostro lettore ebook sono carichi di to be read fino all'inverosimile. Eppure, però, questi accorgimenti non durano mai tanto, io lo so bene.
Infinite volte mi sono imposta dei limiti, diversi limiti:
- non comprare libri fino a quando non si è smaltito un certo numero di to be read;
- inventare amabili stratagemmi per i quali sarà la sorte a stabilire quale libro leggeremo, pescando nella nostra infinita lista di to read (ho riempito una bottiglia di fogliettini con quasi tutti i libri che possiedo e, ogni mese, ho cercato di pescare il prescelto);
- cercare l'appoggio di altri lettori nell'ardua impresa, inventando challenge per leggere più libri "vecchi" possibili, con tanto di premio finale (chi legge più libri "vecchi" vince un libro nuovo);
- imporsi di entrare in libreria senza contanti e senza carta di credito;
- bloccare l'accesso ad amazon per evitare di comprare gli ebook in offerta lampo;
- sparire per il tuo compleanno e per Natale, evitando che qualcuno ti regali un libro.
E niente, amici, in quasi 33 anni di vita ho miseramente fallito. La mia libreria su anobii con i suoi 428 to be read tra cartacei ed ebook – e non sono tutti, fidatevi di me – mi sbatte allegramente in faccia il mio fallimento. E lo fa tutti i giorni.

Le scelte che funzionano meglio, quelle grazie alle quali troverai il libro giusto da leggere al momento giusto, sono proprio quelle per le quali impiegherai più tempo e che, mi ripeto, nulla hanno a che fare con la libertà. Questo punto, permettetemi, lo approfondiremo un po' più avanti perché, vedete, è un argomento complesso e ho bisogno di soppesare bene le parole.
Vi racconto come si svolge normalmente la mia scelta del libro da leggere, metodo che va avanti da diversi anni, per cui conosco molto bene tutti i passaggi. A causa della mia attuale ubicazione geografica, questo rituale ha subìto qualche cambiamento ma la procedura è praticamente la stessa, più o meno. Per comodità, lo suddividerò in fasi, così da poter essere il meno prolissa possibile.

lunedì 23 aprile 2018

5 is megl che one #8 – ovvero 5 motivi per cui tutti dovrebbero leggere, speciale #BlogNotesMaggio



Chi mi conosce lo sa. Anche chi non mi conosce di persona ma mi legge, frequentemente o meno – ma forse sarebbe il caso di dire, invece, chi mi leggeva – , lo sa. Insomma, chiunque sa che non sono esattamente il tipo di blogger – e di persona – che si lascia andare a inutili campagne promozionali per inneggiare al libro e alla lettura.
La poesia dietro l'inconfondibile e – a quanto pare– romantico odore della carta, la guerra alla grande distribuzione, le manifestazioni contro Amazon, il dolce ricordo di una libreria in centro e i discorsi su quanto sia bello leggere perché se non leggi sei un cavernicolo non sono argomenti che hanno mai trovato spazio su LibrAngolo Acuto.
Qui sì che si è parlato, invece, di altri aspetti dell'essere lettore senza mai dare spazio al facile romanticismo nostalgico nel quale cadono tutti, e dico veramente tutti, quando cercano di promuovere un'iniziativa alla lettura. Ci metto in mezzo tutti: librerie, scuole, librai, blogger, case editrici, uffici stampa (ma soprattutto blogger).

Il punto è che sì che sono convinta che leggere sia bello, altrimenti non lo farei. Sì che sono convinta che le persone dovrebbero leggere molto di più di quello che attualmente fanno e sì che sono convinta che una giusta promozione della lettura nelle scuole sia una delle cose di cui, effettivamente, dovrebbero preoccuparsi di più tutti, magari non ideando iniziative per cui un estraneo regala un libro completamente a caso a qualcuno che ha letto solo, nell'interezza della sua esistenza, il foglietto illustrativo del Bisolvon e le definizioni de La Settimana Enigmistica.
Se penso che leggere sia importante, lo faccio con cognizione di causa e non perché mi credo migliore degli altri. Approfitto dell'iniziativa #maggiodeilibri per parlarvi dei 5 motivi per cui è importante leggere, secondo me ovviamente. Vi ricordate #BlogNotes di Laura de Il tè tostato, no? Ebbene, quest'anno Blog Notes partecipa anche al #maggiodeilibri, seguite l'hastag sul fantastico mondo dell'internet per essere informati su tutto ciò che avverrà durante questo mese e per maggiori informazioni date un'occhiata al blog dedicato interamente alle iniziative di Blog Notes.

1. Diventare più bravi nel dire le bugie.

Mentire, oggigiorno, è diventato importante. Inventare scuse plausibili quando non vuoi uscire il sabato sera perché: "hey, ma c'è lo speciale di Alberto Angela sulle formiche rosse e tu vuoi convincermi ad andare a Trastevere?" è sempre più difficile.
Inventare scuse plausibili imparando dai migliori, invece, è sempre più facile. In una vita fatta di almeno 3 libri al mese, capiterà di certo – e neanche troppo di rado – di imbattersi in un libro con un bugiardo tra i protagonisti. C'è sempre un bugiardo, o un potenziale tale, nei libri. Persino Propp l'ha inserito nella lista dei personaggi-tipo: il falso eroe, colui che cerca di prendersi il merito delle azioni altrui per sposare la principessa.
Ora, non bisogna essere troppo letterali: a noi delle azioni altrui e delle principesse ci frega il giusto – cioè niente– ma, magari, ci frega dell'ultima puntata di Orange is the new black che ci manca per finire la stagione e non abbiamo il coraggio di confessarlo a quel nostro amico che, invece, ci ha invitati a bere un bicchiere di vino e che insiste perché lo raggiungiamo. Sappiate che no, la scusa del mal di testa e dell'improvviso mal di pancia non regge, è sgamatissima e anche i passanti sapranno che mentite. Anche la sparizione dai social e dai mezzi di comunicazione non è da considerarsi un'ottima idea. Una persona che legge può fare due cose:
a. Riciclare una bellissima scusa utilizzata da un personaggio del libro che si sta leggendo – se siamo fortunati, il nostro interlocutore non ha letto quel libro e, quindi, non saprà mai che stiamo facendo una citazione;
b. Inventare una scusa con tutta l'immaginazione che abbiamo affinché sia credibile. Come? Chiaro, gente: chi legge ha una proprietà di linguaggio superiore a chi non lo fa e, mi permetto di aggiungere, una creatività e un acume fuori dagli schemi.
Ricorda: più leggi, più affini il tuo linguaggio. Più affini il tuo linguaggio, più sarai convincente. Semplice, no?

lunedì 21 agosto 2017

Time deal, Leonardo Patrignani - recensione

Questo è il primo post che scrivo dopo così tanto tempo che, lo ammetto, ho un po' dimenticato come si fa.
La mia assenza dal blog è stata in parte volontaria, in parte no (e in parte dovuta al decesso del mio computer che ha deciso di abbandonarmi in un periodo estivo, quando praticamente il mondo è in ferie e non c'è modo di poterlo portare in assistenza). Ma magari, un giorno, ve ne parlerò meglio. Oggi, invece, sono qui per parlarvi di un libro – uno dei pochissimi letti ultimamente – che mi ha fatto ritrovare il piacere di stare sul letto a leggere anche sudando a causa del bruttissimo caldo umido di Barcellona.
Conoscete quel caldo che ti fa sudare anche da fermi e che ti costringe a lavare i capelli tutti i giorni perché, altrimenti, si immobilizzano sulla testa e prendono forme che pensavi non potessero mai adottare? Quel caldo che ti fa appiccicare al lenzuolo e che, quando ti muovi, senti un distinto crrrr emesso dal lenzuolo che si stacca dal tuo corpo come fosse un adesivo? Ecco, proprio quel caldo che io odio profondamente. Ebbene, con la lettura di Time Deal, nuovo libro di Leonardo Patrignani, non dico che era come trovarsi in una cella frigorifera, ma diciamo che il caldo è passato decisamente in secondo piano.

Ci troviamo in un tempo non ben precisato, un futuro post apocalittico in cui la Terra, a seguito dell'uso di armi nucleari, ha subìto un enorme cambiamento. Nulla è più come prima, neanche ad Aurora, un'isola immersa nell'Oceano Pacifico che sembra l'unico lembo di terra ancora abitato dagli esseri umani.
Ad Aurora i mari non sono più popolati dai pesci, non è più possibile ascoltare il cinguettio degli uccelli o imbattersi in qualunque specie animale che popolava la Terra prima del disastro e la società è tristemente suddivisa in rigide gerarchie.
Il potere è praticamente in mano alla TD Pharma, una società farmaceutica – che è anche molto più di questo– la quale ha brevettato un farmaco a dir poco rivoluzionario: il Time Deal.
Assumendo il Time Deal si accede alla vita eterna. Sì, perché il farmaco arresta l'invecchiamento e permette così di rimanere giovani, per sempre.
Un sogno comune a molti e che possiede certamente tantissimi vantaggi. Pensate alla possibilità di non vedere mai il vostro corpo invecchiare, di poter scegliere un'età e rimanere per sempre ancorati a quella: niente più decadenza fisica, niente più calo della resistenza, niente più segni evidenti dell'età che avanza. Certo, un incidente o una brutta malattia possono interrompere la vita di chiunque, ma con i prodotti sponsorizzati dalla PD Pharma è possibile migliorare – e non di poco – le condizioni di vita: ottime prestazioni fisiche, calmanti potentissimi, farmaci che aiutano a concentrarsi e così via.

Tutto questo, ovviamente, non può che avere un costo e, se prima accedere al Time Deal era costosissimo, da qualche tempo non lo è più. Come vi accennavo poco sopra, infatti, la TD Phama è molto più di una casa farmaceutica. Chi decide di usufruire di questa cura deve necessariamente "affiliarsi" alla TD Pharma e abbracciare la sua filosofia di vita che ha le sembianze di una vera e propria religione – una setta, mi permetto di dire.
Non tutti, però, si sono fatti abbindolare da questa sorta di lavaggio del cervello. Tra questi – oltre a un movimento politico costituito dalla minoranza – vi è Julian, un ragazzo di appena 17 anni che, rimasto orfano di entrambi i genitori, si prende cura della sorellina Sara.
Durante la sua infanzia, la vita di Julian si è intrecciata a quella di Aileen, figlia di una famiglia tra le più ricche e potenti di Aurora e, da quel momento, sono sempre stati innamoratissimi e inseparabili.
La famiglia di Aileen, però, è una affiliata della TD Pharma e ha convinto Aileen a sottoporsi alla cura all'età di 15 anni, l'età minima stabilita per legge.
Sebbene Aileen non sia contenta di questa scelta, sembra ormai averci fatto l'abitudine e abbia imparato a conviverci fino a quando, un giorno, qualcosa comincia a non andare per il verso giusto: Aileen, infatti, inizia ad accusare dei problemi di salute.

Da questo momento in poi, Time Deal si trasforma in un romanzo pieno di colpi di scena, una vera e propria corsa contro il tempo per venire a capo di un mistero che condiziona la vita di molti. Omicidi, rapimenti e segreti sono gli ingredienti principali di questo libro che, credetemi, tiene letteralmente incollati alle pagine. 
Io, che ultimamente ho problemi a trovare il libro giusto da leggere al momento giusto, sapevo che con Leonardo Patrignani non avrei avuto problemi: stile fresco, giovane e scorrevole, trama interessante, intreccio narrativo ben sviluppato e con la giusta dose di adrenalina, personaggi realistici e una bella copertina (che voi, lo sapete bene, non guasta mai). In verità, vi sono alcuni punti del romanzo che sono anche più di questo: impossibile leggerlo senza porsi delle domande, senza riflettere un momento su quanto la società e il nostro atteggiamento verso di questa stiano cambiando.
La vecchiaia spaventa, spaventa tutti e soprattutto spaventa quelle donne e quegli uomini che le sfuggono abusando della chirurgia plastica anche molto tempo prima che la prima ruga solchi il loro viso. Se queste persone, se queste donne, avessero a portata di mano un farmaco come il Time Deal, di cui conoscono poco e di cui ignorano i rischi, cosa farebbero?
Se gli sportivi potessero rimanere giovani e aitanti, abbraccerebbero la filosofia della TD Pharma? 
Io temo proprio di sì e questo, un po', mi spaventa.

Proprio per questo reputo il romanzo di Leonardo Patrignani un gran bel romanzo che non solo garantisce qualche ora di svago, ma che ci fa anche riflettere sulla nostra vita e ci fa domandare che cosa, in realtà, desideriamo dal nostro futuro.

Titolo: Time Deal
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: DeAgostini
Prezzo: 14,90  
Pagine: 475
Il mio voto: 4 piume
Maggiori informazioni: scheda sul sito di DeAgostini


giovedì 1 giugno 2017

Il mio #maggiodeilibri - riassunto semi-serio del mese dedicato alla lettura

Il mese di maggio è volto al termine e mi sono successe davver tante di quelle cose che è letteralmente volato. Non mi sono accorta dei giorni che passavano, delle giornate che terminavano, delle ore che scorrevano veloci. Questo, si dice, succeda quando ci si diverte. Non so se posso dire di essermi divertita ma sicuramente ho vissuto un mese meraviglioso. È stato un mese intenso, pieno di emozioni forti e di nuove scoperte.

Il mio mese di maggio è iniziato con la Festa di Sant Jordi (di cui potete leggere qui), una giornata
Banchetti il giorno di San Jordi
all'insegna dell'amore e dei libri – e dell'amore per i libri, ovviamente – e si è concluso con la Fiera del libro di Madrid.
Sapete, perché ve ne avevo parlato altrove, che a causa della mia nuova vita qui ho provato un po' di confusione e ho vissuto un periodo – molto lungo in verità – che mi ha tenuta lontana dai libri, dalla lettura e da questo blog.
Questo mese invece, chissà se perché è proprio il mese dedicato ai libri, mi sono riavvicinata alla lettura. Gradualmente, è vero, ma è stato comunque un passo importante.
Credo che, in parte, sia stato merito dell'iniziativa del #maggiodeilbri che mi ha permesso di parlare con me stessa, di avere un dialogo costruttivo con la Nereia alle prese con la sua nuova vita, di riconsiderare questo spazio e i suoi contenuti.

Non sono più la persona che ero prima, la persona che ha lanciato questo blog nella blogosfera convinta di poter fare grandi cose. Sono una persona diversa, per certi aspetti migliore e certamente più matura. E lo è anche il mio atteggiamento ai libri e alla lettura: ho sviluppato, tra la metà del 2016 e i mesi del 2017, un interesse per cose di cui prima non conoscevo neanche l'esistenza. Sono sempre stata interessata alla questione femminile, alle autrici donne e alle loro storie, ma le esperienze vissute nell'ultimo periodo mi hanno fatta interessare ancora di più. Certo, mai paragonerei la mia vita a quella di donne incredibili come le Brontë, della Austen o di Emily Dickinson, ma ho consolidato una certezza: tutte, potenzialmente, siamo donne incredibili. E lo siamo sempre, tutti i giorni della nostra vita, e lo siamo ancor di più quando ci facciamo forza da sole e affrontiamo grandi cambiamenti.

Vivere in un posto che, nonostante ti ospiti da 10 mesi, non consideri ancora casa tua e sentirsi comunque una turista in vacanza non è semplice. È destabilizzante. È fonte di insicurezza. È, a suo modo, forse anche un po' deprimente.
In un altro momento mi sarei nascosta dietro la mia corazza e rifugiata nella mia comfort zone, costituita dalla lettura, e avrei affrontato il mondo esterno solo quando il periodo orrendo sarebbe passato, lasciando posto a sorrisi e sicurezze.
Quest'anno, invece, ho lottato strenuamente contro il blocco del lettore, ho iniziato la lettura di almeno una decina di libri e ne ho portate a termine solo un paio. Forse non erano i libri giusti al momento giusto, forse io non ero la persona giusta al momento giusto.

Poi, qualcosa è cambiato. Vedere le persone durante la festa di Sant Jordi che si regalavano libri e rose mi ha svegliata, ha costituito per me una sorta di epiphany (oh, Joyce, fossi in vita saresti contento di questa mia sensazione) e mi ha convinta che il peggio era passato, che potevo anche io essere una donna incredibile. E ho ricominciato a comprare libri, solo scritti da donne, e ho iniziato a leggere Come un fucile carico di Lyndall Gordon che racconta, con estrema passione, la vita di una donna straordinaria. E mi sono accorta che il girl power esiste. 

I miei acquisti del #maggiodeilibri dedicato al girl power.
Sul treno che mi portava a Madrid, per assistere alla fiera del libro ma anche per ritrovare un po' me stessa (Madrid ha questo potere speciale su di me, mi regala sorrisi, buonumore e fiducia in me stessa anche in un periodo pesante), ho acceso il kindle e ho letto. Per 3 ore di fila. Ed è stato liberatorio, è stato come tornare a essere la persona, anzi la donna, che ero prima.
Passeggiare tra i sentieri Parque del Retiro, in mezzo a milioni di persone intente a scegliere libri e sgomitare per gli autografi, mi ha fatto ritornare alla Nereia che passeggiava al Salone Internazionale del Libro di Torino con il sorriso nel cuore. Mi ha ricordato di quanto i libri facciano parte della mia personalità, mi ha fatta tornare a essere la Nereia che porta i libri sempre con sé, persino tatuati sulla schiena.

Il mio #maggiodeilibri è stato una rivelazione, è stato il mese delle scoperte e delle riscoperte, delle giornate passate con una persona speciale, degli acquisti di libri scritti da donne. È stato il mese del girl power. Mi auguro che sia stato un mese importante anche per voi. 
Io, di certo, ricorderò per sempre il 2017 come l'anno del #maggiodeilibri.

venerdì 12 maggio 2017

5 is megl che one #7 speciale #maggiodeilibri – ovvero i 5 libri che mi hanno garantito il #benessere giusto al momento giusto


Ci sono delle cose che facciamo quando vogliamo stare bene. Alcuni si avvalgono del "mente sana in corpore sano", andando a fare una corsa o una sessione in palestra per recuperare il #benessere fisico e mentale.
Io, per un po', ci ho provato a pensarla così. Mi sono iscritta a un corso di pilates che integravo con una partita a zumba davanti alla wii. Purtroppo, però, la mia poca inclinazione allo sport – sempre stata fiera sostenitrice del detto di un mio amico che sosteneva che lo sport, dopo i 25 anni, uccide – mi ha fatta desistere dopo qualche tempo. Dopo una lezione di pilates c'erano solo dolori, secrezione di acido lattico impazzita, capelli sporchi, nuova consapevolezza dell'esistenza di muscolatura laddove pensavo ci fosse solo il vuoto e la pelle, spossatezza.
Lo sport, insomma, davvero dopo i 25 anni mi uccise. Quindi, decisi che poggiare le scarpette appositamente comprate da Decathlon nella scarpiera e utilizzare i leggins solo per fare le pulizie in casa fosse la scelta migliore. Lo feci sia per il mio corpo, sia per la mia dignità – la non coordinazione braccia-gambe è spesso fonte di forte imbarazzo.
Ho così optato per la ricerca di una nuova fonte di #benessere, che fosse sia fisica che mentale – ovviamente – e non richiedesse alcuno sforzo muscolare particolare: il libro giusto al momento giusto.

In questa puntata speciale dedicata al #maggiodeilibri, voglio quindi parlarvi dei 5 libri che mi hanno fatta stare bene (quando ne avevo più bisogno) e che mi hanno portata a una nuova concezione, del tutto personale, del #benessere.

1. Cassandra al matrimonio (Cassandra at the Wedding) di Dorothy Baker.

Letto in credo neanche 10 ore, letteralmente sbranato. Un libro che mi ha piacevolmente colpita e che è stato uno di quei romanzi che diventano "il libro giusto al momento giusto". Non è semplice che accada, ovviamente. Però, quando inciampi sul romanzo giusto che racconta la storia giusta nella maniera giusta proprio quando ne hai più bisogno, non è una gran bella soddisfazione?
Una prosa che mi ha incantata, forse ancor più della storia narrata che, comunque, ha davvero il suo perché. 
Non è la storia, comunque, che fa di questo libro un gioiello; Cameron, autore di Un giorno questo dolore ti sarà utile, nella prefazione spiega molto bene perché Cassandra al matrimonio non è un libro qualunque ma un gran bel libro e io, seppure sia meno famosa e decisamente parecchio meno influente di Cameron, la penso esattamente come lui. I temi trattati possono forse essere considerati un po' "pesanti" (passatemi il termine). Certo, leggere della possibilità di un incesto e dell'omosessualità negli anni '60 non è forse considerabile una lettura leggera, eppure la Baker tratta tutto con così tanta professionalità che non ci si accorge neanche di aver terminato il libro. Per darvi un'idea, vi dico solo che ho aperto il libro pensando "leggo un paio di pagine e vado a pranzo" e alle 5 di pomeriggio ero ancora lì, sul letto, senza neanche avvertire la necessità di bere un bicchiere d'acqua. L'aspetto che forse più di tutto il resto rende questo libro un gran bel libro è il modo in cui la Baker ha deciso di strutturarlo; la prima e l'ultima parte sono narrate dal punto di vista di Cassandra, con un linguaggio che non lascia tanto spazio all'immaginazione: una personalità graffiante e irruente trova espressione in un uso della lingua sincero e al contempo aggressivo. La parte centrale, invece, è narrata dal punto di vista di Judith, un personaggio più equilibrato che la Baker contraddistingue rendendo la prosa più fluida e pacata. Insomma, io l'ho adorato. Dico davvero.

2. Il commesso (The Assistant) di Bernard Malamud.

Credo che Bernard Malamud non abbia bisogno di grandissime presentazioni da parte mia che, diciamolo, non sono praticamente nessuno nel panorama letterario. Cioè, dai, la mia opinione conta quanto quella del vecchietto che nel bar sotto casa mia si lascia andare in commenti arditi sulla formazione dell'Atletico Madrid.
E, seppure la mia opinione non conti poi molto, sento comunque di consigliare Il commesso come lettura da fare quando volete stare bene. Sì, è vero, è forse una storia un po' triste ma la prosa, signori, la prosa! 
Il disarmante realismo che trasuda dalle parole di Malamud è una delle cose più belle in cui potete imbattervi. 
Una storia d'amore ma anche una riflessione sulla propria identità e sulle proprie origini, uno spaccato tremendamente realistico sulla povertà degli anni '60, in una Brooklyn che fa i conti con gli inizi della globalizzazione e della modernità.
E Frank Alpine, il commesso da cui il romanzo prende il nome, che personaggio meraviglioso è? Bernard, devo proprio dirtelo, mi hai scaldato il cuore con questo capolavoro, dico sul serio. Ed è una cosa che non tutti riescono a fare, mio caro Bernard, fino a ora sono stati in pochi a riuscirci. 
Bello, davvero, ma anche triste. Da leggere quando siete un po' malinconici e avete bisogno di riacquistare fiducia nell'essere umano. Malamud, credetemi, ci riesce egregiamente. Quando lo recensii (qui) paragonai la tristezza di questa storia all'umidità. Mai paragone fu più azzeccato. Dopo tempo, continuo a pensarla così. Malamud, cacchio, sei bastardo proprio come l'umidità.

lunedì 24 aprile 2017

Nereia vs Barcelona #3 – Speciale Sant Jordi


È passato un po' di tempo dall'ultima volta in cui sono riuscita a mantenere una parvenza di costanza da queste parti. I motivi sono diversi e un giorno – prometto! – ve li racconterò, non temete.
Oggi è un lunedì e sì, avete ragione, non è il giorno di Nereia vs Barcelona. Io, però, avevo proprio voglia di scrivere questo post e, quindi, non ha più importanza che sia lunedì.
Ieri, domenica 23 aprile, è stata la giornata mondiale del libro e, come voi ben sapete, è l'inizio del #maggiodeilibri  Ma il 23 aprile, qui in Catalunya, è la giornata dedicata a Sant Jordi ed è proprio di lui che voglio parlarvi.

Sant Jordi, conosciuto in Italia come San Giorgio, è stato un martire cristiano e la sua morte è avvenuta proprio il 23 aprile. Non si hanno molte informazioni sulla sua vita, ma ciò che si sa è che è stato un valoroso soldato nell'esercito dell'imperatore Diocleziano.
Si narra che in una città chiamata Salem, in Libia, vi fosse uno stagno grande abbastanza da nascondere un drago il quale, con il proprio fiato, uccideva tutte le persone che incrociavano il suo cammino. Gli abitanti di Salem, per tenerlo a bada, gli offrivano due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrire alla bestia un giovane tirato a sorte e una pecora.
Quando a sorte venne estratto il nome della figlia del re come giovane da sacrificare, il re offrì metà del suo patrimonio pur di salvarle la vita ma la popolazione si ribellò, poiché molti avevano visto i loro figli morire. Dopo otto giorni di vani tentativi di salvarle la vita, il re alla fine cedette e la giovane principessa dovette recarsi allo stagno per essere sacrificata.
In quel momento Giorgio, recatosi lì perché a conoscenza dell'imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, dicendole che non v'era nulla da temere poiché non sarebbe morta.
Le suggerì di avvolgere al collo del drago la sua cintura e questi cominciò a seguirla docilmente per le strade della città. Per tranquillizzare la popolazione, Giorgio pronunciò queste parole: "Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro".
A quel punto, il re e il popolo si convertirono e Giorgio uccise il drago, trafiggendolo con una spada.

mercoledì 5 aprile 2017

Questione di incipit #19


E quindi sono tornata – ve ne sarete accorti. Dopo più di un mese di pausa, sono tornata da queste parti e mi auguro per più di un mese. Nei prossimi giorni vi racconterò un po' ciò che mi è successo e da cosa deriva questa mia assenza.
Intanto, però, oggi voglio parlarvi di un libro di cui in verità si è già tantissimo parlato. Di che si tratta? Ma di Neve, cane, piede di Claudio Morandini, pubblicato da Exòrma Edizioni.
In occasione dell'Indie BBB Cafè, voglio mostrarvene l'incipit. Per chi non lo avesse letto o per chi non conoscesse ancora bene la casa editrice è un modo per convincersi a mettere questo libro in lista desideri. Io ve lo dico eh, dopo aver letto l'incipit sono certa che accadrà. Non ditemi, poi, che non vi avevo avvisati!

Neve, cane, piede si ispira ai romanzi di montagna della letteratura svizzera e ci racconta la vita di montagna per come è realmente: dura, aspra, carica di solitudine e feroce.
Il protagonista, Adelmo, è un vecchio scontroso e smemorato, accompagnato da un cane chiacchierone e petulante che, però, funge da spalla comica.
Morandini ci permette di osservare, attraverso una piccola finestra, l'ambiente ostile e faticoso dei valloni isolati delle Alpi, l'isolamento di chi vi abita, la durezza degli inverni attraverso descrizioni realistiche e dettagliate.
Io sono un'amante degli inverni, magari non così duri, ma quando sta per arrivare la primavera, sento di aver bisogno di rifugiarmi in quell'angolino della mia mente fatto di distese infinite di candida neve e caminetti accesi.
Questo, credo, sia il libro di cui ognuno di noi ha bisogno: sia che sia inverno, sia che sia estate o primavera.
Pubblicato a novembre del 2015, ha subito avuto un enorme successo. Meritato, ne siamo certi.

Per avere maggiori informazioni sul libro e per poterne leggere la scheda, vi rimando al sito della casa editrice, proprio qui.

UNO 

Le prime avvisaglie dell’autunno spingono Adelmo Farandola a scendere in paese per fare provviste. La mattina, uscendo dalla baita, vede attorno alla malga l’erba dei prati intrisa di brina che stenta a sciogliersi. Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più dalle pareti di roccia.
Giù in paese, allora, prima che sia troppo tardi e una nevicata renda difficoltoso il cammino.
Adelmo Farandola cammina, zaino in spalla. Ha bisogno di carne secca, salsicce, vino e burro. Le patate che ha messo da parte basteranno per tutto l’inverno. Ora riposano nella stalla, al buio, accanto ai vecchi utensili dell’alpe, i bigonci, le cavezze, le zangole, le catene, le spazzole, e protendono i germogli pallidi come per fare il solletico. Le patate ci sono, le mele anche – cassette di mele che il freddo renderà ingrugnite, lasciandole però commestibili. Adelmo Farandola ama il gusto di quelle mele brutte, un gusto che gli allappa i denti, si afferra a lungo ai peli delle narici, e sa un po’ di carne, di quella carne frolla che si avanza dopo una caccia abbondante. Anche le mele ci sono, e basteranno per l’inverno. Salsicce ci vogliono, e vino. Vino e burro. Burro e sale.
Il vento lo piega da un lato, mentre scende al paese. La fatica lo sorprende, e lo fa quasi ridere il pensiero di quanto faticherà al ritorno, in salita, con quel vento. Il sentiero scivola giù per canaloni e pianori, e talora scompare tra le vecchie ceppaie sfatte, tra l’erba alta, o il pietrame in perenne movimento, ma l’uomo sa come non perdere la strada.
Qui, a mezza costa, l’autunno colora i larici di un giallo scialbo. Non è l’autunno allegro e sfrontato del fondovalle, la tavolozza esasperata dei vigneti e dei boschi di ontani e castagni. Le foglie qui muoiono subito, si seccano subito sui rami, prima ancora di cadere.
In passato Adelmo Farandola si recava al paese più spesso, per ascoltare la banda nei giorni di festa solenne. Si nascondeva dietro i muri delle case, e lasciava che il suono della banda gli giungesse confuso. Ma aveva smesso presto di farlo, perché qualcuno lo aveva visto, gli era andato incontro con la mano tesa a stringere la sua, aveva cercato di scambiare due chiacchiere. Ora gli capita di scendere fino a metà della fascia di faggi, e di ascoltare le bande da lassù, ben protetto dalle foglie e dai tronchi. La musica sale indistinta, un pasticcio di colpi di grancassa, tube e stridori di clarini, oscillante nel vento, ma a lui basta questo, e a volte gli capita anche di riconoscere una melodia o l’altra, e gli viene addirittura voglia di canticchiarla, e allora lo fa, ma pianissimo, perché non vorrebbe essere scoperto da qualcuno che passa da quelle parti, pronto ad andargli incontro e a stringergli la mano e a non lasciargliela e a chiedergli cose che lui non sa, non si ricorda o non vuole sapere o non vuole dire.
Dopo qualche minuto, però, anche la banda gli dà la nausea. Gli sembrano troppi, troppo accalcati, troppo rumorosi, troppo allegri. Allora sputa per terra, si gira, riprende l’erta verso casa, dicendosi che quella banda suona proprio male, che gli abitanti del paese sono tutti stupidi, e che la musica non serve a nulla. Ma gli capita anche di sognarla, quella banda, e nel sogno sente suonare melodie bellissime, da musicisti perfettamente intonati. E senza paura si mette in coda alla banda, li segue e canta a voce spiegata quella musica che gli ricorderebbe antichi momenti di gioventù se avesse conservato quei ricordi per intero, balli con le ragazze, e soprattutto risse e lotte con gli altri pretendenti, lunghe chiacchierate con ragazze, fatte per lo più di silenzi e sospiri e singhiozzi da ubriaco.
Una vaga sensazione coglie Adelmo Farandola alle prime case del paese. Si guarda attorno, e tutto gli sembra meno estraneo di quanto gli accade di solito, quando torna a rifornirsi dopo mesi di solitudine sull’alpe. Prende sicuro la via principale, l’unica che possa dirsi via, e si dirige con una facilità che lo stupisce verso il negozio, l’unico che possa dirsi tale. La bottega si affaccia, con una vetrina ingombra di attrezzi impolverati e oggetti da regalo che la lunga esposizione al sole ha reso quasi incolori, sulla piazza della pieve, l’unica piazza che possa dirsi piazza. Lì si vende di tutto, alimentari e arnesi agricoli, biancheria e giornali, pure qualche ninnolo da donna. Adelmo Farandola entra, chinando naturalmente il capo all’ingresso, come si fa per timore quando si entra in chiesa, o come fa sempre lui per non sbattere contro il basso architrave della baita.
La donna del negozio lo guarda sorpresa, gli sorride.
– Buongiorno – gli dice, – lasci pure aperta la porta, grazie.
– Buongiorno a lei – dice Adelmo Farandola, con lentezza.
A non parlare per tanto tempo fatica a far uscire le frasi, e ogni parola gli sembra difficile come uno scioglilingua. Per distrazione, chiude dietro di sé la porta.
– Dimenticato qualcosa?
– No, io... dovrei prendere cose.
– Appunto, dico. Cose che si è dimenticato l’altra volta. L’altra volta, rimugina lui.
– La scorsa settimana, sì. Cos’era, martedì, mercoledì. Si ricorda lei?
– Io... io sono venuto a fare provviste.
– Questo l’ho capito. Ma visto che è già venuto a fare provviste con quella stessa faccia la settimana scorsa, per l’inverno, io le sto chiedendo se per caso ha dimenticato qualcosa, e che cosa ha dimenticato l’altra volta di così importante, visto che non è proprio una passeggiata quella che deve fare per scendere fin qui, e poi risalire non ho mai capito bene dove.
La donna ha la lingua allenata alla chiacchiera. Adelmo Farandola invece, avvezzo ai silenzi di mesi, ha perso la capacità di ascoltare, oltre a quella di esprimersi.
– E visto che l’altra volta, insomma quel martedì o mercoledì della scorsa settimana lei, caro mio, si è caricato di un bel po’ di roba, mi chiedevo appunto che cosa mai avesse dimenticato. O è passato di qui solo per salutarmi? – ride la donna, una bella risata lunghissima che fa venire i brividi al povero Adelmo Farandola e la voglia di scappare dalla bottega senza comprare nulla.
– Io... non sono sceso dall’aprile scorso... – balbetta lui, invece, con grande sforzo.
– Ma se le dico che l’ho vista qui! Martedì o mercoledì! Mi prende in giro?
– No, io... Entra un altro cliente, un vecchio del paese che una volta riparava attrezzi. Il campanello della porta fa sobbalzare Adelmo Farandola e gli fa fare un passo indietro, verso un angolo buio. Il vecchio annusa e ride.
– Ti è andato a male qualcosa? – dice alla donna.
– Benito! – ride la donna al nuovo arrivato.
– Il signor Adelmo vuole scherzare, e finge di non ricordarsi che è passato di qui la scorsa settimana a svuotarmi il negozio per l’inverno. Lascia pure aperta la porta, grazie. Il vecchio ride ancora, si passa le dita sui baffi ingrigiti, non dice nulla.
– Io non sono sceso da aprile – balbetta ancora Adelmo Farandola. Il vecchio ride e tace.
– Diglielo tu, Benito, che martedì o mercoledì il signore era qui, e mi ha saccheggiato il negozio.
– Eh, ti ho visto anch’io – ride il vecchio.
– Ma dove?
– Proprio qui fuori, per la strada. Carico come un mulo.
 – Ecco, che le dicevo? – fa la donna, con aria di trionfo.
– Ma il signor Adelmo qui ha sempre voglia di scherzare, fingeva di non ricordarsi.
Adelmo Farandola tace a sua volta. Non scherza mai, lui, non sa scherzare, non sa nemmeno cosa vuol dire scherzare, se mai gli venisse in mente di scherzare nessuno se ne accorgerebbe, perché non sa scherzare, e al massimo lo prenderebbero per scemo, come sta capitando adesso.
– Allora, che cosa vuole? – dice la donna, ora più sbrigativa, visto che è arrivato un altro cliente.
– Ecco, io... Io...
– Lei, sì.
– Io non mi ricordo esattamente che cosa ho preso l’altra volta...
– Come non ricorda? Il vecchio ride per conto suo, di fronte alla smemoratezza del montanaro.
– Non ricordo che cosa ho comprato... perché a me servirebbe del sale...
– Ma se gliene ho dato tre pacchi! – ...del burro... – Tre chili! E che ci fa con tutto quel burro?
– ...del vino...
– Eh, quello non è mai abbastanza – ride il vecchio.
– Una damigiana non le basta? Quando l’ho vista partire carico di tutta quella roba ho pensato che non ce l’avrebbe mai fatta fin lassù! Ma come ci è riuscito, a proposito? – E poi, di nuovo ammiccando:
– Non mi dirà che ha già finito quel ben di dio. Il vecchio ride, ride.
– Il vino si finisce in fretta! – ride.
Basta, alla fine, per non partire di lì a mani vuote, Adelmo Farandola compra due bottiglioni di rosso e tre paia di calzettoni di lana. Paga con grosse banconote attorcigliate e bisunte, che la donna con un sospiro prende in mano. Ed esce, nel vento già invernale.

Allora, che dite? Avete già inserito il libro in lista desideri? 

lunedì 3 aprile 2017

Indie BBB Café| Exòrma Edizioni – intervista a Silvia Bellucci


Ve lo ricordate quel progettino di cui vi parlavo qualche tempo fa, in occasione dei post dedicati a CasaSirio e Las Vegas (per chi ha un vuoto di memoria, potete guardare qui, qui e qui)?
Si chiama Indie Book Bloggers Blabbering Café, per gli amici Indie BBB Café ed è un'iniziativa partorita in una notte buia e tempestosa di dicembre da un gruppo di temibili blogger donne. No ok, non era una notte buia e tempestosa, ma siamo sì un gruppo di temibili blogger.
Insomma, come funziona questo caffè letterario? Molto semplice: ogni mese racconteremo una casa editrice differente, svelandone i misteri nascosti dietro il loro catalogo, parlando con gli uffici stampa, gli autori, gli editori stessi.
L'editore del mese di aprile è Exòrma Edizioni, una casa editrice che io ho avuto il piacere di conoscere qualche tempo fa, durante la presentazione di un loro libro a Più libri Più liberi.
Per farla conoscere un po' anche a voi, ho deciso di fare due chiacchiere con Silvia Bellucci, l'ufficio stampa della casa editrice, e farle qualche domanda.
Le altre blogger che prenderanno parte a questa avventura, che vede Exòrma come protagonista, sono – in ordine sparso: Letture Sconclusionate, Appunti di una lettrice, Una banda di cefali, Papermoon e Tararabundidee
Ciò che potrei raccontarvi io non è neanche lontanamente interessante quanto ciò che, invece, la stessa casa editrice può dirvi e, proprio per questo, lascio la parola a Silvia.

Silvia, dicci un po', chi si nasconde dietro Exòrma Edizioni?

Dietro Exòrma Edizioni ci sono due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani, che qualche anno fa hanno mollato gli ormeggi per iniziare a navigare nel mondo dell’editoria. Sulla barca ci sono anche io, che mi occupo di comunicazione e ufficio stampa, e Claudia che punta il monocolo sulla redazione. In più ci sono collaboratori che, dall’esterno, ci aiutano a navigare.

Quando inizia l’avventura come casa editrice e in che modo?

Exòrma Edizioni nasce sulla scia di uno studio di progettazione grafica ed editoriale attivo dal 1985 e diretto dai due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani. Porta quindi in dote le competenze grafiche e tipografiche per provare a costruire libri belli dentro e fuori. Il progetto editoriale ha preso avvio nel 2009, il nome si rifà alla radice di un verbo greco e vuol dire “mollare gli ormeggi”, la collana di letteratura di viaggio - Scritti Traversi – è l’ammiraglia, oltre a questa collana ce ne sono altre come quella di narrativa italiana – quisiscrivemale– o quelle di reportage narrativo che si sono formate nel tempo e vengono portate avanti con grande spinta ed interesse.

lunedì 20 febbraio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 20/26 febbraio


Sì, sì, lo so. Lo so. La settimana scorsa non ho pubblicato la puntata che tutti vi aspettavate. È che c'ho una vita pure io e, soprattutto, c'ho qualche malattia alle volte. E la settimana scorsa mi sentivo una caccola, ma davvero una caccola secca e schiacciata. Insomma, una vera schifezza.
E poi, insomma, c'ho pure un momento di crisi esistenziale, dovuto al fatto che non so più che cosa fare di questo spazio. Un discorso un poco complesso, in realtà. Avrei diverse idee, tutte non realizzabili nel poco tempo a disposizione. Mi piacerebbe che il processo di trasformazione di questo blog volgesse al termine e fosse, per così dire, definitivo.
Mi sono accorta che LibrAngolo Acuto ha bisogno, e ne ho bisogno anche io, di una ventata d'aria fresca e sto cercando di chiarirmi un po' le idee.
È possibile che nel tempo necessario a capire un po' che cosa ne sarà di questo spazio, io ci sia un po' a singhiozzo. Mi sono accorta che alcuni dei post presenti su questo blog non riscuotono l'interesse sperato, ho quindi deciso che andranno via via sparendo. Non sarà una cosa repentina, anche perché devo ancora capire come organizzare il mio tempo libero, per cui i cambiamenti che attuerò, li attuerò pian piano. A ogni modo, andiamo a vedere cosa di bello vi aspetta in libreria questa settimana.


Siamo d'accordo, questa copertina non è il massimo. E sì, siamo d'accordo, c'ha tutto il diritto di stare qui, ospite di questa rubrica. Eppure io non volevo segnalarvela perché che c'è da dì? 
Sarebbe stata una segnalazione muta, perché non c'è davvero niente da dire in merito (se non un turpiloquio di quelli importanti).
Più guardo questa copertina, più mi sembra la storia di Sam al suo primo giorno di scuola hobbittiana, quando era giovane. Dite di no? Diapositiva per voi. Avanti, ditemi se questo tizio non è Sam da giovane. 
Ecco, quindi non c'è niente da dire, al massimo posso dedicare a questo libro un rutto. Poi, però, ho letto la scheda e il mondo attorno a me è cambiato. 
Hayley frequenta il secondo anno dell'high school a Baltimora. E fin qui tutto ok. Luke ha 18 anni e quando vede Hayley ne rimane affascinato e decide di conquistarla. E fin qui, di nuovo tutto ok. "La vita è una gara e lei sarà il suo premio", qui già non è tutto ok perché una persona non è il "premio" di nessuno, non trattandosi di un oggetto, ma facciamo che è una frase a effetto e va bene, facciamo pure che è tutto ok. "È Luke a guidare il gioco, seguendo Hayley e facendole credere che si tratti ogni volta di incontri casuali, fino a quando non raggiunge il suo obiettivo." Ok, questo è preoccupante. Lui la segue? Ma che è? La nuova frontiera dello stalking? Lui la segue facendole credere che si tratti sempre di incontri casuali? E lei non si fa una domanda quando se lo trova DOVUNQUE? Sta provando delle mutande da Zara e c'è lui dietro la tenda, sta depilandosi l'inguine e c'è lui dietro la porta del bagno, sta scaccolandosi in santa pace e c'è lui nascosto dietro una pila di fazzoletti, sta mangiando cibo spazzatura guardando Maria De Filippi e c'è lui dietro il televisore, sta tagliandosi le unghie dei piedi con i denti – ao', ognuno c'ha i propri hobby – e c'è lui che è pronto a tagliarle, con i suoi denti, le unghie dell'altro piede? Ma che ansia! Una non può manco cambiarsi l'assorbente che c'è Luke vestito da Tampax vicino al gabinetto? Mamma mia, tesò, fatte na vita, iscriviti in palestra, che ne so, fatte una passeggiata ogni tanto. 
Luke, dice la scheda, vive di adrenalina. Ma non lo so eh, se vestirsi da Tampax e spiare la gente mentre si scaccola, è considerato adrenalina.

Mi so' sempre chiesta perché nessuno, nella vita reale, vada vestita come una dama dell'800 mentre passeggia nella discarica di Malagrotta. E meno male che c'è Amy Angel che, invece, c'ha di questi hobby. Perché, voglio dire, basta con queste vite normali e noiose. Vuoi mette, guardà il tramonto seduti romanticamente su una montagnetta di cartongesso sbriciolato? Vuoi mette l'osservazione della flora del posto? La scoperta di nuove malattie? La catalogazione di tutte le nuove specie di batteri? La possibilità di avvolgersi nella cacca di piccione? 
Certo, la tizia qui me se confonde proprio sul giubbino... Hai fatto tanto per quel vestito alla Jane Austen e poi te metti il giubbino di pelle e dei calzini di spugna al posto dei guanti? 
Mi piace pure lui, sguardo basso e testa china tipici del bad boy che ha appena individuato una colonia di ratti proprio lì vicino.
Poi è pure difficoltoso stare lì, in equilibrio su quel pezzo de polistirolo in pendenza, con le nuvole piene di pioggia radioattiva... 
Comunque, lei è Ivy – dice la scheda – che è una traditrice ed è stata costretta a sposare il figlio del Presidente, come è stabilito che facciano tutte le figlie del clan perdente nella guerra, cedute ai figli del clan vincente. Ivy però era diversa, perché avrebbe voluto e dovuto uccidere suo marito. Peccato che, ovviamente, s'è innamorata. La nuova versione di Romeo & Giulietta del secolo, una roba che guardate ma chi sei se non c'hai una discarica romantica vicino casa? Nessuno sei. Altro che Montecchi e Capuleti, che non andavano a rovistare tra i sacchi dell'umido. 
E comunque, mi piacciono un sacco le fiamme a caso, quelle che vedete anche lì accanto ai nostri Ivy e Bishop (sì, se chiama vescovo de nome). C'hanno il polistirolo che sputa fuoco e non se ne so' manco accorti. Vado subito a comprare il primo volume di questa serie, mi interessano gli effetti dei fumi del poliuretano espanso al cervello. Allucinogeni, come minimo.


Per oggi purtroppo è tutto, non ci sono altre uscite che meritano di essere prese in considerazione. E adesso scusatemi ma dobbiamo sbrigarci ché devo spolverare il mio vestito regency per andare a passeggiare all'isola ecologica che sta qui vicino, magari me trovo un vescovo come marito. Al prossimo lunedì!